Psicologia clinica: le nuove sfide
di Riccardo Telleschi
(Presidente Società Italiana Psicologia Clinica e Psicoterapia)
Ho seguito con molto interesse gli articoli sulle "vicissitudini" della Psicologia Clinica e il suo possibile(?) destino nell'area medica.
Vorrei, a questo proposito, proporre alcune altre osservazioni e considerazioni, privilegiando il versante culturale-scientifico della questione, che, fra l'altro, è quello più pertinente alla Società, che io rappresento.
La Psicologia Clinica ha sempre storicamente avuto, fin dalla sua nascita(con L.Witmer nel 1896)uno statuto epistemologico incerto per la sua derivazione dalla Psicologia generale, la Psicologia differenziale, la Fisiologia e spesso si è trovata confusa da un lato con la testologia e dall'altro con la psicoterapia per cui non c'è da stupirsi se è oggetto di continue scorribande mediche nel tentativo di un'appropriazione definitiva.
Se si va a leggere il bel contributo di Del Corno sull'evoluzione della Psicologia Clinica(Del Corno F.,Lang M.,1989) appare chiaro come la fragile e faticosa crescita teorico-tecnica della disciplina vada di pari passo all'incontro-scontro fra psicologia e medicina a secondo dei contesti, dello sviluppo storico-sociale e delle diverse concezioni della salute in quel determinato periodo storico.
Essa ha dovuto sempre ridefinirsi e ritagliarsi un suo spazio causa gli attacchi provenienti sia dall'interno della Psicologia che dall'esterno
Note sono le diatribe professionali fra clinici e non all'interno dell'APA(American Psychological Association) e fra questa e la potente AMA(American Medical Association),a cui si aggrega l'American Psychiatric Association sul tema cruciale della psicoterapia come una forma del trattamento medico: diatribe e dispute che, negli anni, hanno varcato l'oceano e si ritrovano nei paesi europei con toni ed accenti simili.
Anche in Italia periodicamente si è assistito(e si assiste) a tentativi di emarginazione degli psicologi dalla pratica clinica e dalla psicoterapia: dall'attacco di M. Gozzano(1953) alla psicologia clinica sulla questione della diagnosi, alle decisioni del C.U.N.(1982) di scorporarla dal gruppo delle discipline psicologiche per passarla al gruppo delle discipline psichiatriche, alle pesanti interferenze e resistenze del mondo medico all'approvazione della legge ordinistica(1989),al Decreto ministeriale sull'idoneità nazionale(1994), che alimentava una confusione fra psicologia clinica e psicologia medica(per il quale la nostra Società aveva inviato al Ministero un documento di protesta),ai recenti provvedimenti.
La stessa SIPS, attraverso la Divisione di Psicologia Clinica(di cui la nostra Società è la continuazione storica e scientifica)aveva sentito l'esigenza, a seguito delle decisioni del C.U.N., di organizzare una Tavola Rotonda a Bologna nel 1983 dal significativo titolo: "Psicologia Clinica: definizione e progetto", con la partecipazione, fra gli altri, di Amerio, Carli, Napolitani, Battacchi, Liotti, Canestrari, ecc.
Nella prefazione agli Atti Brunori e LoVerso con onestà intellettuale ricordavano la natura molteplice della psicologia clinica e la sua incompleta identità, in quanto disciplina collocata all'intersezione fra individuale e sociale, prevenzione e terapia, ricerca ed applicazione, psicologia generale e sociale e psichiatria.
Inoltre riconoscevano che in essa da sempre si accavallavano annosi ed intricati problemi metodologici, giuridici, epistemologici, formativi, di cui peraltro il dibattito bolognese era un perfetto esempio e specchio.
Se poi si va a vedere le numerose e diverse pubblicazioni scientifiche sulla Psicologia Clinica si può osservare come il campo d'applicazione e la definizione di essa si allarghino e si restringano a seconda degli autori e della loro matrice culturale.
Si passa, per citarne alcuni, dal considerarla una disciplina che applica i risultati ed i metodi delle ricerche psicologiche di base nel campo clinico(Schraml,1978) al definirla un campo di studio e di intervento sugli aspetti psicologici delle dinamiche e delle transazioni emotive nel rapporto interpersonale(Ravasini,1979),fino a negarle ogni dignità scientifica e ritenerla semplicemente un'area d'intervento che delimita il posto che occupa lo psicologo nel mondo medico, ovvero un problema esclusivamente professionale(Schneider,1981).
Queste difficoltà di definizione relative all'ambito di applicazione e al suo statuto scientifico non hanno tuttavia impedito alla psicologia clinica di affermarsi nei paesi anglosassoni come disciplina autorevole ed autonoma sia dalla psicologia generale che dalla psichiatria .
E anche nel nostro paese, soprattutto negli ultimi venti anni ,si è assistito, nonostante evidenti limiti sul versante della ricerca e la scarsa attenzione dedicatale dal mondo accademico, ad un suo impetuoso sviluppo nelle strutture sanitarie pubbliche e private, ritagliandosi spazi di lavoro nell'ambito del disagio minorile, dell'adolescenza, della salute mentale e valorizzando l'agire psicologico, fino a qualificarsi come seconda disciplina in ordine di importanza nel mondo sanitario.
Ora io non so se i recenti provvedimenti legislativi, certamente preoccupanti per la categoria, siano dovuti a pressioni provenienti dal mondo medico o dalla psicologia accademica o da ambedue, ma senza dubbio si deve prendere atto che la situazione universitaria per la psicologia clinica è quella così realisticamente delineata da Carli(Professione Psicologo 5 /99)
In questa prospettiva proprio per i limiti storici, epistemologici ed applicativi sopra accennati della psicologia clinica, che non l'aiutano certo a consolidarsi nell'area della psicologia, credo sia controproducente e datato limitarsi ad una sorta di guerra di posizione sui principi(la psicologia agli psicologi) e sui "poteri professionali".
Ritengo invece indispensabile, se la si vuole collocare stabilmente e senza incertezze nella psicologia, spostare il confronto sul "potere clinico", ovvero sulle capacità e sulle qualità dell'intervento psicologico clinico.
Insomma uscire dalle secche della rivendicazione, pur non dimenticando gli spazi professionali ed occupazionali, per mettere al centro del confronto la specifica formazione e le specifiche competenze dello psicologo in campo clinico.
La strada è quella indicata da Trabucco(Professione Psicologo 3/99),Pagliaro(Professione Psicologo 5/99),Lazzari(Convegno AUPI a Firenze),dove si parla di esperienze innovative della psicologia nelle strutture sanitarie ed ospedaliere, ma bisogna andare oltre le esperienze e parlare di "risultati".
Siamo infatti di fronte ad una svolta per la Sanità del nostro paese con il nuovo Piano Sanitario Nazionale e con il processo di aziendalizzazione, che interessa strutture territoriali ed Ospedali e questo, a mio avviso, rappresenta un'occasione unica per la psicologia sia per fare un salto di qualità sulla scia del modello anglosassone, sia per mettere in luce il valore della psicologia clinica "fatta" dagli psicologi.
Esula da queste considerazioni compiere un'analisi approfondita dei pregi e dei limiti(che ci sono) presenti nel P.S.N. e nel modello aziendale, è tuttavia sufficiente osservare che in essi una grande attenzione è rivolta alla programmazione degli obiettivi di salute, all'analisi dei costi, ai risultati conseguiti, all'efficacia e all'efficienza degli interventi, alle procedure e/o protocolli di lavoro.
Entrano in altri termini nel processo di programmazione sanitaria alcuni principi essenziali, riassumibili come segue:
1. Occorre intervenire per problemi (per es. disturbi dell'alimentazione)
2. I problemi devono essere quantificati
3. L'intervento deve avere effetti positivi misurabili in termini di salute
Certo questo Piano sanitario sembra dimenticare o meglio non dare visibilità all'apporto delle scienze psicologiche ed in particolare della psicologia clinica al raggiungimento degli obiettivi di salute, ma pone all'ordine del giorno anche per l'agire psicologico il problema della definizione degli obiettivi, il problema dei costi, dell'efficacia degli interventi, ovvero dell'appropriatezza della cura.
E appropriatezza della cura significa non solo l'intervento efficace a minor costo per la persona giusta, ma rinvia necessariamente all'approntamento di linee-guida, di protocolli, di procedure per monitorare la qualità dei diversi interventi psicologici, per poi valutarli e misurarli in riferimento alle specifiche circostanze cliniche.
In questa prospettiva non è più il tempo di rivendicare competenze nell'ascolto clinico nel campo della relazione d'aiuto, nell'analisi della domanda, nel processo diagnostico, nel counseling, ecc., ma si tratta di compiere delle scelte metodologiche e di lavoro, con le quali si misura e si qualifica(soprattutto in ambito pubblico) il "potere clinico" dell'intervento psicologico.
Percorrere questo stretto e difficile passaggio culturale e scientifico, reso peraltro ineludibile dal nuovo modello sanitario, vuol dire d'altra parte allargare di nuovi orizzonti teorici-tecnici la psicologia clinica e non stare ai margini dei processi di innovazione e cambiamento nel mondo sanitario pubblico e privato.
E' inoltre mia convinzione che, se vi è uno sforzo comune da parte del mondo accademico con il rinnovamento della formazione post-laurea in direzione autenticamente specialistica e da parte di tutte le Associazioni professionali pubbliche e private con la costruzione di linee-guida per gli interventi psicologici, sia possibile per la psicologia clinica raggiungere il traguardo di essere una "teoria della tecnica"(Carli,1988) congruente ai nuovi compiti.
Sforzo comune che può essere favorito e sollecitato dallo stesso Ordine con l'istituzione di un Coordinamento Nazionale delle Società Scientifiche e delle Associazioni più rappresentative della categoria.
Essere all'altezza della sfida sul versante culturale e scientifico significa infatti creare le premesse per una psicologia clinica riconosciuta stabilmente nell'area professionale della psicologia.