I gruppi mediatici e la clinica dei nuovi media

Seminario condotto dal Prof. Marco Longo e presentato dalla Dott.ssa Fiorella Pezzoli

 

 

Dott.ssa Fiorella Pezzoli (psicoterapeuta individuale e di gruppo e membro del direttivo della Soc. It. di Psicol. Clinica e Psicoterapia).

Eccoci al secondo appuntamento del ciclo d’incontri Internet e Mente.

La volta scorsa abbiamo preso in esame gli strumenti di lavoro per la nostra professione. Oggi Ź con noi il Prof. Marco Longo, psicoanalista SPI, Editor e Webmaster di Psychomedia che Ź uno dei piĚ importanti e piĚ visitati portali di psicologia.

Dall’esperienza di conduzione di questo sito, cosď ricco e articolato, gli Ź stato possibile effettuare osservazioni e studi sugli aspetti mentali ed emotivi dell’utilizzo della Rete.

Sono emerse alcune similaritą tra la dinamica della comunicazione che avviene in Internet e quelle tipiche della relazione gruppale.

Marco Longo ci parlerą dei gruppi mediatici e delle emozioni che li attraversano, dei risvolti sull’identitą non solo in termini di possibile psicopatologia ma anche di attivazione di curiositą, esplorazione, sperimentazione e nuove forme di comunicazione.

Non aggiungo altro e lascio la parola al Prof Marco Longo.

 

Prima parte

 

Prof. Marco Longo  - Alle mie spalle l’homepage di Psychomedia, un sito che Ź nato nel ’95 e ufficialmente online dal gennaio del ’96. Forse qualcuno di voi lo conosce gią o lo utilizza. Sarei curioso di sapere chi l’ha utilizzato, se lo conosce e che tipo di uso ne ha fatto. Perché, in genere, quello che accade Ź questo: noi abbiamo piĚ di 40mila accessi al mese, cioŹ diverse persone, un po’ da tutto il mondo, che entrano nel sito e lo consultano. Perė, di fatto, saranno sď e no 100/150 all’anno le persone che scrivono: ho letto questa cosa, mi ha interessato oppure, semplicemente, mi ha fatto piacere trovare questa cosa, oppure grazie. Questo, stranamente, non accade mai.

Poi ci sono, invece, alcune centinaia di lettere che arrivano soprattutto dagli studenti di psicologia o da qualche specializzando in psichiatria, del tono: "senti mi servirebbe il materiale per fare la tesi. Me lo mandi per favore"? Oppure mi dice: "dove lo devo trovare, perché ho tanta difficoltą". Scritto magari tutto in maiuscolo, forse ignorando che nel linguaggio del web significa “urlare”. Sono messaggi ai quali io spesso non rispondo, proprio perché, a volte, mi infastidisco un po', oppure, se rispondo, scrivo: "buongiorno, non so chi sia lei, da dove mi scrive, come si chiama, per quale motivo pensa che io sia in grado di darle queste informazioni, se mi spiega meglio, mi dice cosa ha gią trovato ecc.". CioŹ, faccio un po’ come con gli studenti, i quali perė, difficilmente, quando bussano alla porta all’universitą, ti apostrofano in questa maniera.

Allora, questa Ź una delle cose che mi fanno pensare, e certo non solo a me, che la Rete e, Internet in particolare, attiva la maleducazione oppure permette la disinibizione, tanto che le persone possono permettersi quello che magari non si permetterebbero in un altro ambito. Per esempio, l’immediato passaggio al tu, il non firmarsi, il non presentarsi, il non dire neanche da quale punto remoto o vicino della terra stanno scrivendo, il pretendere immediatamente una risposta, dando per scontato che l’altro, poiché Ź riuscito ad aprire un portale, dovrebbe sapere tutto, avere bibliografie intere su qualunque argomento e poter fornire dati. Se davvero li avessi, li avrei gią pubblicati. In effetti da tempo vorrei fare una sezione bibliografica, ma ci vorrebbe qualcuno che la curasse bene. Probabilmente ciė avverrą pubblicando una serie di tesi e le loro bibliografie. Anzi, questo Ź un invito, se c’Ź qualcuno che vuole pubblicare la sua tesi sul portale.

In rete spesso succede che non ci si presenti, come succede anche a volte negli incontri come quello di oggi, magari  si fanno delle domande e difficilmente viene in mente di presentarsi. Colgo questa occasione per fare un’analogia: cosď come accade in situazioni di gruppo di questo genere, accade in Rete o negli SMS. Mentre se ad esempio ci fossimo incontrati durante l’intervallo, la prima cosa che avremmo fatto, sarebbe stato presentarci.

Esiste una modalitą della mente che partecipa di un qualcosa che ha a che vedere con i gruppi ed Ź questo che accade in Rete, infatti le persone spesso scrivono senza presentarsi.

Quindi c’Ź qualche cosa nell'uso di Internet che richiama la situazione gruppale e, nello stesso tempo la modifica.

Generalmente noi intendiamo con comunicazione quel rapporto che si instaura tra due o piĚ individui che condividono uno spazio di co-presenza fisica e temporale. Questo spazio puė essere quello di questa stanza, il fatto che la nostra mente e il nostro corpo siano nello stesso ambiente e che possiamo relazionarci, avere una percezione dell’altro attraverso lo sguardo, i vari sensi e poi emettere tutta una serie di segnali verbali e non verbali. Questa Ź, solitamente, la comunicazione.

Poi esistono forme di comunicazione, piĚ o meno vicariata da media, che permettono livelli minimali oppure sufficientemente forti di comunicazione: una cosa Ź comunicare via telegrafo, una cosa via telefono, una cosa con la radio, radioamatore, una cosa in audio-video e cosď via. Inoltre, la comunicazione cambia a seconda del tipo di sistema, perché ovviamente nel corso del tempo questi sistemi sono modificati.

Mi ricordo, ero ragazzetto, e mi divertivo con mio cugino che aveva il baracchino, come si diceva allora, del radioamatore e contattavamo un po’ tutto il mondo e c’era il gusto della ricerca di andare a contattare sempre piĚ lontano, si facevano delle gare e poi ci si mandavano le cartoline per confermare la comunicazione. Era un po’ un gioco, ma era anche un po’ la realizzazione di una fantasia, la realizzazione di una fantasia di comunicazione al di lą dei limiti stessi del corpo e della mente, lą dove intendiamo la mente invasa o controllante l’ambiente circostante. Era andare in uno spazio altro, in uno spazio piĚ ampio, in uno spazio fantasticato, comunque molto grande.

Direi che oggi, con Internet e con anche la televisione, questo spazio si Ź fortemente ristretto, nonostante le fantasie siano sempre le stesse. Infatti la rapiditą con cui Ź possibile contattare un provider in qualunque parte del mondo, da la sensazione di poter contattare qualunque spazio, qualunque luogo, ma poi il mezzo tecnico abolisce o elimina tutto questo, per cui si legge un certo spazio web, ma a volte neanche ci si chiede dove si trovano fisicamente i dati, in quale Stato, in quale luogo del mondo. Quindi c’Ź come una restrizione dello spazio e del tempo di connessione e c’Ź anche una restrizione delle comunicazione possibile, perché non ti risponde una persona ti rispondono dei dati, che stanno lď.

Per questo motivo, adesso va molto di moda riempire i siti di immagini e letterine che si muovono. Sono tutte cose francamente inutili, e servono a dare un minimo di vitalitą a una pagina che altrimenti sarebbe semplicemente come quello che esce fuori dallo schedario della biblioteca. Perché Internet Ź una biblioteca, Ź un sistema di memoria in cui ci sono dentro dei dati. E tutti sanno che Ź anche un po’ difficile da consultare. Perché Ź vero che si dice che con un click, in un secondo c’Ź tutto disponibile, ma Ź anche vero che chi si mette a fare una ricerca seria, prima di trovare proprio quello che sta cercando, a volte ci mette veramente un po’ e subisce diverse frustrazioni. Questo perché c’Ź troppo materiale, non c’Ź un’organizzazione e non c’Ź la cancellazione dei dati. Ci sono siti che stanno lď, dispersi, abbandonati da tempo. C’Ź anche la corsa da parte di molti (soprattutto da quando i grossi provider si sono messi a dare l’accesso gratuito a Internet, dando anche lo spazio web) a farsi il proprio sito, la propria immagine virtuale. Sono siti che poi non guarda assolutamente nessuno, se non gli amici a cui devi telefonare e dire "guarda che mi sono fatto il sito e ho l’indirizzo".

A meno che uno cominci a fare un’operazione di collegamento, di links, di specializzazione del rapporto, oppure si metta in contatto con un portale, cioŹ in una situazione che proprio per i suoi contenuti, non sia di immagini, di giochetti telematici, di narcisistiche esibizioni, ma sia di materiale che possa essere utile in un certo ambito professionale.

Il fatto che lď ci sia un content provider, quindi la messa a disposizione di un contenuto, fa sď che questo sito diventi molto noto e visitato. Certo, verrebbe da dire, depredato visto che poi non c'Ź gratitudine, non c'Ź contatto, feedback. Sembrerebbe che non sia vero che Internet Ź interattiva perché spesso manca la comunicazione di ritorno.

All'inizio, nel '84-'85-'86, cioŹ quando Internet era solamente testuale, c'erano soltanto i caratteri, come vedete sui computer delle poste o in banca. Non c'era neanche la grafica e si usava un sistema che si chiama Gopher. Esiste ancora, volendo, ma chi lo conosce? Nessuno, probabilmente.

Il Gopher Ź un sistema di ricerca dei dati, collegato alle principali banche - dati mondiali; in certi luoghi si entra gratuitamente, in altri con una password. Si scrive "Gopher", ma si legge come [go far], vai lontano. ť un nome che Ź stato scelto apposta: il Gopher Ź un animale a metą tra una grossa talpa e un castoro, che scava gallerie e vive sotto terra e sostanzialmente crea tutta una rete di comunicazione sotterranea in Canada e in America. ť stato scelto apposta questo nome, perché rappresenta bene questo immergersi nella situazione ignota e che deve restare ignota. Tecnicamente, chi si collega a Internet, non si pone proprio il problema di come funzioni. Anche quando si alza il telefono, non si sta a pensare a quante antenne, a quanti cavi, a quante migliaia di utenti o altre persone sono collegate. Uno vuole comunicare e basta, non si pone il problema. A maggior ragione con Internet. Quindi, vai lontano, vacci in un attimo, vacci all'oscuro, in galleria e poi trova qualcosa. Con Gopher si trovavano dei dati testuali su pagine su fondo bianco o nero a seconda del computer che uno aveva. E per 20 anni Internet Ź andato avanti cosď.

Ad un certo punto si sono inventati il web, allora c'Ź stato lo scoppio, perché Ź arrivato qualcosa che gratificava di piĚ i sensi. Oggi, se un adolescente non ha la linea veloce per scaricare l'mp3, sembra che non possa vivere. Lasciamo perdere tutto il discorso della pirateria e del diritto d'autore, che comunque avrebbe un senso. Alle mie spalle vedete scritto: testata registrata. Purtroppo, almeno per ora, tutto quello che Ź stato pubblicato su Psychomedia viene utilizzato in tutte le universitą italiane e anche in tutta l'America latina, ma viene stampato, utilizzato e distribuito senza che ci sia nessun ritorno di diritto d'autore. Anche perché Ź gratuito. Dubito, perė, che se io mettessi una password d'ingresso e chiedessi ai 40mila visitatori di entrare, si registrerebbero tutti e 40mila. Probabilmente ci sarebbe un immediata caduta degli ingressi. Allora questa cosa oscura che riguarda Internet esiste ancora e non soltanto Ź una delle immagini del ciberspazio. Non voglio sapere, voglio soltanto avere, prendere, senza rendermi conto dell'aviditą con cui mi metto in rapporto con le cose, senza dare una risposta di feedback. C'Ź un uso orale della rete.  Oppure un uso espulsivo da parte di altri, o di esibizione.

 

Intervento - F. Pezzoli - Non potrebbe essere anche il fatto che proprio, siccome Ź un qualcosa di non umano, ma di molto freddo, uno non ha neanche la percezione di rapire qualcosa. ť come andare in biblioteca;  uno non va dall'autore a ringraziarlo, perché ha trovato lo scritto. Ringrazia, caso mai, la signorina che gli ha dato il libro.

 

M. Longo - Qui entriamo in un secondo ambito, perché io qui stavo parlando del lato oscuro della rete, ma volevo arrivare al lato oscuro della nostra personalitą. Mi ci collego in questo modo: ieri sera, in un altro seminario, in un'altra associazione, si parlava dell'uso del video, della televisione, del video game, della Playstation da parte del bambino e dell'adolescente, che puė essere lasciato solo a fare queste cose oppure accompagnato da un adulto, che gioca con lui.

Sono due situazioni completamente diverse, ovviamente. La prima tendenzialmente autistica, la seconda ha a che vedere con una relazione di gioco, che puė diventare anche molto simile a quella che si ha con la mamma quando racconta la favola al bambino. In questo caso si esplora insieme un CD rom o un gioco (non parlo dei giochi dove si spara, ma di quelli interattivi, in cui si impara anche qualche cosa). Sotto la forma di cartone animato, c'Ź la possibilitą di imparare una lingua, di vedere dei luoghi, di ricostruire, o disegnare. "Ecco, vedi papą cosa ho fatto? Oh Dio, dove andiamo? Di lą, secondo te? Ti faccio vedere". L'adulto Ź presente e partecipa di questa cosa. ť diverso che stare davanti alla Playstation o al Gameboy con gli occhi spiritati.

Qualcuno di voi ha avuto la possibilitą di andare al Futur Show di Bologna, dove ci sono le macchine di realtą virtuale e vedere lo sguardo di coloro che sono immersi con il casco? Probabilmente si divertono, ma visti da fuori, ci si domanda quale sia la macchina. Perché la macchina ha qualcosa di risucchiante.

Perė, cosď come Ź vero che esistono persone che hanno una grossa difficoltą ad incontrare il computer, che ne hanno sempre una sorta di sospetto, non riescono ad imparare i programmi esistono anche persone che hanno difficoltą ad imparare a guidare la bicicletta, o il motorino o la macchina… Allora, mi chiedo: la difficoltą, il difetto sta nella macchina o sta nelle nostre proiezioni? Nel lato oscuro della mente, probabilmente, non nella macchina.

Per me il computer non Ź stato mai particolarmente affascinante, Ź sempre stato, fin da quando l'ho comprato nell'83, insieme al modem, un modo per andare oltre la macchina da scrivere e il telefono, collegando le due cose. CioŹ, personalmente, l'ho concepito nel momento in cui mi serviva: per scrivere dei testi senza dovere ribattere continuamente, per fare le correzioni e immediatamente per comunicare. Questo perché ho una storia (come tanti che hanno piĚ o meno 50 anni come me) che viene da una serie di gruppalitą: il volontariato nelle baraccopoli, gli scout che, evidentemente, mi hanno segnato. Per non parlare poi dei movimenti gruppali piĚ o meno politicizzati e la fascinazione che questo ha avuto, di comunicare a livello globale. Il Vietnam, Cuba, Kennedy, quelle cose che, per uno come me che aveva 10, 12, 13 anni, quando succedevano… Andare sulla luna: mi ricordo la notte davanti al televisore, con quel ritardo tremendo di un minuto e mezzo tra la comunicazione da Cape Canaveral e la risposta che arrivava dall'altra parte, perché le onde radio ci mettono un certo tempo per passare. Altro che interattivitą immediata. Persino il telefono Ź molto piĚ veloce di quello che si vedeva. C'Ź questo tempo infinito.

Per me il computer rimane tuttora uno strumento senza nessunissima anima, non ci faccio nessuna particolare proiezione. Anzi, a volte mi ci arrabbio un po', perché non sempre funziona, si impalla. Per alcune persone, invece, Ź un oggetto magico, ma questo non sta lď, non hanno scritto i progettisti questa dimensione. ť qualche cosa che evidentemente sta nella nostra mente. E del magico, del favolistico, dell'immaginario, abbiamo tanto bisogno. ť il pane della vita, della comunicazione. Se non ci fosse quello, saremmo anche noi delle macchine che scambiano dati. Quindi, non mi pare che il computer debba essere visto come un oggetto. Cosa ne pensate?

 

Intervento – Tosolin (psicoanalista della SPI) - Il mio atteggiamento nei confronti del suo portale, che mi arriva attraverso un e-mail, Ź quello passivo, come fonte di notizie, informazioni. E non mi Ź mai venuto in mente di interloquire con il portale, perché lo prendo come una fonte molto interessante e aggiornata di notizie. Non mi Ź mai venuta voglia di parlare con chi scrive il portale. Quella della biblioteca credo sia un'analogia abbastanza chiara: di una passivitą, come fonte di informazioni. Anche perché non saprei cosa dire, se non chiedere un'altra informazione. Questo per quello che riguarda l'atteggiamento.

Un'altra osservazione su quanto sta dicendo, che credo sia molto corrispondente al vissuto di noi tutti nei confronti di questo metodo nuovo, perė Ź lo stesso che avevamo avuto con il telefono… cioŹ io mi ricordo, sono un po' piĚ anziano di tutti… da ragazzo il telefono non esisteva, se non quello a manovella e solo negli uffici e non nelle case private, almeno al mio livello sociale. Quando Ź arrivato negli anni '50-'60 in casa, era un oggetto misterioso. Se suonava, si pensava: "Ź successa una disgrazia". Questo pessimismo mi sembra un vissuto inevitabile, che si ripete. E per i ragazzi l'uso del telefono non Ź forse come lo vediamo noi. Perché si va anche molto piĚ indietro. Le stesse cose che si dice che dicessero quando hanno fatto il libro stampato, addirittura… che si perdeva la bellezza del libro, l'umanitą.

 

M. Longo - Penso che ogni innovazione comporta sempre un cambiamento catastrofico e quindi una perdita o la fantasia, nei catastrofisti, che si perda piĚ di quello che si ottiene. Ovviamente ci sono tutti i versanti: c'Ź l'aspetto pessimistico, catarstrofale, c'Ź l'aspetto piĚ che entusiastico, addirittura maniacale, eccitatorio.

Sembra che la cosa piĚ difficile da fare nei confronti dei sistemi di comunicazione sia trovare una via di mezzo e quindi trovare anche una fruizione operativa del mezzo. In un senso o nell'altro, comunque sono sovrapposte le due cose. Io tendo a sottolineare un po' piĚ gli aspetti di moderazione, perché in genere quando mi trovo a parlare, trovo invece persone entusiaste e desiderose di avere sempre di piĚ. Tendo a fare l'operazione frenante: un momento, mettiamoci in rapporto. Perché Ź vero che si puė fare il parallelo con la biblioteca, ma Ź anche vero che se un collega, quindi non un editore, un imprenditore, si mette a fare un portale per raccogliere materiali e dare informazioni, forse a questo collega una telefonata si potrebbe anche fare, soprattutto se fa parte della stessa nostra associazione. Invece, per esempio, se sei iscritto anche alla lista della SPI, hai visto che le uniche 5 o 6 lettere che in 6 anni sono passate nei confronti di Silvio Merciai, che l'ha attivata, sono state lettere di critica. Non Ź mai passata una lettera che dicesse: grazie che ci hai dato un sistema per comunicare tutti insieme, in 800 persone.

 

Intervento – M. Zipoli (psicoterapeuta – Responsabile della Sezione Lombarda della Soc. It.di Psicol. Clinica e Psicoterapia) -  Bisognerebbe trovare il sistema per personalizzare la macchina. Se io apro questo portale, da nessuna parte trovo chi c'Ź dietro e quindi sono piĚ tentata di utilizzarlo come un libro.

Mi Ź capitato che mio figlio mi abbia scritto una e-mail. Io gli ho risposto e per differenziare la risposta dalla sua l'ho scritta in stampatello. Dopo di che gli ho telefonato e gli ho chiesto se aveva ricevuto la mia lettera, lui mi diceva "non urlare". Ma guarda che io non urlo, parlo sottovoce. Ti ho detto di non urlare. Poi, dopo mezz'ora mi ha spiegato che quello Ź il gergo. CioŹ scrivere in stampatello significa urlare. Perė l'utente comune non Ź a conoscenza del codice deontologico dell'uso di internet. Forse uno sforzo per personalizzare, per comunicare che dietro quel portale c'Ź chi ci lavora e quindi gradisce anche avere dei suggerimenti, piuttosto che delle critiche aiuterebbe a umanizzare un po' di piĚ la cosa.

 

M. Longo - Ci sono anche degli articoli che descrivono come avviene la comunicazione e spiegano le faccine (smiles). Basterebbe andarseli a vedere. Ci sono poi una serie di mailing list, di servizi. Per chi entra nel sistema ci sono: istruzioni, qualche raccomandazione, cioŹ una serie di elementi che dimostrano come Ź meglio comunicare in Rete. Meglio non dal punto di vista superegoico, perché si debba fare cosď, ma perché alcune cose vanno evitate oppure vanno frenate. Perché spesso quello che accade Ź che le persone  non si pongono il problema che ci sia qualcuno dietro. ť strano, perė perché Ź del tutto intuitivo che ci sia qualcuno dietro.

 

Intervento –Tosolin -  Io sono qui questa mattina perché avevo curiositą di conoscerla. Perché molto probabilmente fino adesso ho interloquito con una pagine del computer, adesso volevo vedere chi c'era dietro. Mi Ź venuto in mente mentre stavamo parlando. Ma dove, perė, ho colto un'occasione reale e non attraverso il computer.

Lď, forse Ź quello che sta dicendo, c'Ź l'esigenza di avere questo tipo di comunicazione piĚ umana, personale, piĚ analogica, nel linguaggio della comunicazione. Ma forse Ź qualche cosa da superare per sviluppare di piĚ una comunicazione digitale, cioŹ attraverso un linguaggio del contenuto del messaggio piĚ che non attraverso tutti gli altri aspetti analogici, che ci sono anche perché il maiuscolo Ź un aspetto analogico e non digitale della comunicazione e quindi c'Ź comunque, ma prevalente Ź l'aspetto digitale. E forse, siccome ho fatto qualche tentativo di psicoterapia, non online, ma di qualche paziente che si Ź allontanato e abbiamo continuato a comunicare in psicoterapia… e lď ho trovato qualche cosa che mi incuriosiva e non in questo tipo di modalitą. E dove mi Ź sembrato di cogliere che gli aspetti analogici non ci sono. Ci sono solo gli aspetti digitali. CioŹ, agire attraverso il contenuto, riesce ad influenzare le modalitą analogiche. Questo Ź il problema che mi ero posto. Non se riguarda anche il rapporto dell'utente con il portale.

 

M. Longo - Diciamo che il portale si pone effettivamente in maniera un po' asettica, come un contenitore di contenuti. Questo anche per come sono fatto io. ť vero che c'Ź scritto il mio nome lą sotto, ma Ź scritto in piccolo e nessuno lo vede, perché bisognerebbe far scorrere la pagina, mentre uno entra e fruisce. Questa Ź stata evidentemente anche una mia scelta, quindi devo prendermi le mie responsabilitą. Al di lą del fatto che, personalmente, da sempre, se leggo un articolo e lo trovo interessante e alla fine c’Ź l’indirizzo dell’autore, una letterina gliela mando e questo da prima che esistesse Internet, ma questa Ź una mia abitudine. Probabilmente non tutti ce l’hanno. Certo, non Ź che ho scritto a tutti, ma se mi interessava qualcosa sď. E in genere c’Ź sempre stata una risposta abbastanza generosa, perché fa anche piacere avere un riconoscimento. Poi, essendo entrato in Rete moltissimi anni fa, ho partecipato della nascita di questi sistemi di comunicazione, quindi mi ricordo, quando, ancora nel ’92-’93-’94 in Italia comunicavamo in una trentina di persone, tra cui Silvio Merciai e altri, con varie persone dell’estero, in una mailing list di psicologia e quindi ho vissuto tutto un aspetto piĚ pionieristico in qualche modo. Chi entra in Rete oggi salta completamente il passaggio, quindi gią vive immediatamente una situazione completamente diversa e forse Ź bene anche che sia cosď, ci mancherebbe altro. Perė, il punto per arrivare alle cose che dice lei rispetto alla possibilitą di usarle clinicamente, dobbiamo arrivarci.

Il punto Ź questo: che comunque c’Ź, nella nostra mente, una modalitą di proiettare e vedere questo sistema e questo influenza la comunicazione che puė essere fatta in qualunque modalitą. Ora, teniamo presente che tra due o tre anni al massimo avremo tutti dei computerini piccolini, con l’audio/video, quindi sarą un telefono evoluto e probabilmente tutto il problema della e-mail, dell’analisi del testo, dell’urlare farą parte della preistoria, saranno i graffiti di Internet. Perė, attualmente, effettivamente, Ź cosď. Ed Ź anche un’occasione per pensare, perché, se riflettete, la pratica di scrivere lettere, come faceva anche Freud con i suoi collaboratori, si era in gran parte persa. Chi conserva le lettere, tutte in copia, scritte in brutta? Forse qualcuno della nostra etą che lo faceva da ragazzetto, ma poi era una cosa che si era in massima parte persa, completamente. Tanto c’era il telefono, altre cose.

L’e-mail ha dato la possibilitą a molte persone di riprendere a scrivere lettere. Quindi a comporre un testo e, se si vuole comunicare, a scrivere in un certo modo.

E qui si pone un problema: quando si parla con un paziente attraverso l’e-mail, si scrive di getto o si corregge la mail? ť un bel problema, soprattutto se poi pretendiamo di fare un’analisi di questa comunicazione, perché bisognerebbe fare un’esegesi, un’analisi del testo e delle sue trasformazioni, come quando si fa prendendo gli appunti di un autore che ha in qualche modo scritto un libro. Non si puė guardare soltanto l’effetto finale.

Tutto questo potrebbe essere analizzato nei termini: la persona prima di scrivere ha pensato. Cosď come prima di parlare si dovrebbe pensare. Perė la comunicazione cambia, perché una cosa Ź comporre i pensieri nella mente e poi parlare piĚ o meno di getto, magari fermandosi, cambiando argomento… "immagino, mi Ź venuto in mente anche questo"… facendo dei lapsus, degli errori e una cosa Ź correggere tutti gli errori, quindi rendere invisibili certe cose o ricomporre le immagini secondo un aspetto storico, che Ź quello che legge il lettore, mentre non Ź il modo in cui sono state pensate le cose.

Tutto questo salterą quando ci sarą la comunicazione multimediale audio-video, ma attualmente questo problema c’Ź. E quindi si pone il grosso problema: Ź possibile fare un setting attraverso l’e-mail? Devo dire, a mio avviso, sono molto scettico, perché non c’Ź nessuna compresenza spazio/ temporale. Dov’Ź il qui e ora? Diciamo che le obiezioni che si possono fare sono tali e tante. dopo ne parliamo. Poi ne parlerą bene Silvio Merciai, che ha studiato particolarmente queste cose e tutta la bibliografia internazionale.

ť vero che, perė, qualche cosa si puė fare anche dal punto di vista clinico, perché, comunque, qualche paziente chiede aiuto oppure ci sono persone che, effettivamente, chiedono aiuto attraverso la rete e non lo chiederebbero in un altro modo. La rete sta diventando un luogo che permette ad alcune persone, immerse, come tutti noi, in questa societą multimediale, di fare un certo tipo di domanda. Con l’Ordine dei Medici e degli Psicologi, dove sono stato chiamato come consulente, stiamo lavorando per capire di che tipo di fenomeno si tratti ed eventualmente di stabilire delle linee guida, una presa di posizione, rispetto all’uso clinico della Rete. Altrimenti, il rischio Ź che si ricrei nella Rete il caos e la dimensione selvaggia che c’era, e per molti aspetti c’Ź ancora, prima della costituzione degli elenchi degli psicoterapeuti nei due albi dei medici e degli psicologi. Quindi, credo che sia assolutamente necessario, al piĚ presto, analizzare il fenomeno e stabilire delle linee guida, anche, per esempio, rispetto alla segretezza della comunicazione dei dati. Sapete come funziona una e-mail? Uno scrive, dopo di che, attraverso il programma, la spedisce alla propria mailbox. La propria mailbox si trova nel proprio provider, quindi Ź collegata direttamente attraverso l’account, il proprio abbonamento. Il provider ha un mail server, che legge l’indirizzo e comincia a moltiplicare per un numero quasi infinito di volte quella mail. Questo lo ignorano tutti. Quella mail, praticamente, diventa migliaia di mail e comincia a prendere altrettante vie attraverso la Rete. Una passa per il satellite, una per il Polo Nord, una per il Sudafrica. Quando una di queste mail, un po’ come gli spermatozoi, arriva al mail server di arrivo, lascia una traccia che inibisce tutte le altre che mano a mano arrivano, quindi, sostanzialmente, tutte le altre vengono cancellate. Infine, il mail server spedisce nella mailbox del ricevente la mail, una sola. A volte ne arrivano due o tre uguali… succede. Quello Ź un errore: Ź come se due spermatozoi fossero entrati nello stesso ovulo. La moltiplicazione indefinita dell’identitą di una mail Ź quasi ignorata. Basta, perė, che ci sia una differenza di tensione elettrica, i dati viaggiano in questo modo, e quella mail cambia indirizzo. Sarą successo a tutti di ricevere delle mail strane (non quelle pubblicitarie, che ci invadono). Ci si chiede perché  abbiano scritto proprio a noi, al nostro indirizzo, quando in realtą si parla di fisica nucleare, quando noi facciamo gli psicoanalisti.

Quella Ź una mail sfuggita al sistema di inibizione, in cui basta che sia stata cambiata una letterina, un carattere ed Ź arrivata alla nostra mailbox, invece che ad un’altra. Oppure arrivata anche di lą, perė una che si Ź alterata Ź arrivata da noi. Questo significa che il sistema di comunicazione via e-mail Ź assolutamente insicuro. Statisticamente Ź molto improbabile, perė Ź sempre significativo. Comunque, la segretezza non c’Ź.

Ma non Ź solo questo il problema. ť che esistono dei programmi, che probabilmente molti di noi non hanno mai usato, attraverso cui Ź possibile trascrivere le mail di una persona. Se io voglio sapere che cosa ha scritto una persona negli ultimi tre anni, in Internet, ho la possibilitą di farlo. E vedo tutto quello che ha scritto, purché lo abbia scritto su provider non criptati. Ora, esistono anche le persone perverse in giro, che si divertono in Internet cosď. E se capita il paziente perverso? Oppure, se abbiamo una ottima comunicazione con un paziente e l’altro nostro paziente, perverso, vuole sapere cosa diciamo agli altri pazienti, lo puė fare. E qui la cosa comincia a diventare piĚ grave.

Per poter stabilire le linee guida di un lavoro clinico in Internet, prima bisognerebbe sapere come si fa a criptare un messaggio. Quindi stabilire dei codici che rendono illeggibili i messaggi a chiunque altro. Penso che faccia parte del setting, di un contratto, ammesso che si possa mai fare psicoterapia in Rete. Comunque sia, qualunque relazione privata andrebbe protetta. Questa Ź la prima cosa. Non si puė giocare con un sistema, qualunque esso sia. Al telefono, certe cose, uno non le direbbe mai. Anche lď Ź altamente improbabile, rispetto a 30 anni fa, che una comunicazione venga sentita da qualcun altro, perė la possibilitą, per quanto remota, c’Ź sempre.

Ecco perché penso che una maggiore consapevolezza di come funziona tecnicamente il sistema, servirebbe ad avere meno fantasie, ottimistiche, maniacali o pessimistiche e ad utilizzarlo meglio secondo le modalitą operative piĚ corrette. Effettivamente, manca abbastanza una comunicazione di questo tipo, ma in una qualunque libreria ben fornita si trovano un centinaio di libri che parlano di come si manda una e-mail. Non li compra quasi mai nessuno, eppure lď c’Ź tutto. C’Ź il sito del Congresso di Brescia, fatto da Ronchi, in cui c’Ź tutto un elenco di queste cose. Ma come c’Ź su Psychomedia, c’Ź in altri 10mila posti della Rete.

Il punto Ź che, comunque, sembra esserci una sorta di contraddizione nel desiderio di comunicare immediatamente, velocemente con tutti. Probabilmente il paziente che ci manda una e-mail potrebbe essere quello che ci fa le telefonate fuori seduta, ma potrebbe avere anche una personalitą completamente diversa. Il telefono presuppone di trovarti, trovarti libero, disponibile, mentre l’e-mail, la si puė spedire comunque, quindi risulta meno invasiva ed anche piĚ protetta, perché la si leggerą con comodo. E poi se si vuole si risponde. Anche l’SMS funziona cosď. Mentre la telefonata Ź sicuramente piĚ invasiva, quindi si pone anche questo problema.

Quindi, su come utilizzare il mezzo, in quale maniera e per quale tipo di comunicazione, immediata oppure mediata. Se non si tiene conto di quello che Ź il mezzo, probabilmente in maniera chiara e operativa, se non si conosce, non si puė neanche avere una comunicazione. Oppure la comunicazione si altera: "Non urlare", ma come faccio a saperlo che se scrivo maiuscolo sto urlando? Devo fare parte di una cultura, devo entrare in una situazione gruppale, come la Rete  che ha le sue regole, o che se le Ź date, la sua storia, e che in qualche modo se la racconta, o ne tiene conto, la sua cultura, la sua ideologia, le sue bandiere, le sue dimensioni, le sue lotte, le sue frammentazioni. Devo entrare in una logica di gruppo. Il telefono ha dato la possibilitą di pensare di poter comunicare individualmente con un altro individuo, mentre in Rete si ha comunque la sensazione di poter comunicare con qualunque punto e questo gią Ź molto diverso.

 

Intervento - Sono Brona Chiesa e sono una psicoterapeuta e a me Ź capitato un anno e mezzo fa di dover usufruire dell’e-mail, perché una paziente si era trasferita in Inghilterra per un master e lą era stata presa da un’angoscia incredibile, perché aveva dei ritmi di studio inconcepibili e per cui Ź andata in forte crisi. Ciė che io ho vissuto nelle valanghe di mail scritte da lei Ź che io avevo… non un disagio… perė presumevo che potevano essere captate chissą da chi, chissą quando e chissą dove, quindi il mio disagio era dover comunicare e nello stesso tempo contenere una segretezza, una riservatezza, una centralitą che mi impegnava moltissimo. Mentre dall’altra parte c’era questa invasivitą proprio, un’espulsione, direi. Ero abbastanza parsimoniosa nello scrivere, non Ź che a getto rispondessi, per cui, Ź vero, e anche questo mi disturbava, sapevo che la lasciavo nell’angoscia, per un certo periodo, perė le avevo detto chiaramente che ci saremmo sentite, avevo dato dei tempi, al massimo due volte alla settimana.

 

M. Longo - Questo Ź sostanzialmente importante.

 

Brona Chiesa - Per cui, chiaramente, se vedevo un’urgenza, se avevo scritto il venerdď, scrivevo anche il lunedď. Se mi sembrava di cogliere, in tutti questi messaggi, una capacitą contenitiva, allora procrastinavo un po'. Comunque, ho trovato questo nel mio lavoro: un dispendio di energie concettuali, proprio nel focalizzare e, in un modo molto incisivo, cogliere il punto primario di ogni periodo che mi veniva proposto, senza poi dover successivamente rileggere. Ecco, quello che non ho mai piĚ fatto Ź stato quello di rileggere il testo. E mi sono accorta che nell’anno e mezzo, perché poi tra discutere la tesi lei si Ź trattenuta un anno e mezzo, ho ridotto la lunghezza delle mie mail: quello che all'inizio facevo in una pagina, alla fine, pur dicendo tutto quello che era strettamente necessario e soprattutto mirato, lo condensavo in non piĚ di una decina di righe. Cercando veramente di trovare una modalitą comunicativa, non dico oscura, ma che per gli altri fosse oscura e per lei invece comprensibile. Certo, io avevo questo soggetto in mano da diverso tempo, per cui mi Ź stato abbastanza facile entrare in questa dinamica. Perė io non so se una seconda volta ripeterei l’esperienza, puė darsi di sď, tutto da valutare, perė mi Ź sembrato di poter rispondere al bisogno della mia paziente pur senza raccogliere solo la dualitą della persona, in un setting particolare che solo la vicinanza comunicativa puė dare, pur riuscendo a non essere fredda, meccanica o oggettuale nella comunicazione.

 

M. Longo - Io credo che di queste cose vi parlerą molto meglio Silvio Merciai e Goisis, quindi non vorrei entrare troppo in questo tipo di comunicazione.

Vorrei parlarvi un po’ della gruppalitą perché penso che la Rete sia qualcosa che attiva molto di piĚ la nostra gruppalitą e dobbiamo tenere conto di questo discorso di appartenenze ai vari livelli. Questo sarą perché personalmente ho la formazione anche di psicoanalisi di gruppo, perciė da tanto tempo tengo molto presente questa dimensione relazionale in qualunque tipo di rapporto anche se Ź duale. Freud parlava di teatro della mente, parlava di personaggi, quindi penso che noi siamo costantemente immersi in una situazione, anche nel rapporto con il paziente, anche nel rapporto di supervisione, in una situazione multifattoriale, che ha tante dimensioni.

Se lei scrive in un certo modo, possiamo anche dire che in quel momento Ź un certo tipo di personaggio. Se sceglie di fare questa cosa e di apparire cosď a quella paziente, Ź perché fa una scelta anche tecnica, perché Ź funzionale e perché le sembra buono il fatto di non rileggere: cerca di rispondere piĚ all’emozione che c’Ź dietro e non ai fatti. E questo anche perché uno ha un certo tipo di formazione, perché uno psicoterapeuta con una formazione diversa, si metterebbe magari a dare i consigli, gli ordini sul comportamento. Perė io sono molto d’accordo che Ź meglio rispondere all’emozione, possibilmente non di getto, ma dopo un contenimento, un’elaborazione, perché altrimenti si tratta di una controreazione. Ma di questo vi parlerą molto meglio Silvio.

Ultima parentesi: mi Ź capitato solo un paio di volte, con un pilota e una persona che faceva anche lei un master, per un periodo di un anno e mezzo negli Stati Uniti, di mettere a disposizione la possibilitą di scrivere via e-mail. Intanto l’ho fatto perché avevano gią visto il sito e sapevano che io avevo l’e-mail, perché altrimenti, a quel tempo, probabilmente, non mi sarebbe neanche venuto in mente di proporlo. Oggi non lo so, oggi forse, a cose fatte, potrei anche dare questa disponibilitą, tanto ormai si dą per scontato che l’e-mail ce l’abbiano tutti. Ho stabilito fin da subito: venivano due volte alla settimana, quindi due mail alla settimana, a cui rispondevo con due mail alla settimana. Tendenzialmente rispondevo a queste persone negli orari o nei giorni in cui venivano.

Ho cercato di mantenere in me e di far mantenere in loro il setting che avevamo e che poi Ź stato, tra l’altro, ripreso o veniva mutuamente ripreso dal pilota, quando era in Italia.

Questo mi Ź sembrato importante, anche per difendermi da una presunta possibile invasione, per non essere disturbato nei miei tempi privati.

La posta la leggo in varie ore della giornata, soprattutto perché devo gestire una ventina di mailing list, controllare come funzionano, placare quelli che urlano, che strillano, che si menano, che trasformano le liste in duelli. Perė se devo parlare con un paziente, con qualcuno che mi consulta, cerco di dargli un setting: non leggo la mail quando sono in momenti di relax o levando tempo ad altre cose private. Mi sembrerebbe di mettermi in una situazione mentale fuori dalla situazione.

Poi puė anche accadere che il paziente ci telefoni, perė, in genere, se un paziente ci telefona, quand’Ź che noi lo richiamiamo? Immediatamente? In genere troviamo la telefonata in segreteria telefonica, perché magari siamo in seduta. E lo richiamiamo in un tempo di lavoro, in uno spazio mentale di lavoro.

Questo significa che noi siamo declinati in un’area di appartenenza, che Ź quella della nostra professione, della nostra appartenenza societaria o comunque ad un ambito professionale, cioŹ che comunque noi utilizziamo una parte della nostra identitą che Ź declinata in un certo tipo di gruppalitą o di cultura. Lo stesso fa la paziente. Perché la paziente si Ź trovata in una situazione in cui il master era particolarmente pesante, ovvero, viveva in un certo tipo di gruppalitą e doveva cercare di mettere insieme la sua storia, il suo romanzo, la sua dimensione percettiva e la sua memoria, con questa situazione comunicazionale locale completamente diversa in cui era immersa. Evidentemente la invadeva al punto di dover far percepire poi alla terapeuta questa invasione invadendola di e-mail. Potrei leggerla cosď, volendo. Adesso non pretendo che sia cosď, ma potrebbe essere letta anche in questo modo.

 

Intervento -  L. Lampertico (psicoterapeuta – membro del comitato direttivo della Soc. Ital. Di Psic. Clinica e Psicoterapia) -Si pone anche il problema del pagamento, che pone un’alterazione del setting, al di lą di tante altre cose piĚ complesse.

 

M. Longo - Veramente questo sarą il tema di Silvio Merciai. Io vorrei parlare degli aspetti gruppali.

 

Intervento – R.. Telleschi (psicoterapeuta – presidente della Soc. It. di Psicol. Clin. e Psicoterapia) Sentivo che parlavi di setting e di terapia online, volevo portare una mia brevissima esperienza di consultazione online. Il cosiddetto Ospedale Virtuale Italiano mi ha chiesto di dare un contributo rispetto alle richieste, lettere, messaggi che arrivavano. E io ci ho provato. Quello che volevo sottolineare di questa esperienza, che appunto, Ź stata sufficientemente breve, per cui non posso arrivare a dare un inquadramento teorico della situazione Ź che, davvero, c’Ź questa sorta di contatto fra sconosciuti, come se si trattasse, di un naufrago che sostanzialmente butta una bottiglia nel mare, sperando che qualcuno prima o poi la raccolga. Ecco, penso che questo sia l’aspetto un po’ caratterizzante. Proprio perché l’aspetto degli sconosciuti, di quello che in qualche modo getta una richiesta d’aiuto, in un mare amplissimo, quasi grandioso, senza sapere se dall’altra parte davvero c’Ź qualcuno che possa ricevere, accettare e anche tollerare la sua richiesta d’aiuto.

Tu facevi l’esempio del setting: il trovare anche uno spazio e un tempo per potere dedicare le nostre capacitą e risorse professionali, psicologiche e umane per poter rispondere a domande o comunque richieste d’aiuto, che spesso e volentieri sono anche piuttosto sintetiche. Lo stesso codice dell’e-mail richiede che ci sia un certo tipo di linguaggio, per cui anche il linguaggio stesso si differenzia, da quello che poi, di fatto, Ź l’incontro, invece, concreto e materiale fra due persone, in cui una chiede aiuto all’altra, proprio come se avesse di fronte un professionista, che si aspetta che possa davvero dare un aiuto rispetto ad una serie di bisogni o difficoltą che ritiene intollerabili per se stesso. Allora, invece, attraverso la mediazione del sito, attraverso la mediazione dell’e-mail, attraverso la mediazione di Internet, c’Ź proprio questa sorta di possibile o anche impossibile, incontro tra due persone dove uno non sa cosa puė aspettarsi dall’altra, ma comunque sia, questa bottiglietta, con il suo messaggio, un po’ come diceva Gaddini rispetto alla questione dell’acting-out, credo che sia un po’ l’aspetto innovativo, curioso e bizzarro, intrigante di questo incontro. La seconda cosa Ź quella relativa proprio a come nasce Internet, che mi ha sempre un po’ incuriosito. Internet nasce sostanzialmente come una rete per scopi militari, nel momento stesso in cui in caso di un possibile, futuribile attacco atomico, negli Stati Uniti si era preoccupati di come far nascere una rete alternativa al sistema di comunicazione ufficiale. Quindi, nasce sostanzialmente come una rete nascosta, non ufficiale.

 

M. Longo - E all’85% Ź tuttora militare. La sperimentazione grossa Ź stata fatta nella Guerra del Golfo, usavano la rete attraverso i satelliti. Usano una parte di Internet, che ovviamente Ź chiusa, privata, criptata.

La rete tecnica, che Ź tutto il sistema, e la rete comunicazionale e mentale che Ź ovviamente molto piĚ piccola. Perė un hacker, quando si pone il problema di penetrare parti della rete, cerca di arrivare ai limiti dell’impero.

 

R. Telleschi - Allora, questo Ź un ulteriore elemento di riflessione sulle origini di Internet, che ci dice come ci sia una rete ignota, nascosta, sotterranea, che unisce le persone. Allora, da questo punto di vista, questo vizio che sta alle origini Ź significativo anche dell’uso di Internet che viene fatto oggi come oggi, rispetto anche ad una richiesta di aiuto. CioŹ non c’Ź una persona che si presenta, non c’Ź una persona che si identifica. Per lo piĚ, c’Ź una persona sconosciuta, ignota, che ti spara addosso la sua richiesta, che ha urgenza di avere sostanzialmente una risposta e che nel momento stesso in cui la tua risposta non lo soddisfa, interrompe qualsiasi comunicazione.

 

M. Longo - E si rivolge in un altro punto altrettanto oscuro, senza sapere chi Ź, con la stessa, non oso nemmeno chiamarla speranza, perché non so se Ź speranza. Citando Gaddini, perché tra l’altro mi interessa, perché penso anche agli aspetti imitativi, alla piattezza. Mi viene in mente spesso di pensare che il rapporto con Internet Ź un rapporto con una superficie, non con un volume, nonostante sia una questione di rete, spazio, perė sostanzialmente Ź un appiattirsi sullo schermo, un appiattirsi sull’altro presunto. Anche per la carta, per l’e-mail, per il video, ci sono varie dimensioni di questo genere. E cosď come la persona imitativa, quindi pre-edipica, non si mette veramente in rapporto con l’altro, ma gli appiccica addosso qualche cosa sperando che l’altro, se non altro per il tentativo di scrollarsi queste cose, gli risponda “esisto, guarda che mi hai fatto male”. Credo che avvenga la stessa cosa. Se poi questa vogliamo chiamarla la base della speranza che venga accolto il messaggio nella bottiglia, che mi sembra piĚ lanciata che non lasciata nel mare, questo potrebbe anche essere. Perė Ź strano, perché lavorando nei servizi di salute mentale, si vede come, a volte, c’Ź il paziente che arriva, ti guarda in faccia e non ti dice niente. Oppure se ne va addirittura prima perché non gli ha fatto piacere qualcosa. Mentre in Rete c’Ź un plus di comunicazione. ť come se ci si provasse forse proprio perché mancano queste prime impressioni che, nel reale, possono essere inibitorie, oppure facilitanti, a seconda dei casi.  Questo Ź tutto un fenomeno importante. Forse non sono le stesse persone che chiedono aiuto in Rete rispetto a quelle che comunque scelgono di andare in un servizio, in uno studio privato. Qui c'Ź una potenzialitą. Forse c’Ź una domanda che, stante anche la situazione sociale e gruppale nella quale siamo tutti immersi, sta cominciando, sempre piĚ, a esprimersi in questa maniera. Da cui la necessitą di riflettere su questo e anche pensare se Ź possibile stabilite delle regole di setting, dare una risposta. Se non altro come ambulatorio virtuale, per poi portare in un setting piĚ specifico queste persone che forse avrebbero difficoltą a chiederlo diversamente.

 

R. Telleschi - D’altra parte la questione del pagamento credo che sia assolutamente un aspetto centrale o comunque abbastanza importante. Tant’Ź che quando questo sito da gratuito Ź diventato a pagamento, per chi voleva lanciare la bottiglia, sono calate moltissimo le domande o le richieste d’aiuto. Poi sarebbe interessante cercare di sapere quante di queste persone, che utilizzano questi siti, per cercare di darsi una qualche risposta rispetto a proprie personali difficoltą, davvero poi da lď passano ad uno studio terapeutico. In percentuale sarebbe interessante sapere quante persone poi, di fatto, dopo questo primo contatto, arrivano.

 

M. Longo - Sarei curioso di sapere quanti terapeuti on-line o sedicenti tali, propongono questa cosa. E quanti, invece, con una modalitą forse un po’ ludica, perché fa piacere giocare con un oggetto nuovo o distrarsi dal contatto piĚ invasivo del paziente che ti viene in studio, quante persone, invece, non lo propongano affatto questo incontro.

 

R. Telleschi - Nel mio caso, per parlare di un’esperienza concreta, durata molto poco, perché sono entrato in contatto con questo sito nel momento in cui stavano gią lavorando per programmare il sito a pagamento. Per cui nel momento stesso in cui Ź diventato a pagamento, io mi sono allontanato perché non era piĚ una disponibilitą che poteva avere un senso, da parte mia. E non solo da parte mia, ma ho visto anche da parte di altri specialisti. Il sapere chi abbia davvero dato questa disponibilitą per l’incontro terapeutico, credo che sia molto importante. Per quanto mi riguarda, non c’Ź mai stata, di fatto, questa disponibilitą nel senso che c’era una domanda a cui io cercavo, sostanzialmente, di rispondere, in scienza e coscienza, ovviamente, sulla base delle mie capacitą e a seconda di quelle che erano state le richieste. Perė non c’era l’idea dell’aggancio terapeutico, perché mi sembravano e mi sembrano tuttora, due livelli completamente diversi, due ambiti completamente diversi, di lavoro. Quindi non Ź possibile pensare di slittare da un setting all’altro, con molta facilitą. Questo Ź comunque la mia breve esperienza e le mie opinioni in  merito

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Seconda parte

 

Scopo di questo lavoro Ź in primo luogo analizzare similaritą e differenze tra i fenomeni gruppali osservabili nei “gruppi telematici” (vale a dire le situazioni gruppali attivate mediante l’uso dei supporti tecnici disponibili in internet: chat, mailing list, mud ecc.), oppure nei “gruppi mediatici” (vale a dire le situazioni gruppali attivate attraverso l’uso della tecnologia multimediale: tele-audio- e tele-video-conferenza), rispetto ai fenomeni dinamici ben noti che caratterizzano tutti i “gruppi somatici” (termine che utilizzo per intendere tutte quelle situazioni gruppali che presuppongono cioŹ la presenza del corpo nel qui ed ora), siano essi gruppi di discussione, di formazione, di supervisione o clinici, comunque attivati nel setting abituale.

In secondo luogo sarebbe poi intenzione di questo lavoro cominciare ad indagare la possibilitą di attivare in via sperimentale anche in rete, o grazie al supporto multimediale, un setting gruppale virtuale utilizzabile anch’esso, in particolari condizioni, per la discussione, la formazione, la supervisione o la clinica.

 

Una considerazione preliminare: cercare di riflettere su internet e sui nuovi media, ovvero sulle tecnologie di comunicazione che, volenti o nolenti, stanno sempre piĚ entrando a far parte della nostra vita individuale e sociale e che sempre piĚ in futuro ci condizioneranno, oltre a fornirci nuove possibilitą e soluzioni, vuol dire senza dubbio riflettere sul nostro rapporto con il video, il computer e le strutture di rete, ma ancor piĚ vuol dire cercare di approfondire l’indagine sulla relazione tra la nostra mente e l’uso di questi strumenti, su cosa modernamente si intende per “apprendere” o per “comunicare”. Il problema che si pone Ź quindi: quanto di noi, del nostro pensiero e delle nostre emozioni Ź gią oggi contenuto in questi mezzi, tanto che proprio in essi oggi preferenzialmente lo cerchiamo, piuttosto che in una biblioteca o in un archivio polveroso, e quanto di noi puė essere da essi, piĚ o meno opportunamente ed efficacemente veicolato?

 

Inoltre i nuovi media sembrano comunque richiedere una trasformazione della nostra mente per poter essere usati al meglio, oltre che pensati e apprezzati. Come afferma Renato De Polo (1), finora «avevamo l’idea di una mente che guida dall’alto il corpo e che si apre, se vuole, sull’infinito, in rapporto alla sua capacitą di estendere i confini della sua visione, reale o mentale … Ma la convinzione forse piĚ salda era che la mente fosse dentro il corpo. Ora ci viene presentata una mente che sta fuori dal corpo e che non ha un suo centro, essa Ź presente e puė essere rintracciata nelle operazioni che compie. Anzi addirittura questa “mente fuori dal corpo” mette in contatto persone che hanno un rapporto di comunicazione sensoriale pressoché nullo».

 

Lą dove non Ź possibile un contatto fisico con gli altri, attraverso l’usuale gamma della percezione e la modulazione delle sfumature sensoriali, occorre dunque interrogarsi attentamente su quale tipo di contatto Ź importante ricercare, attivare e mantenere, onde poter permettere un sufficiente grado di orientamento relazionale e di elaborazione affettiva. Come sappiamo, nei gruppi telematici molto spesso il contatto tra i membri non Ź affatto facile, contrariamente forse alle aspettative, ed Ź ben nota invece la presenza di lunghi silenzi o inveterate attese, aspettando Godot o che finalmente accada qualcosa … ma sempre tra gli altri. Tuttavia altrettanto spesso si vengono a formare delle situazioni di forte condivisione, basate cioŹ su un contatto apparentemente molto intenso, anche se proprio per questo altrettanto effimero; cosď intenso da sembrare, ad una analisi piĚ approfondita, molto condizionato da evidenti livelli di proiezione e di illusione.

 

Fin qui nulla di nuovo dunque: in tutte le situazioni gruppali uno degli elementi piĚ studiati Ź proprio quello che Anzieu chiamava “illusione gruppale”, un fenomeno per molti versi simile a quello che Bion chiamava “attesa messianica”, ovvero quelle situazioni di stallo relazionale, di aspettativa senza nome, in cui un gruppo “sembra unirsi” coesivamente e quasi in una situazione di “trance ipnotica” intorno ad un “elemento fantastico condiviso”, non riuscendo a comunicare in maniera operativa e costruttiva, nell’attesa che si presenti un capo in grado di dare una linea o una rotta (sperando sia una rotta positivamente liberatoria e non una dittatura); anche se poi spesso il passaggio successivo nei gruppi Ź l’eliminazione del capo o in alternativa l’eliminazione del gruppo stesso (si pensi ad esempio anche alla vicenda del Reverendo Jones che portė un gruppo-setta, impossibilitato a costruire qualcosa di reale, ad un allucinante suicidio di massa).

 

Se da un lato rileviamo che i fenomeni gruppali di tipo illusionale sono particolarmente accentuati nei gruppi telematici (un po’ meno nei gruppi mediatici, grazie alla parziale presenza di elementi percettivi, resi disponibili dall’audio e/o dal video), nello stesso tempo notiamo che il contatto attraverso la rete, quando riesce ad istaurarsi, Ź comunque particolarmente caldo ed a volte anche incredibilmente stabile, come se ci fosse una vera “fame di comunicazione” in chi si connette ad internet, una fame che spesso trova soddisfazione on-line; anche se poi Ź ben noto che Ź assai difficile poter mantenere lo stesso livello di contatto e di comunicazione nel caso si arrivi ad un incontro nel reale, spesso molto deludente (ad evidente conferma di quanto detto sopra sui livelli di illusione).

 

Secondo Ermete Ronchi (2) «Paradossalmente, nella relazione con gli altri, sembra che sia la presenza delle persone in carne ed ossa ciė che rende piĚ ardua la possibilitą di generare stati emotivi di bellezza e benessere duraturi. Il corpo, il soma, Ź desiderato e temuto». In questo senso dunque internet costituisce una “nuova difesa” efficiente (un po' come l'invio degli SMS sui telefonini), oltre che una nuova possibilitą avvincente, sia rispetto al contatto, che rispetto alle usuali modalitą di comunicazione; favorendo per converso il contatto virtuale, teoricamente possibile con ogni cibernauta. Del resto gią nel nostro tempo e sempre di piĚ in futuro, continua Ronchi, «la visibilitą dell’altro e del mondo Ź sempre piĚ mediata da schermi e, oggi, sempre piĚ da internet. Da questo punto di vista ciė che si guadagna grazie all’incorporeitą di internet rischia di trasformarsi in perdita di capacitą affettive e relazionali con persone in carne ed ossa».

 

Una perdita alla quale fa da contraltare un senso di "grande potenzialitą", oltre che di presunta segretezza, come dimostra anche la tendenza di molti utenti della rete a mascherarsi dietro a dei nicknames (nomi d'arte o di battaglia?), o a fingersi di etą o di sesso diversi, oppure abitanti in cittą importanti e non in luoghi piĚ o meno piccoli o sperduti, forse stranamente "poco presentabili" in rete (nonostante la rete sia nata proprio per permettere a tutti di connettersi, indipendentemente dal luogo da dove ci si connette e dalle distanze geografiche). Dice ancora Ronchi «La potenza dello strumento a disposizione influenza quindi la pensabilitą del mondo e, pragmaticamente, determina i comportamenti umani. Il computer, con la sua ipervelocitą nell’elaborazione di dati e per conseguenza con la sua possibilitą di dare risposte quasi immediate a questioni complesse tende ad evitare la frustrazione dell’attesa, a dare l’illusione che ogni questione sia semplice e che la risposta valida sia sempre quella piĚ veloce … Questo induce sensazioni di onnipotenza. Un fraintendimento in una discussione in mailing list con persone di lą del monitor o in chat puė essere facilmente risolto con una cancellazione o con un cambio di stanza virtuale. Basta un click. Per questa via si puė tuttavia essere indotti a privilegiare ed enfatizzare solo ciė che dą piacere disapprendendo a gestire anche ciė che deprime».

 

Forse Ź per questo che, nonostante le enormi potenzialitą tecniche ed operative del mezzo informatico (o forse proprio per queste, chissą?), in tutto il mondo si registra a fianco di una sorta di sindrome "computer fobica" (che di fatto frena il pieno sviluppo dell'uso sia personale che interattivo del mezzo) una sorta di sindrome "computer ludica", che puė andare da un uso, diciamo cosď, infantile del mezzo, come nuova occasione digitale per il gioco ripetitivo o consolatorio; ad un uso, diciamo cosď, adolescenziale, come strumento di esplorazione sognante o pseudo-trasgressivo; fino a franche situazioni di abuso o ciberdipendenza, sempre piĚ riconoscibili anche a livello psicopatologico. La cosa piĚ difficile da pensare, oltre che da fare, come sempre Ź dunque anche in questo caso la fruizione equilibrata ed operativa di un mezzo, oltre quella creativa naturalmente.

 

In un mio precedente lavoro (3), sottolineavo come sia fondamentale utilizzare un punto di vista derivato dalle ricerche analitiche sui gruppi per poter comprendere appieno gli aspetti psicodinamici riguardanti l'uso e l'abuso delle nuove tecnologie multimediali e in particolare della comunicazione telematica. Questo non solo perché la Grande Rete costituisce di fatto un enorme sistema collettivo e interattivo, ma perché la stessa esistenza di Internet (sempre piĚ reclamizzata su ogni media) attiva o riattiva in tutti noi la "gruppalitą interna" (cioŹ la complessitą del nostro sistema mentale relazionale, compresi tutti i nostri personaggi interni, di cui parlava gią Freud, ovvero il "teatro della nostra mente", e le rappresentazioni di base che tutti abbiamo delle diverse situazioni gruppali nelle quali procede il nostro sviluppo psichico) ed i "fenomeni gruppali di base"; e questo, come per ogni nostro avvicinarsi ad una nuova gruppalitą, accade gią ancor prima di connettersi alla rete (tant'Ź vero che la pubblicitą della o sulla Rete, cosď come spesso anche quella delle reti che sottendono l'uso del telefono cellulare, "gioca" proprio su queste fantasie gruppali della nostra mente: diventa nostro cliente e comunicherai col mondo intero!). E ovviamente questo coinvolgimento totalizzante appare poi in tutta evidenza quando si entra effetttivamente nello "spazio virtuale".

 

Ciė che intendo dire Ź che bisogna tener conto del particolare tipo di situazione mentale in cui si trova coinvolto chi si collega ad internet, per qualunque tipo di utilizzazione del sistema, una situazione in cui Ź dominante comunque la sensazione di entrare, in un secondo, a far parte di un sistema di comunicazione universale, al di lą dei limiti spazio-temporali, della corporeitą; una fantasia che tanti antecedenti ha nella storia del pensiero e della letteratura, una fantasia che perė questa volta sembra essere alfine veramente realizzabile. Nel Ciberspazio ogni individuo Ź virtualmente in contatto sincronico con tutti gli altri attraverso uno "spazio invisibile", o come direbbe Francesco Corrao (ex Presidente della Societą Psicoanalitica Italiana), uno "spazio topologico" in cui si percepiscono al contempo la lontananza e la vicinanza, la rarefazione del vuoto e la pienezza totale. Non a caso alcune delle fantasie su internet parlano di "grande caverna oscura"; non a caso uno dei piĚ diffusi sistemi di navigazione sulla rete si chiama "Gopher" (che in inglese si legge come 'go far' = vai lontano), che Ź il nome di un piccolo roditore che scava e vive in lunghissime gallerie sotterranee, il cui nome scientifico Ź significativamente Gopherus Polyphemus (cosa che ci ricorda la nostra situazione ciclopica di fronte al monitor, unico occhio sul mondo virtuale); non a caso ancora, ma le possibilitą di esempio sarebbero quasi infinite, una dei piĚ importanti nodi italiani di questo Villaggio Globale che Ź internet si chiama significativamente "La cittą invisibile".

 

Ponendosi davanti al monitor, infatti, ci si pone nello stesso tempo di fronte ad un limite luminoso ed oscuro insieme tra il reale e il virtuale, ad un confine di vetro, trasparente ed opaco insieme, tra l'intimo della persona e il pubblico della massa, quasi una concretizzazione esterna del confine, ammesso che esista, tra la parte individuale e quella gruppale della personalitą. E' come porsi nel punto centrale di una soglia magica che Ź insieme totalmente gratificante e divorante come un buco nero, ovvero, rovesciando bionianamente l'immagine del vetro del monitor, Ź come porsi a livello dell'unico piccolo meato tra le pareti di vetro di una clessidra, dove tutto puė passare o intasarsi, in un luogo dove si perde totalmente la percezione del dentro e del fuori, perché da entrambe le parti c'Ź tutto il dentro e tutto il fuori. Sul monitor si trovano dunque a coincidere topologicamente e cronologicamente la sorgente di emissione e l'apparecchio ricevente, venendosi a creare una situazione che ingenera, nello stesso luogo e nello stesso momento, una sensazione di onnipotente pienezza ed impotente vacuitą.

 

Oltre ad Internet vi sono perė moltissime altre reti o sistemi reticolari telematici piĚ piccoli, che seppur collegati o attivati all'interno della Grande Rete, tendono ad avere vita propria: forse Ź proprio la percezione del rischio di perdere l'identitą personale che, come nel reale, spinge anche in rete i navigatori dell'immenso oceano virtuale ad aggregarsi in piccole comunitą virtuali, in piccole reti (come ad esempio i network linguistici o etnici) o gruppi telematici, che si pongono come isole piĚ organizzate nel mare magnum della massa mediatica. Nelle Chat-on-line, cosď come nelle migliaia di News Groups, nelle Mailing-lists o nelle simulazioni dei M.U.D. (Multi-User Dangeon), la parola, ancora oggi paradossalmente afona, solamente scritta sullo schermo, Ź (per ora almeno) l'unico tramite in grado di creare testo e con-testo, oltre a manifestare la presenza di un pensiero che emerge dal caos dell'immenso spazio virtuale; uno spazio digitale costituito perė da continue ondate di testimonianze verbali, che necessita continuamente di un nuovo atto di immaginazione per rigenerarsi e per far sď che la complessitą e insieme la fragilitą della sua struttura non lo espongano allo sgretolamento.

 

Tutto questo fornisce forse anche una giustificazione all'osservazione di molti mass-mediologi secondo la quale nelle reti telematiche, nelle varie comunitą virtuali (mailing list e chats), siano piuttosto frequenti scambi di messaggi nei quali gli argomenti trattati concernono inaspettatamente anche molti aspetti intimi delle persone coinvolte nella comunicazione. Forse oggi, soprattutto per molti giovani, proprio essendo soli di fronte ad una scatola quadrata luminescente, novella lanterna magica, proprio essendo non visti, non uditi, ci si affranca paradossalmente dal senso di vuoto e dalla solitudine che permeano l'individuo immerso nella societą di massa e da quelle paure che il contatto interpersonale cosď spesso produce, esprimendosi attraverso una propria controfigura virtuale scritta dalle proprie dita sulla tastiera: in questo modo in internet ci si puė dire di tutto, persino una parte di veritą.

 

Su queste basi prende fortemente consistenza l'ipotesi analitica che tende a considerare Internet come una grande rete che di fatto appare alla nostra mente come la realizzazione della parte gruppale della mente individuale (gruppalitą interna). A questo proposito vale la pena di ricordare come in alcune delle sue riflessioni sul sistema protomentale, Bion abbia concepito il gruppo non tanto o non solo nella sua dimensione strutturale, quanto piuttosto nella sua dimensione fantasmatica. Il gruppo per Bion Ź prima di tutto "un modo di essere della mente"; non solo un entitą sociologica quindi, ma una preconcezione in attesa di realizzazione, una componente dinamica e potenziale della mente di ogni singolo individuo che, non appena le circostanze esterne lo consentono, di fatto si estrinseca in diverse fenomenologie, configurazioni, forme e strutture relazionali.  La teoria bioniana del sistema protomentale e degli assunti di base, i concetti di oscillazione e di cambiamento catastrofico, sono dunque anche dei validisssimi strumenti, delle lenti ottimali, per inquadrare le dinamiche invisibili del Ciberspazio, nel quale proprio la mancanza di corporeitą evidenzia ancora di piĚ la componente gruppale della mente. Un esempio di questo risiede anche in un esperimento di cui ci parlė René KaĎs nella sede dell'Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo di Roma "Il Pollaiolo".

 

Una decina di esperti psicoterapeuti di gruppo si disposero come Ź usuale in cerchio in una stanza, ma sperimentalmente seduti con il volto rivolto verso l'esterno del cerchio stesso. KaĎs ci narrė della estrema difficoltą che tutti provavano nel tentativo di parlare agli altri membri del gruppo, senza poterli vedere in volto, cosa che diede luogo ad una comunicazione particolarmente frammentata, caduca, come se nessun argomento potesse essere sufficientemente interessante per tutti. Forse perchŹ mancava la possibilitą di inviare agli altri anche i tanti piccoli, ma "significativi", per l'appunto, segni o gesti della comunicazione non verbale, con i quali tutti, chi piĚ, chi meno, sottolineiamo le nostre parole; cosď come mancava del resto anche ogni possibilitą di percepire e controllare con lo sguardo gli analoghi e spesso complementari piccoli segni o gesti che tutti facciamo quando qualcuno ci parla. Alla fine, analizzando i nastri delle sedute, risultė chiaro che se a tratti un discorso c'era stato, questo aveva avuto come argomento una sorta di confronto inconscio tra gli oggetti che ognuno dei membri aveva davanti a sé (porte, finestre, quadri, soprammobili ecc.), i cui colori o forme costantemente apparivano nelle comunicazioni dei membri, anche se riferiti ad altri elementi o oggetti: era come se inconsciamente il gruppo avesse comunque cercato di circoscrivere uno spazio collettivo comune, in genere rappresentato dal cerchio delle sedie; potremmo dire insomma che il gruppo aveva cercato di circoscrivere un setting, nonostante la presenza di forti elementi di frustrazione della comunicazione.

 

Anche in rete ci si aggrega tentando di fissare per prima cosa dei confini telematici per il gruppo, facendo in modo che il "campo gruppale" abbia delle coordinate virtuali adatte per identificarlo, nonostante la dispersione sensoriale e la distanza geografica tra i suoi componenti. Le comunitą virtuali e tutti i gruppi virtuali sono, in questo senso, la testimonianza di come, modificandosi oggi i contesti e le modalitą dello stare insieme, l'esigenza primaria di comunicare in gruppo con gli altri mantenga comunque alcune costanti relazionali che risentono inevitabilmente di quella matrice gruppale presente in ogni individuo.

 

Potremmo anche dire che dall'illusione narcisitico-maniacale del singolo utente-navigatore solitario (quanto Ź bello e potente il mio computer, che mi rende padrone del mondo), si passa per prima cosa ad una situazione di illusione gruppale, sostenuta da un bisogno relazionale interno dell'uomo (gruppalitą interna), che in quanto tale apre maggiori possibilitą di confronto e di scambio in un particolare tipo di "campo gruppale" (chissą quante cose meravigliose ci potremo dire in rete, cosď esposti ed insieme cosď protetti). Un'illusione gruppale che agisce quindi anche in internet come elemento coesivo, favorendo gradualmente l'emergere di una ulteriore capacitą di rappresentarsi vivi e veri nella propria appartenenza ad un piccolo gruppo telematico.

 

Il passaggio successivo Ź la costruzione e la stabilizzazione del gruppo, cosa che si rende possibile nel momento in cui la percezione della propria appartenenza, oltre che il vissuto del "noi", appaiono come il frutto di una costruzione e di un riconoscimento collettivi; il passaggio ulteriore, quando Ź possibile perseguirlo insieme, grazie al contributo di tutti (e non gią di pochi parlanti in un gruppo di lurkers-voyeurs pressoché assenti, almeno con la loro parola), Ź la possibilitą di comunicare piĚ compiutamente e quindi di poter compiere tutti insieme un lavoro (mentale od operativo), grazie anche alla tolleranza della frustrazione derivante dalla percezione di uno spazio gruppale invisibile e senza confini, o meglio con dei confini sempre da costruire o ricostruire ... attraverso un "lavoro di gruppo".

 

Di nuovo si tratta di fenomeni e dinamiche ben note ai terapeuti di gruppo, che costantemente si rilevano, anche se in modo qualitativamente diverso, in ogni situazione gruppale, soprattutto nei primi momenti della sua costituzione. Anche nei gruppi telematici infatti (4) si assiste al costituirsi di una "scena", in cui ben presto si riconoscono gli attori principali, le comparse, il coro, il pubblico (lurkers); oppure si assiste alla "messa in scena" di aspetti della personalitą dei singoli partecipanti, cosa evidentemente di volta in volta favorita dal particolare contesto dinamico che si viene a creare in ogni gruppo mediatico. Un tipico fenomeno che si puė osservare ad esempio in una mailing list Ź questo: anche a causa del peso ed il fastidio prodotto dal silenzio e dall'anonimato della maggioranza degli "astanti", i piĚ interventisti, o "attanti", sono a volte spinti a divenire "agenti", a passare cioŹ dal livello di attori protagonisti sul palcoscenico della lista a quello piĚ agito di duellanti, trasformando cosď la scena in un ring. Cosa che possiamo descrivere anche come il risultato dell'instaurarsi sempre piĚ profondo di tipiche dinamiche di coppia come (almeno temporaneo) fallimento della possibilitą di mantenere o riattivare invece la "comunicazione circolare", che sarebbe o dovrebbe essere sempre propria della dinamica gruppale, anche in rete.

 

Quella comunicazione cioŹ basata sulla possibilitą di dare spazio e parola un po' a tutti nel gruppo, in una situazione di accoppiamento fertile in cui, come in una catena o una spirale senza fine, ognuno dei membri risponde sď in parte anche ad un precedente intervento (da cui si sente chiamato in causa, evidentemente), prendendo spunto da esso ed aggiungendo il proprio punto di vista, ma non con lo scopo di creare un duetto stabile, tantomeno un duello, bensď per dare il proprio contributo al dibattito in corso nel gruppo, lasciando poi comunque spazio a qualcun altro. Un tipo di comunicazione possibile solo se anche coloro che, per motivi inerenti alla loro personalitą, sono fortemente sospinti a porsi ripetitivamente come attanti, o addirittura come "primi attori", sanno invece accettare la possibilitą di limitarsi nel numero e nella veemenza dei loro interventi, cioŹ di dire la loro e poi perė scendere di nuovo nel pubblico o nel coro degli astanti, in modo che possano emergere dal pubblico stesso dei nuovi attanti ... una cosa difficile in genere nei gruppi reali, figuriamoci in un gruppo-lista!

 

Nonostante queste difficoltą, comunque presenti in ogni tipo di gruppo, appare dimostrata la sostanziale sovrapponibilitą dei fenomeni gruppali osservabili nei gruppi on-line con quelli generalmente osservabili in tutti i gruppi umani. Prende dunque piede l'ipotesi di poter utilizzare anche la grande rete o altre situazioni reticolari telematiche o, meglio ancora, multimediali per attivare un lavoro di gruppo che abbia per fine la discussione, la formazione o anche la supervisione o la clinica. Personalmente ammetto di non sentire affatto (ancora?) l'esigenza pressante di costituire un setting di questo genere, ma frequentando le mailing list nazionali ed internazionali sulla psicoterapia di gruppo vedo che in diverse parti del mondo, soprattutto nelle zone geografiche caratterizzate da grandi distanze, formatori o terapeuti di vario orientamento e retroterra teorico-pratico stanno gią sperimentando soluzioni del genere (anche se non sembrano ancora esistere risultati probanti o comunque apertamente commensurabili con analoghe pratiche gruppali condotte nel setting abituale).

 

La ricerca sembra rivolgersi in tutte le direzioni: 1) c'Ź chi utilizza prevalentemente le chat (e dunque un sistema telematico sincronico), aprendo delle "stanze" ad orari concordati con i membri del gruppo e praticamente lasciando che la discussione proceda liberamente, come se si trattasse di un gruppo riunito in una stanza reale; 2) c'Ź invece chi utilizza le mailing lists (quindi un sistema telematico asincronico), dando molta importanza agli intervalli tra l'invio delle mail ed alla frequenza con la quale ogni membro del gruppo interviene; 3) c'Ź chi utilizza delle chat provviste di audio (grazie ad un software specifico, detto client, che ognuno dei membri pone sul suo computer; e grazie a volte anche ad un software di sistema posto in un server centrale), ovviamente per tentare di emulare maggiormente una situazione di contatto reale; 4) c'Ź infine chi utilizza la televideoconferenza (via internet o anche via linee digitali dedicate), cosa che tuttavia presenta non pochi problemi tecnici al momento (data la lentezza con cui Ź attualmente ancora possibile la trasmissione delle immagini in internet, a parte la "pesantezza" del client richiesto; per le linee digitali dedicate esistono invece solo sperimentazioni intrauniversitarie, essendo un sistema fuori dalla portata dei normali home computers).

 

Questi sistemi sono utilizzati sperimentalmente per ogni tipo di situazione di gruppo, in particolare per la formazione (corsi universitari, gruppi di telelavoro o di discussione su argomenti specifici ecc.), ma qui e lą cominciano ad essere utilizzati anche in campo clinico. Ma in questo caso il punto principale da tenere in grande considerazione ed al quale dedicare una particolare cura preventiva, non riguarda tuttavia la tecnologia (che come sappiamo avanza a passi da gigante) che sottende il setting virtuale, quanto la necessitą di poter fare nel modo piĚ corretto, anche in rete, un lavoro di intake, necessario anche per stabilire insieme ai pazienti le opportune regole per il contratto. Anche per questo molti autori cominciano a pensare che forse sarebbe necessario costruire dei siti appositi che si occupino (grazie a uno staff specificamente addestrato) solo dei primi momenti di accoglimento ed orientamento della richiesta di terapia eventualmente proveniente dalla rete. E' infatti assolutamente necessario accertarsi dell'identitą, dell'etą, del genere e di tanti altri dati riguardanti i possibili pazienti, oltre che della loro piena motivazione a svolgere in rete un lavoro terapeutico, un lavoro che per qualche motivo, tutto da chiarire, non hanno voluto, saputo o potuto chiedere nel reale.

 

 

 

NOTE

 

(1) De Polo Renato, Vuoto di identitą e rischi del virtuale, relazione letta al convegno "Internet: Benessere, Inquietudini e Disagio. Psicoterapia e Gruppalitą nella Grande Rete", Brescia, 4 marzo 2000, organizzato da Universitą degli Studi di Brescia - Cattedra di Psicologia Clinica, con il patrocinio della Facoltą di Medicina e Chirurgia e in collaborazione con SINOPSIS - COIRAG Centro Studi e Ricerche – PSYCHOMEDIA, Atti pubblicati su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm-proc/brescia2000/ndx-internet.htm

 

(2) Ronchi Ermete, Emozioni in rete. Cambi di paradigmi e nuovi pazienti, relazione letta al convegno "Internet: Benessere, Inquietudini e Disagio. Psicoterapia e Gruppalitą nella Grande Rete", Brescia, 4 marzo 2000, organizzato da Universitą degli Studi di Brescia - Cattedra di Psicologia Clinica, con il patrocinio della Facoltą di Medicina e Chirurgia e in collaborazione con SINOPSIS - COIRAG Centro Studi e Ricerche – PSYCHOMEDIA, Atti pubblicati su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm-proc/brescia2000/ndx-internet.htm

 

(3) Longo Marco, Per una psicoanalisi delle Masse Mediatiche e della Grande Rete, lavoro presentato al congresso "Sul lavoro di W.R. Bion", Torino luglio 1997, organizzato da Silvio Merciai (et alii), pubblicato su PSYCHOMEDIA alla pagina web http://www.psychomedia.it/pm/telecomm/telematic/psanmass.htm

 

(4) Longo Marco, Psicodinamica dei "gruppi mediatici", Atti del convegno "Nuovi media e disagio psichico. Comunicazione, identitą e relazione nell'era digitale", Palermo, 15 Aprile 2000, organizzato dall'Universitą degli Studi di Palermo, raccolti nel volume a cura di Vincenzo Caretti, Daniele La Barbera Psicopatologia delle realtą virtuali. Comunicazione, identitą e relazione nell'era digitale, edito da Masson, marzo 2001.

 

 

(Dibattito

 

Intervento – L. Lampertico –Innanzi tutto la ringrazio per questa vasta panoramica che ha spaziato su tanti fronti e che ho trovato molto interessante per me che sono un po’ scettica o, per lo meno, ero un po’ scettica sull’idea di fare dei seminari in questo senso. Rifacendomi a quanto lei diceva a proposito della lista e di questo convegno di Torino per cui poi molti dei partecipanti alla lista sono venuti a Torino per conoscersi personalmente, mi Ź venuto in mente che nel momento in cui noi del direttivo della Soc. Ital. di Psicologia Clinica e Psicoterapia, stavamo preparando questo ciclo di seminari, immaginavamo che a Milano ci sarebbe stato probabilmente un grosso successo. Lei vede in realtą quanti siamo. Allora, mi chiedo se questo strano mondo che Ź un mondo oscuro, per certi versi criptico, che lavora, che crede, che opera su Internet, non sia anche un mondo cosď anche chiuso. Per cui lavora attraverso Internet, ma poi al momento in cui Ź possibile,( a parte il Dottore, che ha voluto proprio venire a vederla) non viene a conoscere il Professor Marco Longo, che ha creato questo portale. Quindi, mi chiedevo se era possibile pensare, riguardo a questo, a un'ipotesi di questo genere: la gente lavora attraverso Internet, ma poi, quando Ź possibile passare dal virtuale al reale,  non viene.

 

M. Longo - Questo nonostante io abbia mandato una settimana fa una mail, che qualcuno avrą visto passare, che praticamente cominciava con "un'occasione per conoscerci", perché c'Ź anche una mia curiositą di vedere che cosa ne pensano gli altri. Perché io mi sono ignobilmente esposto, facendo questa cosa e scrivendo, ma poi ogni tanto vedo che in libri molto meno pubblicizzati, in siti, molta gente scrive e riflette, anche cose piĚ sagge e interessanti di quelle che posso aver pensato io. Perė, queste persone lavorano ancora oggi da sole. CioŹ, parlano di rete, di comunicazione e sono chiusi nel loro studio e usano la rete per i loro interessi privati. Va benissimo, ma non la usano per contattarsi e per comunicare. Abbiamo avuto un certo successo come Psychomedia, quando nel '98 ho cominciato a creare il PIT: un gruppo di persone si Ź effettivamente aggregato e poi ha prodotto un volume, che Ź quello che avete visto pubblicizzato anche sull'homepage di PM, Psicologia delle realtą virtuali, ha fatto dei congressi, ha creato una societą, che si chiama Societą delle Psicotecnologie, che Ź in dirittura d'arrivo per diventare sezione speciale della Societą di Psichiatria Italiana. Tenendo presente che l'anno prossimo, a giugno, il Congresso Nazionale della Societą di Psichiatria, 7mila iscritti, sarą su massmedia e psichiatria, cosď come c'Ź stata a livello mondiale il congresso della World Psychiatry Association su questo tema. E altre associazioni, come la vostra, stanno facendo convegni di questo genere. Bene, nonostante si sappia di un congresso di questo genere, fatto dalla Societą di Psichiatria, con tutte le sponsorizzazioni delle case farmaceutiche, quindi la maggioranza delle persone non paga il biglietto, ma viene pagato dal servizio, si teme che questo tema cosď presente, che ci permea tutti, non sia capace di fare venire a Roma a giugno dell'anno prossimo la stessa quantitą di persone che sono venute quando si parlava di Disturbi da Attacchi di Panico o Anoressia o D.O.C..

 

Intervento – Tosolin - Credo che sia un po' questo il problema, per cui l'obiettivo, mettendomi nei panni suoi, sarebbe quello di riuscire ad attivare il piĚ possibile, non il contatto diretto, ma un contatto mediatico. Ho notato che nella sua analisi, molto interessante, si presterebbe a molte osservazioni sulle dinamiche gruppali, c'Ź il desiderio che il gruppo sia spontaneo, che ci sia una dinamica spontanea, che non ci sia da parte del gestore della mailing list una direttivitą. Mi chiedevo, per esempio, perché quel tipo di fenomeno che ha descritto della lista che Ź iniziata, che faceva fatica ad avviarsi, a mettersi in moto, poi si Ź avviata quando qualcuno ha detto "provo", perché non lo fa lei, non lo fa il gestore della lista?

 

M. Longo -Per come sono fatto io, sono gią scomodo qui, su questa cattedra, mentre voi state tutti quanti dall'altra parte…

 

Tosolin -Ma dicevo: attivare dei fenomeni spontanei, sapendo la fenomenologia del gruppo, che molto probabilmente ha una sua vita, fa fatica ad iniziare, si attiva, come qualunque altro gruppo… ha dei cicli.

 

M. Longo Cerca un capo…

 

Tosolin - Cerca un capo, poi cade, si esaurisce, si disgrega, quindi ha una sua vita che credo che un gestore di una mailing list dovrebbe avere presente e guidare un po'. Mi chiedevo questo.

 

M. Longo - Dipende dalla mailing list. Se la mailing list Ź, per esempio, quella generale di Psychomedia, che sostanzialmente Ź come se fossero le lettere al direttore, lď l'unico tema Ź parlare di salute mentale. Ci sono invece mailing list dedicate ad un tema specifico, che funzionano in maniera piĚ rarefatta, funzionano a tratti. Adesso ne stiamo aprendo una sugli S.P.D.C., cioŹ sui servizi di Diagnosi e Cura, ce ne sono altre, che parlano solo di anoressia o bulimia, altre che parlano soltanto di tossicodipendenza o dipendenze in generale. Ecco, queste liste sono a tema specifico, per cui si lavora in un certo modo. Oppure le liste, tipo quella dell'International Journal, in cui Ź possibile discutere un articolo, prima che vada in stampa. Secondo me sono attivitą che dovrebbe fare anche la Societą Psicoanalitica o altre societą. Ci sono 50 associazioni, che hanno scelto di avere un sito web all'interno del portale di Psychomedia, per garantirsi la visibilitą che il portale dą. Per esempio, il sito della Societą Psicoanalitica Italiana ha 25 visitatori al mese. PM ne ha 40mila la mese. Questo significa, per esempio, che non serve fare un sito stupendo, magnifico, multimediale, pieno di immagini e di colori, in un angolo assolutamente oscuro della rete, dove nessuno andrą. ť molto piĚ opportuno mettere dei dati e delle informazioni utili in un angolo, magari tecnicamente piĚ scarno o semplicemente testuale, come PM, che Ź di rapidissima fruibilitą, perché non ha le immagini, non ha i cookies, ma estremamente visibile, perché conosciuto a livello nazionale e internazionale. Abbiamo 25mila ingressi al mese ad agosto e non vengono dall'Italia, ovviamente. Perė serve creare degli ambiti piĚ ristretti di discussione, quindi continuamente dico a queste associazioni di fare un congresso, un seminario, una giornata di studio.

Che senso ha fare, dopo un congresso, dopo tre o quattro anni, quando va bene, un libro, dopo avere litigato a cura ci chi deve essere, quale nome compare sulla copertina e che poi verrą distribuito, dopo averlo pagato preventivamente, perché gli editori ti stampano 4mila copie soltanto se gliele paghi preventivamente, agli amici, ai conoscenti, agli allievi e quando va bene, starą a prendere polvere nelle biblioteche o nelle librerie. Perché non mettere tutto questa ricchezza di materiali subito online o addirittura, in certi casi si puė fare, mettere i lavori che saranno presentati ad un certo convegno, qualche mese prima in rete? Non viene nessuno? Allora mettiamoli durante, mettiamoli subito dopo. Allora mettiamoci anche il resoconto del dibattito. Io penso che tutto questo darebbe la possibilitą di una comunicazione, di poter dare testimonianza di un pensiero, del modo in cui lavora un'associazione, un gruppo, di come si fa un convegno, molto piĚ forte che non il libro. Perė il libro Ź bello, lo hai in mano…

 

F. Pezzoli -  Io pensavo, proprio come gruppista, che ci siano sempre delle grosse difficoltą, delle resistenze al cambiamento, lo abbiamo visto tante volte, e anche qui credo che abbiamo a che fare con questo. Non a caso qui c'Ź qualche giovane, ma poi le persone che intervengono prevalentemente sono persone non piĚ giovanissime. Perché si Ź abituati in un certo modo e inserirsi in un contesto nuovo Ź sempre molto difficile. In effetti, noi tutti avevamo idea che, parlando di Internet e mente, ci sarebbero state piĚ persone presenti. Non le folle, perė sicuramente piĚ persone. Eppure no. Forse abbiamo sbagliato, proprio perché, in qualche modo, facendo parte dei nostri gruppi interni, abbiamo pensato che la nostra mentalitą si potesse riprodurre all'esterno: almeno io, mi immaginavo che delle persone piĚ giovani sarebbero venute a queste giornate. In realtą, probabilmente i giovani sarebbero venuti..

 

M. Longo - Non riescono a problematizzare la cosa…

 

F. Pezzoli - Forse non problematizzano, ma forse se l'avessimo fatto in rete, forse sarebbe andato diversamente. Perché Ź uno strumento che loro utilizzano in questo modo, invece questa modalitą scelta da noi Ź una modalitą antica.

 

M. Longo - Effettivamente, il 30 settembre dell'anno scorso abbiamo fatto un convegno online. ť stato il primo esperimento a livello nazionale e anche europeo. Abbiamo annunciato diverso tempo prima che il tale giorno sarebbe stato possibile, per chi aveva la tecnologia, collegarsi in audio/video con un certo sito e sarebbero stati presentati dei filmati multimediali in cui sarebbe stato possibile vedere il relatore leggere la propria relazione. Poi nei break ci sarebbero state delle chat, in cui sarebbe stato possibile collegarsi in diretta, in tempo reale, con l'autore e discutere questi lavori. Ci sono stati 600 iscritti quel giorno, un numero che Ź stato limitato soltanto dalla capacitą tecnica del provider di gestire gli stream, cioŹ quel tipo di file audiovisivo, perché in rete esiste, come in un fiume, una banda. La banda significa che puė passare una certa quantitą di segnale e questa banda puė essere suddivisa in un certo modo e quindi permette un certo numero di utenti. Oggi Ź cosď. Magari domani la banda si allargherą, tipo la televisione. Perché c'erano altri 1500 iscritti. Non credo che un congresso, fatto anche da noi, in un qualunque altro luogo, avrebbe avuto piĚ dei soliti 50 iscritti, se andava bene. Perė fa spaventare e infastidisce il fatto che le cose si possono fare soltanto se hanno un richiamo magico o fantastico, perché probabilmente se noi facessimo dieci convegni online il numero degli iscritti cadrebbe, perché non Ź piĚ la prima volta, non Ź piĚ una cosa avvincente. Ma possibile che se vogliamo comunicare, possiamo farlo soltanto in questo modo? Siamo talmente televisivi, che se non c'Ź qualcosa che ha a che vedere con la pubblicitą, con il nuovo, o apparentemente tale, preferiamo essere chiusi e restare a fare un uso privato delle cose?

 

Intervento – R. Telleschi - ť la stessa cosa che si sono chiesti, credo, gią anni fa, le squadre di calcio: fra chi va a vedere la partita e trasmettere la partita in televisione. Credo che sia lo stesso fenomeno, tutto sommato. E sono due fenomeni distinti. Molto probabilmente quelli che vedono la partita in televisione, molto probabilmente non andrebbero mai allo stadio e viceversa. Molto probabilmente, se si sceglie la via telemediatica, telematica, bisognerą non rimpiangere l'altra modalitą, invece di continuare a richiamarla e vivere come l'obiettivo da raggiungere.

 

Intervento –C. Fanciulli - Mi sono sentita chiamata un po' in causa. Innanzi tutto, mi chiamo Chiara Fanciulli e sono studentessa di psicologia, mi sto laureando e la mia tesi Ź sulla psicoterapia online, quindi mi interessa molto l'argomento. A parte che ho avuto segnalazioni dal mio professore e da una sua assistente, che Ź iscritta alla sua mailing list, quindi mi ha girato la famosa mail "occasione per conoscersi…". Per quanto riguarda le mie esperienze personali, quando ho iniziato a cercare del materiale su Internet, ho cercato subito un contatto. Quindi, quando andavo sui siti, cercavo un responsabile o qualcuno dicendo "sono una studentessa di psicologia, che sta svolgendo questa tesi, mi interesserebbe un contatto..". Qualcuno mi ha risposto, qualcuno non mi ha risposto. Se posso fare un appunto: ho scritto anche a lei M. Longo e non mi ha risposto. Avevo scritto, per iscrivermi a una mailing list. Mi ricordo che avevo fatto una breve presentazione, perché era richiesto dalla mailing list, per cui scrivevo proprio: "mi chiamo Chiara Fanciulli, sono laureanda in psicologia alla Universitą Cattolica di Milano…". Poi non ho avuto risposta e allora sono andata nell'archivio, ho scaricato gli articoli che potevano interessarmi. Francamente, forse io non ho insistito particolarmente sulla cosa, perė, in generale, ho trovato poca rispondenza. CioŹ poca gente mi rispondeva alle mail e se mi rispondeva mi diceva: "Sď, io ho pubblicato questo libro, puoi andartelo a cercare". E quindi mi Ź sembrato che ci fosse poca disponibilitą di interazione. Poi magari, non lo so, chiedevo troppo.

 

. Longo - Quando ha scritto?

 

C. Fanciulli - Quasi un anno fa, ormai. ť passato tempo. Io forse poi non ho insistito perché ho trovato qualcosa che mi potesse interessare. A me sarebbe interessato di piĚ avere un'interazione con qualcuno che se ne occupava. Non per dirle "ho bisogno di questo articolo", perché l'articolo me lo sono trovata da sola nel portale. Era proprio l'idea di dire: "mi interessa, perché sto facendo la tesi su questa parte…". Ad alcuni ho proprio chiesto, avendo letto magari anche il libro: "lei ha qualcosa da dirmi in piĚ, una situazione da propormi sperimentale". Proprio per vedere qualcuno che lavorava nel campo. Non so  se Ź un chiedere troppo. Mi sono domandata, se era un chiedere troppo, perché, appunto, o non c'era risposta o era no.

 

M. Longo - ť molto stimolante questo.

 

C. Fanciulli - Anzi, se posso dire, l'unico sito che mi aveva risposto, non mi ricordo quale fosse, non mi aveva risposto lo psicologo, lo psichiatra, a cui avevo scritto, ma era chi curava il sito, che, tra l'altro, aveva visto dalla mia mail, che ero collegata con ICQ, allora mi aveva contattato tramite ICQ e con questa persona ho anche chattato e lui magari mi diceva che c'era un'iniziativa, un forum. E io, ogni volta, lo ringraziavo e andavo a vedere. Questa cosa Ź durata un po' di piĚ e mi ha stupito che era l'unico non del campo. Sď, era quello che curava il sito, perė non era né lo psicologo, né qualcuno esperto.

 

F. Pezzoli - Posso dire Marco, prima della tua risposta. Sicuramente Marco Longo Ź molto abile tecnicamente, cosa che, per esempio, io non sono. Perė per la nostra generazione credo che riuscire ad attivarci con questa velocitą, rispondendo, facendo, chattando, sia difficile. Io non ce l'ho questa abilitą, nonostante mi sforzi di essere all'altezza della situazione. E poi, anche a me capita di ricevere delle richieste di persone che chiedono informazioni, bibliografie, magari anche in modo corretto, non dicendo "ho bisogno di questo", ma presentandosi, perė non sempre riesco a rispondere, perché il tempo che c'Ź, Ź limitato. Allora, io apprezzo la proposta che fa Marco Longo, dicendo che Ź importante la comunicazione, il contatto umano, ma poi il contatto umano, con l'ampiezza di Internet, diventa incompatibile, perché, di fatto, poi non si puė rispondere a tutte le persone che ti scrivono. Io adesso comincio anche a buttare via tutto quello che mi arriva, perché non ci riesco.

 

C. Fanciulli - Questo d'accordo, perė magari poi uno valuta il sito o la validitą del sito, se c'Ź una risposta… poi magari puė essere uno scambio di opinioni, perché faccio una tesi su questo argomento e posso trovare qualcosa che puė interessare anche a lei. Per questo all'inizio scrivevo che facevo la tesi su questa cosa, perché, magari, qualcuno poteva dire "ti do qualcosa, per…", non solo per avere e basta. Perché se anch'io trovo qualcosa di interessante, sono contenta di poterlo condividere.

 

F. Pezzoli - Certo. Ma la mia sensazione Ź di non riuscire neanche a rispondere a tutto quello che arriva dalla rete. Non riesco neanche a recepire tutto quello che mi arriva.

 

M. Longo - Qual Ź il suo indirizzo? Ha scritto firmandosi con il nome o soltanto…

 

C. Fanciulli - Ma avevo proprio scritto la presentazione, perché lo chiedeva… avevo scritto nome e cognome…

In piĚ, siccome mi sono iscritta ad altre mailing list, io capisco il fatto che uno dice, giustamente, voglio sapere chi si iscrive alla mia mailing list, quindi richiedo una mini presentazione, infatti, gliela ho data. Altre volte non era richiesta, erano dei gruppi di Yahoo, bastava mandare l'indirizzo e arrivavano automaticamente le mail. Se posso fare una critica: se uno poi non riesce a gestire la cosa, forse Ź meglio un gruppo cosď, come quello di Yahoo, in cui si mette dentro. Se no, uno non si puė poi lamentare che non c'Ź rispondenza.

 

M. Longo - La ringrazio moltissimo, ma non Ź la stessa cosa. La sua mail Ź nell'archivio di quelle a cui non ho potuto rispondere e me ne scuso. Prima non succedeva.  Il fatto che arrivino troppe lettere non Ź cosa facile da gestire. E quindi, mi dispiace che sia successo, questo, come Ź successo a tante altre persone. Perė non Ź la stessa cosa, Ź diverso. Lei chiedeva di entrare a fare parte di una lista, che poi non ha mai funzionato  (nonostante le 150 persone che abbiamo iscritto erano tutte persone molto esperte, molto interessate all'argomento) perché non hanno mai scritto nulla. Quindi, purtroppo… Ź successo, che avendo fatto una lista che doveva interessarsi proprio degli argomenti che riguardano lei, si sono iscritte alcune persone, altre sono rimaste in lista di attesa, come lei, ma anche quelli che si sono iscritti, 150-200, non hanno scritto assolutamente niente, nonostante gli sforzi di Luca a volte di mandare un articolo, uno stimolo. Tutte persone che continuano a scrivere su riviste cartacee di questi argomenti e non vengono a incontrarci. C'Ź qualche cosa che non funziona. Comunque Ź diverso. Quello che lei proponeva era un contatto di alto livello a cui non ho potuto rispondere, per alcuni motivi. Quello che io mi aspetterei, sarebbe un altro tipo di risposta, cioŹ sapere piĚ o meno come fare il sito. ť una grande fatica fare da solo tutta questa cosa. Adesso ho una persona che mi aiuta. ť vero che ho circa 200, tra collaboratori e redattori, ma poi fare i files, mettere in rete, sono 8-9 ore di lavoro al giorno soltanto questo, compresa la lettura della posta. Occorrerebbe un'organizzazione, ma per avere un'organizzazione che risponda a tutte le esigenze, occorrono soldi, per avere soldi bisogna commercializzare il sito, metterci la pubblicitą oppure avere uno sponsor e lei sa benissimo che i siti che hanno questo sono poi molto piĚ invasivi, ti riempiono di pubblicitą in tutti i modi, non sempre danno le risposte che uno cerca e spesso mandano i cookies, che ingombrano solo il computer. Non abbiamo ancora, e ne stavamo parlando anche prima, trovato un modo per dare a Psychomedia una forma di istituzionalizzazione e di servizio, che presupponga una gestione delle risorse, quindi anche un ritorno. Abbiamo a volte pensato di dire: "la chiudiamo, tanto ormai Ź super nota, mettiamo una password di ingresso e al limite, non so, 50mila lire l'anno per leggere su Psychomedia". Potrebbe essere un'idea. Io dubito moltissimo che ci sarebbero piĚ di un centinaio di persone disponibili. Psychomedia Ź una testata registrata, che solo per caso viene distribuita ancora gratuitamente, perché la rete vuole questa cosa. In realtą Ź una rivista, la gente ci lavora, scrive gli articoli…

 

 R. Telleschi - L'idea generale Ź che si va su Internet e gratuitamente si trova quello di cui si ha bisogno…

 

M. Longo - Tanto Ź vero che gli account costavano 3/400mila lire e adesso ci sono gli account liberi.

 

R. Telleschi - Spesso si confonde il fatto di poter trovare maggior informazione con maggiore comunicazione. Non penso che le due cose vadano di pari passo. Internet ha la caratteristica, rispetto al reale, di fornire un ammasso di informazioni. Che poi, dall'altra parte, l'utente, ricollegandomi a quanto detto dal Dottor Longo, per proiezioni sue, per fantasie sue, scambia per comunicazione. Si ha una tendenza a delegare al computer un livello comunicativo che Ź prettamente umano. In questo approccio al computer c’Ź insito un determinismo tecnologico.

 

F. Pezzoli. Mi sembra molto interessante questo ultimo argomento ma, purtroppo abbiamo terminato il tempo a nostra disposizione e dobbiamo salutarci. Vi ringrazio, ringrazio il Professor Longo di essere venuto e di averci sollecitato con temi cosď interessanti e che hanno attivato una buona circolaritą, almeno tra di noi e, poi,  potremo continuare a pensare e magari anche interagire meglio con Psychomedia e con gli altri mezzi.

 

* Marco Longo, (Roma),

Medico Spec. in Psicologia Clinica, Psicoanalista SPI,

Membro IIPG, APG, COIRAG, SPR-Italia, IAGP,

Prof. a Contr. Scuola di Spec. in Psichiatria - Univ. di Palermo,

Editor di PSYCHOMEDIA (www.psychomedia.it),

Segr. Soc. Ital. Psicotecnologie e Clinica dei Nuovi Media

E-mail: m.longo@flashnet.it