GENITORIALITA’ E TRASFORMAZIONI SOCIALI

di Fiora Pezzoli

 

Che cosa Ź oggi essere genitore?

E’ evidente a tutti che le modalitą per esplicare questo ruolo siano cambiate e non Ź necessario essere un sociologo o uno psicologo per percepire questo.

Vediamo perė di riflettere un po’ su questa evidente percezione per individuare gli elementi che stanno dentro questi cambiamenti. Ovviamente si tratta di un’analisi stringata e non certo esaustiva, solo per produrre spunti di riflessione.

Provo ora a delineare un po’ in generale le trasformazioni sociali in atto e successivamente vederne i risvolti riguardanti i rapporti genitori-figli.

Alcune di esse riguardano lo spazio ed altre il tempo.

Per quanto riguarda lo spazio, l’avanzamento  tecnologico ci permette ora di avere l’intero mondo a disposizione: a portata di automobile, di aereo low-cost ed anche di un semplice click. Grandissime opportunitą, non c’Ź che dire, ma anche qualche criticitą:

-       Grazie all’avvicinamento delle distanze spaziali e a causa del considerevole divario nello sviluppo economico e politico tra le varie aree geografiche, differenza che determina massicci spostamenti, la nostra societą Ź diventata multietnica con tutte le positivitą e le difficoltą che questo comporta. Il confronto quotidiano fra culture diverse apre a grandi arricchimenti culturali ma vediamo anche un diffondersi di vecchi e nuovi razzismi. C’Ź un ampliamento delle opportunitą di estrinsecazione del freudiano “narcisismo delle piccole differenze”. Differenze che non sono piĚ tanto “piccole” e che perciė danno ancor piĚ facilmente adito a consistenti arroccamenti.

-       Il poter accedere ad una infinitą di informazioni Ź anch’esso un elemento, per certi versi, grandemente positivo ma puė produrre anche una grande confusione. Quanto siamo in grado di elaborare questa massa di dati e renderci capaci di un utilizzo che sottenda una assunzione di regia interna non soggetta all’omologazione e alla deresponsabilizzazione derivata dal crescente senso di impotenza? Impotenza e senso di umiliazione che accompagna gli esseri umani nelle societą occidentali in cui si vive la dolorosa sensazione di essere immersi in un mondo che non si riesce a padroneggiare e in cui ci si trova di fronte ad eventi inattesi, in costante mutamento. “Non sappiamo da dove vengono, che cosa significano, dove ci portano. Il risultato Ź la paura. Una paura acuta fatta di tre elementi: incertezza, ignoranza,  impotenza”. (Intervista di Roberto Camarlinghi a Zygmut Bauman in Animazione Sociale n. 274 giugno/luglio 2013)

Come dice Nicolė Terminio: “C’Ź qualcosa di paradossale nel vissuto quotidiano di molte persone: lo spalancarsi di una vita senza limiti non sprigiona nuove potenzialitą; al contrario produce inibizione, ansia da prestazione o all’inverso una spinta all’eccesso che non si radica mai in un progetto di vita. E’ cambiata la dimensione progettuale: nella societą dell’individualismo, della prestazione e deltutto e subito’, sembra eclissarsi la possibilitą di dare spazio a ciė che di piĚ singolare ci caratterizza, schiavi della spinta all’omologazione che ci viene presentata sotto l’immagine del benessere, della bellezza e del successo.” (N. Terminio – Nuovi sintimi e disagio sociale -  Ed. di girolamo 2010)

Pensiamo alle patologie odierne piĚ diffuse: anoressia-bulimia, dipendenze (non ultima quella da Internet), depressione, attacchi di panico,  tutte di origine narcisistica.

Mi viene da richiamare qui quanto dice Charmet a proposito di Narciso che prende il posto di Edipo nello sviluppo dei nuovi adolescenti. Sostituzione che non riguarda solo gli adolescenti ma investe un po’ tutta la societą.

La “castrazione” nel complesso di Edipo non era altro che l’espressione mataforica del concetto di limite. Concetto che consentiva al soggetto di assimilare, attraverso l’educazione, un modo per essere partecipi del legame sociale.

Oggi non viene piĚ richiesto di adeguarsi ad un limite, di rinunciare ad una parte della propria soddisfazione per poter partecipare alla vita sociale. Vi Ź un rovesciamento del messaggio.

“L’imperativo sociale si Ź trasformato in un obbligo a non dover rinunciare, una spinta all’eccesso che si configura come scelta a cui doversi uniformare” (N. Terminio – Op. cit.)

La cultura dominante Ź orientata ad una sorta di narcisismo votato all’iperconsumo e al culto della prestazione, un consumo sempre piĚ massiccio di oggetti. Oggetti che non corrispondonio mai agli oggetti del proprio desiderio ma ad una forma di surrogastol’ogggetto-gadget che genera delusione ed insoddisfazione.

Noi ben sappiamo che tutto ciė che rende infelici gli adulti si ripercuote in forma amplificata nella vita dei figli.

Un mio paziente (giovane-adulto) mi parla frequentemente del non sapere chi Ź  e che cosa gli piace davvero pur avendo avuto la possibilitą di provare vari sport, viaggi, aver frequentato teatri, cinema, musica, arte e cosď via. Tutte cose che nella sua famiglia d’origine venivano considerate buone cose, anzi cose che in una famiglia-bene andavano coltivate e a cui i figli dovevano aderire, ma che lui non sente come cose sue. Direi che l’oggetto del desiderio suo proprio non si ritrova in quanto proposto dal suo mondo. Nella sua fase infantile e adolescenziale non Ź riuscito a scoprire la propria autenticitą e differenziarla da ciė che erano e sono le atttese della sua famiglia d’origine. Ora si trova a dover/voler costruire una propria identitą senza la pressione genitoriale, genitori che lui sente come inautentici e colmi di malessere. Non vi Ź in lui un conflitto tra legge e desiderio, al posto del desiderio troviamo l’angoscia. Angoscia rispetto alla  ferita narcisistica di non essere riconosciuto e di non riuscire a riconoscersi.

Prendiamo ora in considerazione il tempo.

Dal mio lavoro di psicoterapeuta ma anche dall’osservazione della societą che mi circonda, mi accorgo di un mutamento sostanziale dei cicli di vita. Per rendersene conto basta confrontare quelli attuali con quelli delle precedenti  generazioni.

I nostri immediati predecessori, intorno ai 30 anni avevano ormai raggiunto gli obiettivi che solitamente si attribuiscono ad  una persona adulta (famiglia, figli, lavoro, casa, ecc.). Ora non Ź cosď, ora a 30 anni molto frequentemente, per fortuna non sempre, si vive ancora nella famiglia d’origine e, in molti casi, non si Ź ancora individuato cosa si vuol fare da grandi.

Possiamo anche attribuire questa differenza all’allungamento della vita media, alle mutate condizioni socio-lavorative e alla minore normativitą dell’attuale societą. Cose peraltro vere, ma mi sembra che ci sia anche dell’altro che credo sia bene svelare.

Qualche giorno fa parlavo con una collega, di qualche anno maggiore di me, sul tema dell’invecchiamento e dell’auto-percezione che si ha di questo fenomeno. Lei mi diceva di percepirsi ancora come quando, appena laureata, iniziava il cammino di assistente universitaria, si sentiva con lo stesso spirito anche se doveva riconoscere di avere un po’  meno resistenza alla fatica.

Questo esempio, unito all’osservazione che, con estrema frequenza, nella comunicazione tra 50/60/70enni,  ci si riferisca gli uni agli altri con l’appellativo “ragazzo” o “ragazza”, mi porta a rilevare che, nell’attuale societą, si tenda a considerare le caratteristiche di chi Ź ragazzo come un valore e le caratteristiche dell’etą piĚ matura come un disvalore. Si Ź anche coniato il termine “ragazzo giovane” che presuppone l’esistenza del termine, mai pronunciato, di “ragazzo vecchio”.

Si Ź proceduti ad una adultizzazione dei bambini ed a una giovanilizzazione degli adulti. La pubblicitą ci evidenzia il nuovo rapporto creatosi. Penso alla pubblicitą di una nota compagnia aerea in cui vi Ź una bambina scienziata che, con saccenza, afferma “Ź questione di fisica” rivolgendosi ad adulti imbarazzati che se la cavano con uno sguardo di sufficienza misto a stupore.

Come dice il nostrio collega Luigi D’Elia Ź scomparsa l’etą adulta. Si Ź tutti fermi a ciė che, a torto o a ragione, viene ritenuta l’etą piĚ felice, quella della formazione, della scoperta, della forma fisica e mentale: l’etą giovanile.

 (Luigi D’Elia 2013 -  http://www.marssrivista.it/home2/emarssrq/public_html/?p=1218)                          

Tutto ciė Ź ovviamente illusorio e favorito dal contesto sociale in cui Ź forte la polarizzazione onnipotenza-impotenza che rende difficile l’acquisizione di una identitą sufficientemente solida anche quando alcuni obiettivi, socialmente ritenuti appartenere all’etą adulta, sono stati raggiunti.

Che tipo di relazione puė crearsi tra un genitore e il proprio figlio se il genitore stesso sta arrabattandosi affannosamente alla ricerca della propria identitą’?

Dal mio osservatorio ho notato l’instaurarsi di una competitivitą tra figli e genitori spesso molto corposa e non solo nella direzione figli-genitori ma anche in quella genitori-figli.

Nel primo caso direi trattasi di un fenomeno legato al normale processo di sviluppo mentre non Ź dello stesso segno quella che va nella direzione genitori-figli.

Anche anni fa mi capitava di trovare genitori che mal tolleravano che i figli riuscissero meglio di loro in qualche segmento della vita: ad esempio il figlio che ha affermazioni scolastiche e mira in alto mentre il padre, con una bassa scolarizzazione, trova eccessive le mire del figlio oppure la figlia che si afferma nel lavoro e non ha il matrimonio come obiettivo prioritario della propria vita mentre la mamma, casalinga, ha basato il suo concetto di realizzazione sociale sul suo ruolo interno alla famiglia e trova poco “femminili” le mire della figlia.

Ora la competisione si Ź espansa, non riguarda piĚ solo ambiti importanti della vita e della sua progettabilitą, ora, molto frequentemente, riguarda aspetti della vita quotidiana anche molto meno importanti come la riuscita in uno sport, le mode, i divertimenti, le gite. Spesso i genitori di preadolescenti e adolescenti non considerano un valore il loro essere “adulti”. Quello che prevale Ź il loro desiderio di continuare ad apparire “giovani”, Infatti competono con i ragazzi come se anche loro lo fossero. L’esempio piĚ eclatante Ź dato dal genitore che propone al figlio/a di fumare lo spinello insieme. Nella proposta, oltre al desiderio di “spiazzare” il figlio/a (competizione adolescenziale) c’Ź anche quello di non apparire agli occhi del figlio/a come il vecchio/a barbogio/a che non conosce le delizie della trasgressione.

Guardiamo ora un altro fenomeno che riguarda il tempo.

La modalitą convulsa del vivere quotiodiano odierno fa si che non si abbia piĚ tempo per sé. Vi Ź una mutata assegnazione interna del tempo, una scala di valori diversa rispetto a 30/40 anni fa. La propria identitą viene definita molto spesso prevalentemente dal proprio profilo socio-lavorativo e, di conseguenza, dal proprio profilo economico-finanziario.

Sembra che si sia disposti a sacrificare il proprio tempo perché ci appare che esistano modi piĚ importanti di utilizzo del tempo, modi che si pensa innalzino la qualitą di vita piĚ di quanto farebbe un ora di riposo, un incontro con gli amici, giocare con i propri bambini o due chiacchiere col proprio partner. Eppure, fin dal 1974 Easterlin aveva avvertito, a seguito delle sue ricerche, che la felicitą autopercepita non aumenta al crescere del reddito; dopo una certa soglia, ogni aumento di ricchezza non aumenta la felicitą. La curva prima si stabilizza e poi tende a decrescere. Nonostante ciė si Ź affermata la tendenza alla riduzione fino quasi alla scomparsa del tempo libero e della socialitą.

Viene evitato costantemente l’incontro con sé stessi, con “quegli aspetti, fondamentali alla vita psichica come la propria corporeitą, la propria sensorialitą, la propria solitudine, i propri proto-pensieri, il proprio onirismo. In  una parola il proprio preconscio”. Come dice D’Elia l’uomo attuale Ź un uomo senza preconscio. (Luigi D’Elia – E’ finito il tempo per sé – www.marssrivista.it)

Lo sviluppo delle tecnologie informatiche ha prodotto delle modificazioni sostanziali nella struttura del pensiero. Il termine tenologia Ź costituito da tecné e logos.

Il logos nella filosofia classica ha due significati: pensiero e parola.

Il pensiero riguarda il discorrere interiore, la parola Ź manifestazione del pensiero.

Attualmente il logos viene ridotto a numerazione, controllo, verifica, quantificazione. Logico Ź il computer, vero Ź la scienza.

Ovviamente non ho nulla contro il computer e la scienza ma mi preme sottolineare come questo tipo di tecnologia tenda a sostituire il discorrere interiore, la consapevolezza in quanto la tecnologia Ź fortemente influenzata dalla spinta al consumo. Il cosiddetto “villaggio globale” ha come base il PC che Ź una infrastruttura tecnica che spinge le persone a fare alcune cose secondo un processo culturale ben determinato: il consumo. Vengono meno molti aspetti che, benché rimandino a termini noti, ne modificano sostanzialmente il significato. Il termine “villaggio” prefigura contatto, condivisione, scambio. Questi termini li ritroviamo anche nel linguaggio del Web, ma quanta differenza rispetto ai contenuti che avevano queste parole prima dell’avvento di Internet?

Quello che Ź assente Ź il termine responsabilitą, ma non quella avvertita come un peso insopportabile e da evitare ma quella che si coniuga con libertą cioŹ rispondere, essere garanti di ciė che viene fatto, detto, pensato nella libera scelta di ognuno. Quando parlo di libera scelta non intendo certo l’opzione d’acquisto o lo zapping ma la realizzazione personale, l’autodeterminazione che  permette di accettare l’assunzione responsabile delle conseguenze dei propri atti sia nei confronti di sé stessi, sia nei confronti degli altri, sia nei confronti della societą.

Come dice Jonny Dotti siamo passati da una societą  verticale ad una societą orizzontale. E’ venuto meno il principio di autoritą (verticalitą) ed ha preso spazio quello di orizzontalitą (rapporto tra pari/rapporto fra fratelli).  Mi vengono in mente i padri e le madri amici, confidenti, pari dei propri figli. Ma credo che si tratti di una mal interpretazione  del concetto di democrazia degli affetti.

La tecnologia ha reso questo fenomeno (l’orizzontalitą) evidente  (facebook, twitter, la rete ecc). Le madri di alcune mie pazienti gareggiano con le figlie sul numero di “amici” di Facebook e si intromettono nella scelta delle figlie se Ź il caso o meno di dare o togliere “l’amicizia”. Ma questo  va inserito nella patologia, altrimenti le figlie non sarebbero in psicoterapia.

Per la prima volta i padri e le madri non sanno cosa fare con il proprio figlio/figlia. Non sanno cosa fare nel senso che non possono fare riferimento a un processo sociale considerato come buono che lo incardini in un ruolo certo. I ruoli di “padre” e “madre” avevano un codice molto chiaro, ruolo che, benché si estrinsecasse in modi diversi a seconda del soggetto, aveva un percorso ben definito.

Ora nei genitori vi Ź una crescente incertezza rispetto a sé, ai propri compiti, ai valori e agli ideali da trasmettere ai propri figli. Gli esempi fatti prima sulla competitivitą dei genitori verso i figli vanno in questa direzione.

Come lo ha chiamato Zygmunt Bauman, questo Ź il tempo dell’interregno (termine preso a prestito da Antonio Gramsci che lo aveva mutuato da Tito Livio). Dice Bauman “Interregno significa che le vecchie leggi, le vecchie abitudini non funzionano piĚ, ma quelle nuove ancora non sono state inventate.(…) Continuo a pensare che la via d’uscita sia quella di mettersi insieme, aprirsi agli altri, ascoltarne le esperienze, le aspettative, i sogni. Se ci metteremo insieme, il risultato sarą maggiore della somma delle parti, perché insieme siamo piĚ forti di quanto possiamo esserlo individualmente.” (Intervista di Roberto Camarlinghi a Z. Bauman Op. cit.)

E’ interessante cogliere che quanto proposto da Bauman (sociologo) corrisponda a quanto elaborato nella gran parte degli psicologi che si sono occupati di gruppi.

Anche le tappe di sviluppo, cosď come noi professionisti eravamo abituati a considerare, sono modificate.

Prendiamo in considerazione la “latenza”.

Fino a qualche tempo fa valeva il discorso freudiano sulla “latenza” in cui il piccolo Edipo, resosi conto della sproporzione delle forze in campo, accettava la sottomissione all’autoritą genitoriale (e di conseguenza all’autoritą dell’insegnante non appena entrato a scuola). Questo modello funzionava quando il bambino/a, fin dalla nascita, era considerato un vortice istintuale che andava domato mentre ora Ź considerato come un essere naturalmente dotato di grandi potenzialitą da scoprire ed esaltare.

Cosa peraltro vera, solo che in questa “scoperta” assistiamo spesso alla proiezione dell’Ideale dell’Io dei genitori sul bambino/a e a un rispecchiamento bidirezionale che va dai genitori al bambino/a e viceversa incentrato sulla esaltazione dell’Ideale dell’Io che, come sappiamo, Ź un’istanza principalmente narcisistica.

Ne deriva che, giunto a scuola, il bambino/a ricerca nell’insegnante lo stesso rispecchiamento e spesso lo trova in quanto i giovani insegnanti sono stati educati a casa e a scuola nella stessa atmosfera impregnata di narcisismo e che genera narcisismo.

Il risultato Ź che l’impegno e il sacrificio che richiederebbe la scuola, intesa come “gruppo secondario” trova il bambino/a del tutto impreparato/a.

Nei bambini prevale un insieme di aspettative fortemente impregnate di affettivitą e la scuola diviene un “campo di battaglia” in cui si fronteggiano due eserciti: quello dell’affettivitą e quello dell’operativitą, eserciti che, nella maggior parte dei casi, si scontrano producendo grandi disagi e, in qualche caso si coniugano felicemente ottenendo grandissimi risultati.

Se passiamo ora ad occuparci dell’adolescenza vediamo che, come dice Charmet: “Fino a qualche decennio fa gli adolescenti  entravano in crisi perché non riuscivano a trovare una soluzione agli schiaccianti sentimenti di colpa che li assalivano, attivati dall'incremento del desiderio sessuale e dalla difficoltą a gestire il nuovo bisogno di autonomia. Ora i ragazzi godono della libertą sessuale garantita dal nuovo modello educativo. (…)   Ciė ha rarefatto i sentimenti di colpa che gli adolescenti devono elaborare nella gestione dell'eccitamento e del desiderio. Non si Ź perė ridotta la gravitą del conflitto col proprio corpo investito da una nuova fonte di sofferenza. (…) A in-terferire con il delicato processo di appropriazione della nuova corporeitą non sono piĚ principi etici e valori religiosi, ma criteri estetici. La paura di essere brutti, goffi, impresentabili ha preso il posto del timore di essere cattivi e portatori di desideri inaccettabili. La vergogna ha preso il posto della colpa”. (G.P.Charmet  2013 http://27esimaora.corriere.it/articolo/i-ragazzi-e-la-vergognail-dolore-muto-che-non-capiamo/)

Ora la cultura che li circonda e soprattutto il messaggio pubblicitario propone obiettivi di perfezione estetica irraggiungibili, tali da procurare, gioco forza, insoddisfazione.  Infatti produrre insoddisfazione Ź il compito prioritario degli esperti di marketing. Cito la frase di un famosissimo pubblicitario di cui non ricordo il nome: “Sono un pubblicitario e farvi sbavare Ź la mia missione, nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicitą perché la gente felice non consuma”. Lo scopo della pubblicitą Ź creare disagio. Se non compri un prodotto sei  un “perdente”.

Se non sei performante e con un “corpo alla moda” sei “uno sfigato”.

Quello che risulta evidente Ź che adulti, giovani, adolescenti e banbini si trovano sottoposti a stimoli che vanno nella stessa direzione: quella consumistica, da cui Ź impossibile sottrarsi.

E’ necessario trovare un rapporto fra di noi e fra di noi e i nostri figli diverso. Ma quale sarą questo rapporto nuovo?

Siamo di fronte alla necessitą di costruire forme di potere diverse. Ma quali potranno essere? Siamo nella fase di maggiore espansione della democrazia ma anche nella  fase piĚ bassa della sua significazione. Allora c’Ź da immaginarsi modelli di costruzione democratica altra mentre esiste costantemente il pericolo di cadute regressive verso l’autoritarismo.

Quello che lamento non Ź l’assenza o la riduzione di autoritarismo ma di autorevolezza, quella che si fonda sulla fermezza, sulla competenza, sulla fiducia nella correttezza formale e sostanziale dell’altro a cui ci si affida. Perché in alcune fasi della vita Ź indispensabile affidarsi. Nell’infanzia, nell’adolescenza, nella vecchiaia, durante le malattie ecc….

Non credo che l’orizzontalitą sia in sé negativa, anzi.  Prova ne Ź che nella ricerca (medica, farmaceutica, fisica ecc.) sono le équippes che producono i miglioiri risultati.

La tendenza alla orizzontalitą prodotta nella societą Ź figlia del processo di individualizzazione sviluppatosi in modo evidente negli ultimi 70 anni, ma nato molto prima, processo che ha prodotto anche un individualismo esasperato che rende gli individui delle monadi sole nell’universo. E’ diventato impellente il bisogno di comunitą, di relazione tra gli individui anche se non si sa ancora bene come potrą estrinsecarsi in forme nuove e soddisfacenti.

Stanno nascendo nuove forme di condivisione e socialitą come il co-housing, nuove forme di riutilizzo dei beni ancora in buone condizioni senza la mediazione del denaro, le banche del tempo e cosď via. Piccole esperienze rispetto al mare del consumismo. Qualche tentativo di inversione di tendenza esiste. Chissą quale forma si affermerą in  futuro e quali caratteristiche avrą.

Negli ultimi mesi mi sono arrivate in studio due persone (di etą avanzata) non affette da psicopatologie classiche e nemmeno con disturbi narcisistici ma che si sentivano sperse e totalmente sole e senza riferimenti affettivi e si sentivano depresse e sbagliate perché non sapevano apprezzare la carriera dei propri figli, carriera che li teneva lontani da loro.

Credo che la direzione per cercare di uscirne sia quello di pensare l’individuo come nodo di relazioni. Si Ź individui in quanto nodo, se si toglie la consapevolezza relazionale non resta nulla, nemmeno l’individuo.

L’esperienza dell’Io non puė esitere senza il tu, il noi, il voi. Va individuato il nuovo che si puė produrre tra esperienza individuale e collettiva.

Credo che sia necessario che tra gli esseri umani venga ripristinata la consapevolezza di avere uno scopo comune e risulti sufficientemente chiaro quanto sia improbo trovare soluzioni individuali a problemi generati a livello sociale.

Cosa possiamo fare come professionisti della relazione per cercare di contrastare quegli elementi della vita quotidiana che lavorano negativamente nei confronti della costruzione del legame, della socialitą, del confronto e dell’assunzione della responsabilitą?

Benché sia lecito il senso di disorientamento e confusione che incontriamo ovunque, nei genitori, nei figli, nella societą, Ź perė necessario trovare una strada che vada in una direzione altra rispetto a quella che ci ha portato fin qui senza rinnegare gli aspetti positivi del percorso fatto (mi riferisco al processo di civilizzazione che ci ha condotti all’individualizzazione).

Se consideriamo utile valorizzare l’individuo come nodo di relazioni, in contrapposizione al processo che rende puntiformi e atomizzati gli esserei  umani, la gruppoanalisi puė darci una mano proprio perché questo approccio considera fondamentale l’aspetto dell’interdipendenza tra gli individui e valorizza quanto scaturisce dal loro rapporto.

Dice Elias: “E’ nel rapporto e attraverso il rapporto reciproco che gli uomini si modificano, si formano e si trasformano” (N. Elia – La societą degli individui – Il Mulino 1987)

Ricostruendo o meglio costruendo nuove opportunitą d’incontro e di scambio Ź possibile far emergere risposte nuove ai quesiti di una socialitą in transito e fornire ai bambini e ai giovani quelli che Kaes chiama garanti metapsichici e cioŹ assicurare un origine, stabilire una continuitą e assicurare un posto nel gruppo.