Introduzione.

 

La mia relazione intende affrontare la questione della paternitˆ a partire da una prospettiva storico culturale e antropologica nellĠintento di rintracciare gli elementi utili alla comprensione dellĠevoluzione del ruolo paterno e di metterne in evidenza gli aspetti peculiari e le implicazioni che essi hanno in rapporto allĠidentitˆ di genere e allĠevoluzione dei modelli familiari nella societˆ contemporanea.

In altri termini intendo proporre una prospettiva di ricerca che ci consenta di affrontare il problema del ruolo paterno e della sua evoluzione in rapporto al problema dellĠidentitˆ maschile e a quella genitoriale.

Nel cercare di declinare i possibili significati che nel momento attuale pu˜ assumere il fatto di essere uomini maschi e di poter essere o non essere contemporaneamente anche padri cercher˜ di proporre alcune indicazioni per contrastare quella che da pi parti si minaccia come la scomparsa del padre.

 

Storia del gesto paterno

 

Luigi Zoja in una recente e stimolante pubblicazione dal titolo Òil gesto di EttoreÓ ci conduce attraverso una attenta analisi storico antropologica alle origini del gesto paterno e ne ripercorre con acuto interesse i diversi passaggi che dalla preistoria della razza umana ci porta sino alle pi recenti evoluzioni della paternitˆ.

Dove sono le origini del padre? EĠ la prima domanda che Zoja si pone  nel primo capitolo dedicato al periodo della storia umana in cui natura e cultura si mescolavano in una sorta di pantano che in una ricerca a ritroso nel tempo porta sostanzialmente a chiedersi: ÒQuale parte del comportamento  istintiva, presente senza insegnamento? Che cosa invece  prodotto dalla societˆ e dalle regole che gli uomini si danno? E quando lĠuomo si  comportato per la prima volta come padre?Ó.

E in questo Zoja riprende un tema in precedenza giˆ trattato dallĠantropologa margaret mead nel suo saggio sul maschile e femminile nel quale ella sosteneva che:

 

Òla paternitˆ  unĠinvenzione sociale. Gli uomini devono imparare a desiderare di provvedere ad altri e questo comportamento, essendo acquisito, non ha basi solide e pu˜ sparire facilmente se le condizioni sociali non continuano ad insegnarloÓ

 

Ma le osservazioni di Zoja ci portano a considerare che nella storia dellĠevoluzione delle specie la riproduzione per separazione genera esseri con un patrimonio genetico sempre identico a quello del genitore non favorendo di fatto lĠevoluzione e il necessario adattamento ai mutamenti dellĠambiente. Mentre con lĠavvento della riproduzione attraverso lĠaccoppiamento dei due sessi ogni riproduzione da origine ad una combinazione genetica nuova con il conseguente moltiplicarsi da una parte delle possibilitˆ di difesa, ma dallĠaltra con la conseguenza che la vita sarˆ dĠora in poi sempre divisa in maschile e femminile.

Man mano che questo sdoppiamento procede nella scala evolutiva verso lĠuomo, il ruolo della femmina si viene precisando e stabilizzando pi di quello del maschio.

Nella scala evolutiva, che come in un fermo immagine possiamo ancora oggi osservare in alcune forme di vita a noi contemporanee segnali di passaggi significativi.

Ad esempio possiamo osservare che in moltissime specie di pesci lĠaccudimento della prole   affidato al maschio che dopo la deposizione delle uova da parte della femmina si prende cura della loro fecondazione lasciando libera la femmina di andarsene.

Nel passaggio evolutivo alle forme di vita terrestre questo fatto naturale si inverte consentendo al maschio di terminare per primo lĠattivitˆ produttiva e quindi di allontanarsi lasciando alla femmina il compito di occuparsi delle fasi successive di accudimento della prole.

ÒLa fecondazione interna sposta gli eventi significativi in una fucina oscura: il corpo della femmina racchiude uova e sperma, sottraendoli al controllo del maschio. LĠattesa tra lĠaccoppiamento e la nascita della prole, che lĠevoluzione rende sempre pi lunga, introduce una nuova incertezza: che cosa  avvenuto? (Zoja, 2000)

Il maschio di ogni specie primitiva ha poche ragioni per restare accanto alla femmina nel corso della gestazione, anzi generalmente utilizza quel tempo per fecondare altre femmine aumentando in tal modo la possibilitˆ di trasmettere il suo patrimonio genetico.

Tale differenza originaria tra maschio e femmina si traduce in una sostanziale funzione quantitativa per il maschio e qualitativa per la femmina nei processi riproduttivi: pochi maschi basterebbero per popolare la terra, mentre il numero do discendenti che una femmina pu˜ generare  molto limitato.

La femmina deve fare i conti con i tempi della gestazione e non di fatto non pu˜ permettersi di non essere una buona madre, mentre i maschi possono permettersi anche di non essere padri.

Nella zoologia ci dice Zoja: Ògiˆ nel regno animale le leggi premorali della sopravvivenza impongono alle femmine quella maggiore stabilitˆ e moralitˆ familiare che le caratterizza rispetto ai maschi della societˆ umana.Ó

Il successivo passaggio evolutivo dalla societˆ animale a quella umana si ha con la transizione dallĠaccoppiamento irregolare della scimmia alle prime forme di coppia: Òla legge della selezione naturale venne cos“ capovolta dalla prima legge civile, per quanto lontana dallĠessere cosciente.Ó (Zoja,2000).

ÒUn giorno i protouomini si accordarono, non, come aveva supposto Freud, per aggredire il patriarca che monopolizzava le femmine, ma al contrari, per smettere di aggredirsi: per spartirsi le femmine secondo una regola. Le ricostruzioni dellĠantropologia dicono proprio questo: le regole pi elementari delle societˆ pi semplici e pi antiche hanno a che fare con la spartizione delle donne.

Questo passaggio segna lĠinizio per il maschio di una contraddizione biopsichica:il corpo e gli istinti maschili non sono infatti coerenti con il nuovo compito sociale cos“ come lo sono per la femmina dove  chiaro ad esempio che il seno rappresenta lo strumento naturale anche per il suo ruolo sociale.

Ci dice Edgar Morin: Il grande fenomeno che prepara lĠominizzazione e che compie, crediamo, lĠHomo Sapiens, non  lĠuccisione del padre, ma la nascita del padre.

Il maschio paterno non esiste in natura e pertanto lĠesistenza del padre richiede lĠesistenza di unĠintenzione: quindi per quanto primitiva di una psiche.

La specializzazione umana che ha portato alle prime forme di divisione dei ruoli e del lavoro tra maschi e femmine vede per lĠuomo la caccia, la difesa del territorio e la guerra con i gruppi confinanti.

Tale suddivisione comportava una sostanziale differenza nella gestione della mobilitˆ da e verso il luogo familiare: i maschi abbattevano prede sempre pi grandi e sempre pi lontane istituendo di fatto il loro ruolo di procacciatori e trasportatori di risorse verso il proprio nucleo familiare. Questa possibilitˆ aumentava le possibilitˆ di sopravvivenza della prole, comportamento premiato dalla selezione: i padri che lo compivano avevano pi discendenti, quelli che non spartivano il cibo fornivano ai figli meno probabilitˆ di sopravvivenza.

La tendenza dei maschi verso forme di caccia sempre pi impegnative promuoveva in loro una maggiore complessitˆ psichica, fatta di memoria, orientamento, capacitˆ di comunicazione con gli altri compagni di caccia, costanza, etc.

LĠandare e il tornare segnano in qualche modo il ritmo di un movimento che allĠalba dello spazio psichico inaugura lĠoscillazione tra la sete di scoperta e quella di sicurezza. Potremmo allora collocare, nellĠambito della scelta protofamiliare e monogamica, anche il primo gesto paterno che consiste nel Òritorno a casa Ó.

EĠ possibile pensare che lĠavvento di una spartizione monogamica delle femmine possa aver liberato il maschio dalla ricerca compulsiva dellĠaccoppiamento, lasciandogli pertanto maggiori energie per la costruzione delle prime regole civili. In questo senso il ritorno a casa dalla stessa compagna non fu solo la prima regola civile, ma contemporaneamente liber˜ le condizioni psichiche per la costruzione della fondamenta della civiltˆ. Peraltro nel corso di questi ritorni a casa presso una femmina stabile, i maschi cominciarono a costruire anche quel legame con i figli che la natura aveva somministrato loro con avarizia.

Il maschio animale possiede un meccanismo innato che frena la sua aggressivitˆ verso i piccoli della stessa specie. Ma, se non appartiene ad una specie monogamica, non fa praticamente niente per la prole e non distingue tra i suoi e i non suoi. Il cucciolo, da questo punto di vista,  per il padre un non-soggetto. Con lĠalba dellĠesperienza psichica, per˜ il piccolo comincia a divenire una presenza e lĠadulto che lĠosserva non  solo pi la madre e diventa per il genitore Òla lavagna pi adatta per i primi esercizi psichiciÓ (Zoja, 2000)

 

 

Il patriarcato e la paternitˆ tra storia e mitologia

 

Le societˆ pi complesse e pi sviluppate sono in genere anche quelle che hanno mitizzato lĠautoritˆ del padre e lo hanno posto al centro, nello sforzo di dare stabilitˆ alle loro crescenti difficoltˆ di coordinamento. Non abbiamo prove che tale ragionamento si possa rovesciare nel caso di societˆ pi semplici, ma possiamo solo vedere che, nelle culture di sussistenza attualmente sopravvissute, i padri sono particolarmente attivi nella cura dei figli. (Bloom, Feshbach, 1981).

La Grecia emerge, come origine del patriarcato occidentale,dal mondo preistorico, astorico e forse mitico delle Grandi madri. Per capire il padre oggi dobbiamo guardare allĠantica Grecia, non solo perchŽ corrisponde a questa radice, ma perchŽ a quel tempo la figura paterna attravers˜ una crisi analoga a quella della nostra epoca. Per lĠuomo occidentale, lĠorizzonte storico della paternitˆ  quella greca.

Anche il mondo romano  radice di quello euro-americano moderno. Molte sue leggi e istituzioni sono ancora vive in esso, alcune riguardano proprio il ruolo paterno. Ma Roma nasce dopo i Greci e si fa continuatrice della loro cultura.

Infine, il monoteismo giudaico cristiano  patrimonio di buona parte della civiltˆ occidentale e la maggior parte di noi proviene dalla tradizione giudaico-cristiana come proveniamo da quella greco-romana e in questo caso il trattino di distinzione assume il significato di continuitˆ diversamente dal primo caso in cui significa salto, rottura e spesso rifiuto.

Nel mito greco in principio fu il caos: non solo disordine, come oggi lo intendiamo, ma apertura (il verbo Kaino significa spalancarsi) possibilitˆ: poi fu Gaia la Terra. Essa gener˜ Urano, il Cielo, simile a lei. Per estensione di sŽ, non per accoppiamento. Terra, femminile, sede delle divinitˆ ctonie, centro del culto per le antiche popolazioni mediterannee. Cielo maschile, sede degli dei olimpici, direzione verso cui si svolge la nuova civiltˆ patriarcale. Poi Gaia e Urano generarono i ciclopi che fabbricheranno il tuono e il fulmine: le potenze del cielo.

Ora il conflitto: il cielo di fronte all a terra, maschile di fronte a femminile,  apert: caotico. La coppia originaria gener˜ ancora altri figli.  Ma il padre li prese in odio, e per toglierseli di torno li infilava di nuovo nel ventre della madre. Arcaico fra le storie arcaiche questo racconto sembra mettere in immagini il ricordo di un maschio precedente lĠinvenzione della monogamia e della famiglia. Un uomo praticamente animale: i figli non lo riguardano,li rende al corpo della madre.

Giaia se ne doleva. Fabbric˜ la falce e chiese ai figli di punire il padre. Questi si ritrassero spaventati. Solo Crono non esit˜. Venne il padre-cielo e si stese dovunque sulla madre terra, pieno di desiderio. Con la falce, crono gli taglio il sesso, gettandolo lontano dietro di sŽ. Ma le gocce di sangue fecondarono ancora Gaia, e ne nacquero le Erinni, dee di quella prima giustizia che  fatta di sangue e vendetta.

Qui potrebbe stare lĠallegoria del processo con cui si form˜ la famiglia. Il maschio primordiale, generatore che non allevava i suoi figli, si ritrov˜ castrato, sterile: scartato dallĠevoluzione perchŽ antagonista della femmina che vuole moltiplicare la vita, e della stesa vitalitˆ della prole.

Ecco che cielo e terra persero lĠunitˆ primordiale e furono violentemente separati, come avviene nei miti delle origini di molte culture. Urano venne eliminato, ma non lĠarcaica propensione del padre a imporsi e a lottare con il figlio per lĠautoritˆ.

Cos“ fu la volta di crono. Unendosi a Rea gener˜ molta prole. Ma da Gaia e da Urano, Crono aveva saputo che un figlio gli avrebbe strappato il comando, dunque tutti li divorava nellĠatto stesso in cui nascevano. Tutti finch fu il turno di Zeus. Allora, fu di nuovo Gaia a decidere facendo ingoiare a Crono una pietra avvolta in fasce e nascose Zeus nellĠampia Creta, per nutrirlo ed educarlo. Lo port˜ in una grotta inaccessibile fra monti e foreste. Qui, nelle viscere della madre terra, affidato alla dea terra primordiale, nellĠisola che fu sede di grandi dee e del divino fanciullo Dioniso, al centro di quel mediterraneo orientale su cui forse si era steso il culto delle madri, il nuovo dio fu cresciuto e il nuovo ordine stipulato. La stipula prevedeva che lĠautoritˆ assoluta appartenesse al giovane padre celeste, ma per iniziativa dellĠantica madre terrestre. Proprio come diocono le ricostruzioni delle civiltˆ preistoriche, i due poteri furono legati da compromesso ed alleanza.

Divenuto forte Zeus procedette a fare giustizia: per la prima volta infatti, non si tratt˜ solo di vendicarsi personalmente, di dare qualcosa a sŽ stessi, ma di saziare le erinni, un principio di giustizia esterno. Di ripagare il vecchio dio Urano, amministrando da allora in avanti unĠidea di equitˆ. Il nuovo re ha ora un intento. Un salto  stato compiuto, sia rispetto alla ferocia insensata con cui ha inizio la Teogonia, sia rispetto ai paralleli miti orientali. Anche questa diventerˆ una caratteristica del regno del padre: avere un programma.

 

Nel racconto omerico dellĠIliade troviamo invece quello che Zoia ci indica come il gesto che sarˆ per tutti i tempi il marchio del padre: il gesto di Ettore.

LĠeroe troiano, mentre  affannosamente impegnato a combattere gli achei si ritrova per un momento di fronte alla moglie in lacrime e al figlio attonito al quale si rivolge per un probabile ultimo abbraccio e non rendendosi conto che lĠelmo e lĠarmatura lo rendono  irriconoscibile al figlio provoca lo spavento e lĠurlo del piccolo che si rifugia tra le braccia della balia. Allora Ettore si sfila lĠelmo, lo pone a terra e questo consente al padre di abbracciare il figlio. Risvegliato dal piccolo incidente, il Troiano ora avverte il pericolo di chiudersi in una malinconia dove tutto  giˆ accaduto: formulando un augurio per il futuro, leva il figlio in alto con le braccia e con il pensiero e prega gli dei: Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: EĠ molto pi forte del padreÓ.

Parole rivoluzionarie. Infatti oggi  difficile immaginare un padre altrettanto generoso e che va in controtendenza rispetto ai luoghi comuni della modernitˆ che a partire sempre dal mito greco veicolato dal pensiero freudiano vogliono un padre e un figlio maschio irrimediabilmente destinati alla rivalitˆ omicida di origine edipica. Dando per scontata questa interpretazione, la diffidenza tra le generazioni  diventata un fatto stabile: sono proprio i padri moderni quelli a cui non  pi concesso farsi sorprendere senza armatura.

 

Dal mito alla storia.

 

La storia e la cultura romana nasce e si sviluppa a partire dal mondo greco espandendone le origini e le originalitˆ in uno scenario sociale pi vasto e complesso caratterizzato da un ordine giuridico sistematico che mai si erano visti nellĠantichitˆ, e che per certi aspetti non si rivedranno fino a tempi recenti.

Le generalizzazioni sul mondo romano sono azzardate, perchŽ si estende su migliaia di anni e su tre continenti, ma possiamo pensare che il padre romano  la colonna solida dellĠordine sia pubblico che privato e che il mondo romano rappresenta il vertice dellĠautoritˆ paterna sul figlio, anche se non necessariamente sulla donna.

NellĠantica Roma essere padre  un fatto sociale e legale ben definito e travalica la consistenza biologica della paternitˆ diventando atto formale. La paternitˆ non consiste nel fatto di aver concepito con una donna un bambino, ma nel dare il segno che si vuole essere padri: il padre soleva pubblicamente il figlio (se si tratta di una figlia si limita a ordinare che la si nutra), indicando che se ne assume la responsabilitˆ e che, diversamente da quello greco, sarˆ anche il suo maestro. Questa sorta di adozione di paternitˆ si manifesta alzando il figlio al cielo e rappresenta la continuazione del gesto fissato per sempre da Ettore in un confine di senso  sovratemporale e sovraistituzionale, e al di lˆ di quello legale e giuridico.

Soltanto di fronte alla confusione dei costumi, al moltiplicarsi dei divorzi e dei figli illegittimi il diritto romano introduce lĠobbligo di alimentare chi si mette al mondo ed anche i figli sono soggetti allĠobbligo di alimentare i genitori.

Compare cos“ accanto alla figura del pater quella del nutritor, ruolo istituzionale rimedio parziale alla debolezza del legame familiare.

LĠuomo non pu˜ disinteressarsi completamente del figlio, ovvero non pu˜ non essere richiamato al suo essere genitore, ma nulla lo obbliga a dichiararsene pater. Gesto per il quale occorre un atto di volontˆ, mostrare attivamente di voler divenire padre di quel bambino, proprio come in un atto adottivo.

Sollevare il bambino (suscipere) diventava un gesto importante perchŽ innalzare materialmente il bambino significava collocarlo pi in alto socialmente e moralmente per la vita intera: questo era il dono del padre, un dono di vita sociale e morale al figlio, molto diverso dal primo, quello della vita fisica, che gli aveva fatto la madre. Tutti i bambini ricevevano il primo dono, non tutti il secondo. La paternitˆ era un diritto del padre non un diritto del figlio.

Secoli pi tardi, nellĠintento di tutelare i bambini e la famiglia legittima, Giustiniano prima e il diritto canonico poi intervennero per prevenire la nascita dei figli extramatrimoniali e resero automatico il fatto che quelli interni al matrimonio avessero come padre il marito della madre. In questo modo si sono ottenute delle garanzie maggiori per la famiglia sia di tipo  economico che di tipo morale, ma sono andate perduti un rito che faceva crescere i maschi e una via regia alla loro paternitˆ.

Il matrimonio nella legislazione romana indica infatti i diritti della madre, mentre il patrimonio riguarda solo lĠamministrazione delle risorse economiche, lasciando alle spalle della storia il rito di iniziazione della paternitˆ.

La festa del papˆ legata alla figura di san Giuseppe nella tradizione cattolica sancisce lĠautomatismo della paternitˆ che nasce solo ed esclusivamente dal matrimonio: Giuseppe  padre non perchŽ ha generato, ma perchŽ ha avuto un figlio nel matrimonio.

 

Essere uomini ed essere padri oggi tra lĠutile e il dilettevole

 

LĠevoluzione sociale, culturale e psicologica del ruolo paterno prosegue nella storia dellĠuomo con passaggi cruciali e significativi e potrebbe essere certamente  interessante soffermarsi ad analizzarli per recuperare ulteriori elementi di senso per capire lĠattuale, ma il tempo a disposizione, la necessitˆ di portare la nostra attenzione allĠoggi non ci consentono di entrare nel dettaglio di questo percorso.

Tuttavia per evitare un salto eccessivo dalla storia romana ad oggi possiamo avviarci alle considerazioni sulla paternitˆ nel mondo moderno e post moderno a partire dal passaggio epocale nella storia economico-sociale rappresentato dalla rivoluzione industriale.

La societˆ europea che precede lĠavvento della fabbrica era agricola alla sua base ed aristocratica al suo vertice, con un piccolo intercapedine di middle class: nelle famiglie di tutti i ceti il padre rappresenta un modello e soprattutto  un modello vicino, presente e costante. Quasi sempre anche il mestiere dei padri era sotto gli occhi del figlio, gli svaghi pochissimi e i rapporti tra coetanei rarefatti sia in termini di quantitˆ che di qualitˆ e gran parte del tempo libero era trascorso in famiglia o nelle vicinanze.

I figli maschi dopo essere stati a lungo attaccati alla madre, passavano a seguire il padre, con gli occhi, con i piedi, con le mani e, in qualche misura, con il pensiero: questo provvedeva alla loro identificazione con il genere maschile in un graduale diventare adulti che spesso consisteva anche nel dare continuitˆ al mestiere paterno.

La rivoluzione industriale manda in frantumi questa stabilitˆ, sconvolgendo i rapporti sociali fin ad allora istituiti saldamente nel legame familiare e nellĠeconomia contadina.

La rivoluzione comincia dal basso, trasferendo dalle campagne verso le fabbriche, spesso senza ritorno, masse crescenti di nuovi operai ignari e smarriti nel loro nuovo ruolo sociale e produttivo.

Il mito eterno della convivenza familiare  si sgretola progressivamente di fronte ai processi di urbanizzazione del territorio e dei legami domestici: strappa mogli e figli allĠautoritˆ dei padri consegnandoli a un ordine gerarchico esterno, impersonale che del padre conserva solo la severitˆ.

Dal giorno in cui il contadino depone la vanga e passa al telaio o al tornio si ritrova improvvisamente lontano e distante dallo sguardo del figlio, espropriato dellĠorgoglio e della sicurezza del proprio sapere professionale e della proprietˆ del risultato del suo lavoro.

I padri diventando progressivamente estranei ai processi familiari iniziano il loro lĠesilio sociale dal territorio domestico con le conseguenze di cui ancora oggi restano visibili tracce.

Il figlio dellĠera industriale non vede e non conosce pi lĠattivitˆ del padre e progressivamente padri e figli diventano reciprocamente degli sconosciuti.

Tralascio le considerazioni anche qui che sarebbe utile e necessario fare sugli eventi storici fondamentali del ventesimo secolo come le grandi guerre e le grandi dittature e nel significativo peso sociale economico e psicologico che questi eventi hanno avuto nella storia dellĠuomo e in particolare le conseguenze che hanno prodotto sui padri e sui figli delle diverse generazioni che precedono a breve distanza la nostra attuale realtˆ.

Il mondo attuale occidentale tuttavia superato il problema della sopravvivenza fisica si trova ad affrontare con sempre maggiore difficoltˆ i problemi legati alla sopravvivenza psicologica.

Verso la metˆ degli anni ottanta, in alcuni convegni torinesi dedicati al tema della Òciviltˆ del disagioÓ si metteva in evidenza nel chiasma del testo freudiano come la nostra societˆ si stava avviando verso un periodo di importanti trasformazioni economiche sociali e culturali che andavano progressivamente producendo malesseri e difficoltˆ nuove, legate alla perdita di riferimenti e di prospettive. Si diceva allora che allĠumorismo di Tot˜ impegnato nelle imprese creative a tirare a campare si era sostituito lĠumorismo di Allen o Troisi che ci rappresentavano un mondo fatto di scenari minimalisti di vita quotidiana dominati dalla miseria del vivere anzichŽ dal vivere nella miseria.

Oggi qualcosa  cambiato, a partire dal fatto che il cinema ormai propone solo pi favole drammatiche o visioni allucinatorie di mondi futuri in cui lĠuomo  solo un ricordo lasciando invece alla fiction televisiva il compito di narrarci lĠattualitˆ dei sentimenti e delle vicende umane tracopiando su carta velina la complessitˆ di mondi familiari pi vicini ai desideri e alle aspettative delle truppe dellĠaudience e dello share.

In questi mondi fittizziamente reali si ritrova il trionfo delle figure femminili e la ridicolizzazione dei ruoli maschili alla ricerca di una propria identitˆ caratterizzante i quali non rare volte si ritrovano invece a giocare ruoli che qualcuno, cos“ come nel mito Gaia governava i destini delle lotte tra Urano e i suoi figli, ha giˆ disegnato assegnando loro parti esasperate da interpretare.

Oggi, nessuna identitˆ  pi certa, mentre  certo che ci siamo abituati a evitare la sofferenza per ideologia, prima ancora che per convenienza.

Siamo passati ad uno stadio sfrenatamente consumistico di civiltˆ che di fatto rappresenta una continua manifestazione e soddisfazione planetaria di bisogni primari e che ci mantiene in una costante posizione di lattanti psichici.

In tale cornice rientrano anche le diffuse e sempre maggiori difficoltˆ legate al senso di responsabilitˆ sia sul piano delle intenzioni e dei principi che su quello degli atti e delle loro conseguenze.

Sempre nellĠordine delle manifestazioni consumistiche contemporanee credo che oggi noi possiamo assicurarci per qualsiasi cosa, sempre avendo accortezza di leggere tutte le clausole dei contratti assicurativi che ci propongono, ma rispetto a ci˜ che accade o meglio potrebbe accadere ai nostri rapporti personali e ai legami che ci uniscono psicologicamente ai nostri interlocutori pi vicini, siamo soli, terribilmente e inesorabilmente soli di fronte alle nostre scelte.

Remo Bodei in un suo recente saggio dal titolo: Òdestini personali in un epoca di colonizzazione delle coscienzeÓ traccia il profilo della soggettivitˆ contemporanea ritraendola nellĠimmagine di un Òio mongolfieraÓ, gonfio di sŽ, desideroso di felicitˆ e insofferente della tradizionale gerarchia dellĠanima. Dice Bodei: ÒLa comparsa dellĠodierno narciso – descritto da filosofi e sociologi come ripiegato su se stesso, intento ad allentare i suoi rapporti con gli altri, incline a non affrontare e padroneggiare le proprie crisi di identitˆ, apatico, indifferente a tutto, tranne che a se stesso, pronto ad assumere un atteggiamento mimetico nei confronti dellĠambiente sociale circostante sembra, significativamente coincidere con il tramonto delle grandi attese collettive, dei progetti di futuro condiviso, laico e religioso. NellĠerigere confortevoli utopie private e nel ritagliarsi consistenti Òfette di cieloÓ dalle speranze comuni, Narciso prende congedo non solo dalle mete politiche della societˆ senza classiÉma anche dallĠaspirazione allĠalidilˆ comunitario delle religioni tradizionali.

LĠinteresse prevalente per la propria persona, il disimpegno verso tutto ci˜ che non sia autorealizzazione e che porta ad abituarsi a pretendere dei diritti senza contropartita porta il narcisista di massa ad essere infedele a tutto e a tutti.

Allora in che misura questa prospettiva individualista, governata e colonizzata attraverso politiche di marketing dellĠidentitˆ che favoriscono sempre di pi la costruzione di soggettivitˆ fondate su un io modulare, assemblabile come un lego o come un patchwork, consente di pensare e di ricostruire il senso di una responsabilitˆ paterna?

 

Credo che le principali questioni che in questo periodo segnano il sentiero per i possibili destini del ruolo paterno siano sostanzialmente legate da un parte al problema dellĠidentitˆ maschile ed al suo rapporto con la ÒsceltaÓ paterna che non si esaurisce in quella di genitore maschio, e dallĠaltra alle possibili evoluzioni, della coppia genitoriale di cui per˜ credo che ci parlerˆ pi appropriatamente la dr.ssa Koen.

A partire da una prospettiva gruppoanalitica per ciascuno di noi il problema dellĠidentitˆ si pone dal punto di vista psichico come processo attraverso il quale ÒlĠessere umano assume su di sŽ, in modo pi o meno stabile ed esteso, tratti mentali, affettivi, comportamentali del suo ambiente originario, considerandoli per lo pi come qualitˆ nativamente proprie o geneticamente ereditateÓ (Napolitani, 1987). Da ci˜ deriva che lĠidentitˆ psicologica , sin dallĠinizio, esito di innesti di tratti comportamentali, affettivi e mentali delle persone e del mondo in cui si nasce e si cresce.

Attraverso il processo di identificazione, dunque, lĠidentitˆ si definisce come qualcosa di strettamente intrecciato alla matrice transpersonale del proprio gruppo originario: il collettivo, il gruppo,  presente nella vita psichica del singolo, e questa presenza lo qualifica come uomo-cultura.

Sempre in una prospettiva gruppoanalitica  attraverso un uso consapevole e creativo della relazione che il soggetto pu˜ creare discontinuitˆ, fratture e ri-concepimenti di sŽ e delle sue certezze identitarie rispetto al gruppo originario: questo rende possibile uscire dalla mera sopravvivenza e dalla acritica ripetizione e continuitˆ di modelli sullĠasse cultura/famiglia/individuo ed entrare in un circuito esistenziale che consente spazi di libertˆ, di esplorazione e di ricerca di autenticitˆ nella propria storia personale.

Ma quali possibilitˆ reali esistono oggi per costruire percorsi di ricerca di un senso autentico e reale dellĠessere padre?

Come in ogni esistenza complementare, per essere padre non basta sapere cosĠ il padre: bisogna conoscere il figlio e il rapporto con lui e occorre conoscersi e ri-conoscersi nella propria naturale paternitˆ per poterne separare gli aspetti autentici da quelli replicativi dei modelli familiari appresi.

Ma cosa si pu˜ aver appreso dallĠassenza?

Da tempo ormai sentiamo parlare di assenza del padre, e abbiamo visto dove ha avuto inizio questa storia.

Abbiamo anche visto che lĠevoluzione dellĠuomo ci dimostra che la paternitˆ non  cosa disponibile in natura.

Molte volte mi  capitato nella mia pratica professionale di incontrare madri e padri, individualmente, in coppia e in gruppo.

Una cosa che ho avuto spesse volte modo di osservare  che al di lˆ delle diverse forme di disagio che caratterizzavano le differenti situazioni familiari il problema dellĠassenza del padre rappresentava un leit motiv delle narrazioni e dei racconti di queste famiglie.

Ma contestualmente era anche normale osservare che spesso i figli, soprattutto quelli maschi, venivano con estrema naturalezza collocati in quellĠassenza andando di fatto a sostituirla con tutte le fatiche e le ambiguitˆ connesse a questĠincarico di supplenza.

Ma al di lˆ di tutti gli aspetti e le conseguenze di disagio pi o meno grave che mi capitava di dover trattare in generale rilevavo un sostanziale compiacimento da parte dei padri rispetto a queste situazioni, nientĠaffatto preoccupati di questa detronizzazione, ma collocati spesso in una posizione di fratelli maggiori.

Conseguenza: tanti figli nessun padre.

I problemi allora mi pare possano essere di due tipi: da una parte quello dellĠabdicazione al ruolo paterno e dallĠaltro la diretta conseguenza di questo primo aspetto ovvero che la formazione al ruolo paterno dei figli maschi  preso in carico dalle madri le quali ÒinsegnanoÓ ai propri figli a fare i padri a loro immagine e somiglianza.

In alternativa a questa situazione mi  capitato anche di trovare famiglie nelle quali anzichŽ abdicare il padre assumeva il suo compito in modo pieno, dimostrando un senso di responsabilitˆ e partecipazione alla vita del figlio, ma come se fosse una seconda madre in competizione con la prima.

Accade come per le donne in carriera che vediamo spesso intrappolate in ridicole caricature mascoline competitive ed artatamente aggressive aggirarsi nelle organizzazioni produttive.

I maschi assumono il loro impegno genitoriali scimmiottando goffamente la propria compagna o forse la propria madre e riuscendo di fatto a non fare ne il padre ne tanto meno la madre per i propri figli.

In entrambi i casi i maschi imitano il peggio delle femmine e queste il peggio dei maschi: creando spesso disastri sia in casa che al lavoro.

Ma credo che non occorre necessariamente entrare in uno studio di uno psicoterapeuta per incontrare padri in competizione sul ruolo materno con le proprie compagne le quali a volte sembrano molto compiaciute ma a volte anche disorientate.

Da qui nasce la necessitˆ di porre attenzione al rischio di confusione che oggi facilmente si riscontra nei sistemi familiari di duplicare con qualche variante il ruolo materno. LĠinvidia del seno caratterizza sempre con maggior frequenza alcuni uomini che incerti e ambivalenti rispetto alla propria identitˆ maschile la contrabbandano, mimetizzandola con atteggiamenti materni e di fatto creando ibridazioni confusive e falsificanti per sŽ, per le proprie compagne e per i propri figli.

Possiamo pensare che questo fenomeno sia dovuto in parte, almeno per la generazione di padri tra i 30 e i 40 al fatto che hanno ricevuto un educazione al ruolo paterno dalle loro madri?

Chi desidera una paternitˆ autentica la deve ricercare con impegno, volontˆ e desiderio ponendo attenzione allo sguardo dei propri figli e al bisogno di sentirsi a loro volta guardati e adottati al di lˆ della naturale(culturale) dedizione istituzionale alla soddisfazione delle loro necessitˆ primarie.

In questa prospettiva si aprono le possibilitˆ per inventare un ruolo nuovo per i padri.

 

Essere uomini ed essere padri.

 

Ma cosa significa essere uomini ed essere padri oggi?

Essere uomini non coincide con lĠessere padri, ma come  possibile oggi essere padri mantenendo una chiara caratterizzazione maschile del proprio ruolo genitoriale senza che questo diventi supplementare a quello materno?

Oltre ai tentativi di neutralizzazione delle differenze attraverso la femminilizzazione dei ruoli maschili (e la mascolinizzazione di quelli femminili) esiste una possibilitˆ di non dover necessariamente ripiegare sulle scontate e stereotipate forme del ruolo maschile? E soprattutto rispetto ai mondi familiari come inventare nuovi modi di assumere il proprio ruolo paterno?

LĠassunzione di queste domande, che a mio avviso rappresentano altrettante difficoltˆ e incertezze significa avviare un percorso di consapevolezza e di ricerca di un senso autentico della propria identitˆ maschile che  una precondizione necessaria ed indispensabile per ricandidarsi ad un ruolo sociale e familiare nuovo, soprattutto per le nuove generazioni.

Ci˜ che pu˜ dare la possibilitˆ di evitare la scomparsa e lĠannientamento del ruolo paterno passa attraverso la riconquista di spazi, tempi e modi che consentano ai padri di ritrovare nel rapporto con i propri figli il desiderio, il senso e il piacere di rappresentare per loro un trampolino, una base di lancio promuovendone lĠautonomia e la crescita verso una nuova maturitˆ sociale culturale (politica?) oltre che ovviamente psicologica.Occorre andare oltre la diffidenza di cui si diceva pi sopra generata dalla diffusione e spesso banalizzazione della tavoletta edipica e riappropriarsi da parte dei padri del senso di utilitˆ del proprio ruolo non limitandolo alla sola funzione contrappositiva frustrante, che rappresenta lĠaspetto meno piacevole, anche se indubbiamente pi utile nello sviluppo psicologico di un bambino.

Ovvero ricercando contestualemente allo svolgimento di questĠultima funzione evolutiva anche gli aspetti di gratificazione che possono provenire dal vedere aumentare lĠautonomia e lĠautostima dei propri figli, dalla possibilitˆ di restituire in modo costruttivo i risultati delle fatiche, assumendo quindi lo stesso ruolo che pu˜ avere un allenatore di una squadra sportiva che sprona, stimola, rimprovera, valuta, e quindi ÒamaÓ i suoi giocatori.

Credo che in questo stia fondamentalmente quello che definiamo Òamore paternoÓ.

UnĠultima considerazione riguarda il ruolo dei padri verso i propri figli maschi ai quali credo occorre porre particolare attenzione in una prospettiva educativa che li assume come i Òpadri di domaniÓ. Tale prospettiva di pensabilitˆ implica una rivalorizzazione e una rifondazione del  ruolo paterno che consiste anche nel costruire nel percorso educativo e nel rispecchiamento relazionale tra un padre e il proprio figlio maschio, le basi e i presupposti per fondare il Òdesiderio di paternitˆÓ al di lˆ della normale spinta istintiva procreativa.

Garantendo nel reciproco riconoscimento relazionale la sopravvivenza di un gesto paterno autenticamente dilettevole e con molte probabilitˆ anche genitorialmente utile.

 

 

Michele Presutti

 

Milano, 24.ottobre. 2003