Luisa Della Rosa

 

Il bambino vittima di maltrattamento e trauma: i suoi pensieri sul futuro.

 

 

Da molto tempo mi occupo di bambini traumatizzati e delle loro famiglie. Sono stata per molti anni direttore del CAF, che ho lasciato, quando ho, con una cooperativa, aperto questo centro che Ź specializzato nello studio dei traumi infantili e della famiglia. Abbiano ritenuto opportuno allargare lo studio dei traumi: perciė non ci occupiamo solo dei traumi intrafamiliari, cioŹ sostanzialmente maltrattamento, abuso, trascuratezza grave e abbandono, per i quali sono competenti il tribunale per i minorenni e i  servizi socio-assistenziali e per i quali i bambini soffrono ad opera della incompetenza parentale. Abbiamo pensato che, proprio perché questi tipi di traumi potessero essere meglio compresi e analizzati, fosse importante studiarli dal punto di vista della teoria del trauma, molto diffusa nel mondo anglosassone e in via di espansione anche in Italia. 

Quindi adesso mi occupo sempre di bambini maltrattati, taluni dei quali vittime di abusi sessuali intrafamiliari o nella stretta cerchia della famiglia o ad opera di estranei, ma anche di bambini che hanno subito traumi diversi. In particolare, in questo periodo, stiamo lavorando molto con i bambini vittime di traumi per lutto grave, cioŹ per la morte di uno dei genitori. Anche quando ci occupiamo di maltrattamento cerchiamo di comprendere il trauma dell'abbandono che Ź all'interno di ogni situazione.

Questa idea Ź nata, in me e in altri, dalla necessitą di allargare la scena della nostra esperienza clinica e della nostra competenza cognitiva sulle vicende traumatiche. Ci siamo accorti che i bambini traumatizzati hanno un certo modo di parlare, un certo modo di ricordare, un certo modo di negare, un certo modo di difendersi, un certo modo di usare o non usare le competenze della mente, un certo modo di pensare al futuro. Da qui Ź nata la domanda:” ma questi funzionamenti della mente infantile, a fronte di eventi traumatici, hanno una specificitą, quando si tratta di maltrattamenti o abusi, o c'Ź qualcosa, invece, che accomuna il funzionamento mentale infantile, nel gestire un'esperienza traumatica, indipendentemente dalle cause che l'hanno determinata, sia essa cioŹ un maltrattamento, la morte di un genitore, la guerra o un terremoto? Cosa c'Ź di comune? Cosa c'Ź di diverso? Come funziona la memoria? Come si assetta o come si squilibra il mondo interiore?”

Pensiamo che le risposte a queste domande suscitino interessanti riflessioni, che possono anche favorire una maggiore comprensione dei danni relativi ai vari tipi di traumi, nei bambini e negli adulti (perché ci occupiamo anche di adulti), e che possa consentire anche di risalire al tipo di causa che ha determinato il trauma. Ciė potrą forse ridurre la fatica e la sofferenza di bambini e terapeuti,specie in fase diagnostica e nei casi di abuso sessuale.

La teoria del trauma Ź abbastanza recente. Si Ź sviluppata in America a seguito delle esperienze che alcuni psichiatri avevano condotto con i reduci del Vietnam, i quali avevano notato delle incongruenze tra alcune comunicazioni e i comportamenti di questi reduci. In particolare, i loro comportamenti erano caratterizzati da un funzionamento mentale assolutamente adeguato per una certa parte della loro giornata o della loro settimana ma, improvvisamente, come se la loro mente fosse attraversata da una saetta di angoscia mentale, si esprimevano in modo incomprensibile. Nel colloquio con uno psichiatra un reduce aveva, nel corso della frase, pronunciato parole ("bomba, sangue, gamba") messe insieme senza un nesso che le unisse, quindi parole tipiche di un pensiero scomposto, un po' psicotico, di un pensiero che sta nell'area del delirio. Tuttavia la stessa persona aveva comportamenti non riferibili a una personalitą delirante. Uno dei grandi problemi diagnostici, quando si sa ben poco e si Ź all'inizio della presa in carico, Ź proprio stabilire la differenza tra stato psicotico, borderline, delirante e condizione post traumatica da stress. Quel reduce soffriva di quello che ora viene definito “ disturbo post traumatico da stress”, ben descritto nel DSM IV. Egli riferiva frammenti di un'esperienza che la sua mente non aveva ancora ricomposto, perché era un'esperienza troppo traumatica. Esperienza che, perė, non aveva avuto origine all'interno della sua mente, bensď nella realtą. Questo soggetto aveva vissuto un’esperienza che non era in grado di integrare, di mentalizzare, e quindi anche di ricordare con coerenza di nessi logici, ma solo per frammenti che, con una terapia lunga e paziente, sono stati poi ricomposti e trasformati in ricordo organizzato.

Mi dilungo sulla questione del trauma, trattando il tema in modo piĚ generale, per avere le premesse necessarie alla comprensione del funzionamento della mente infantile e dei danni che ne derivano: come si esprimono e come possono avere dei pensieri sul futuro, avendo alle spalle un passato che Ź a pezzi. Il pensiero sul futuro, invece, dovrebbe proprio essere un pensiero che ha la qualitą della linea, cioŹ di una virtualitą che collega presente e futuro, che non si frammenta, che non Ź semplicemente un sogno in avanti scisso. Il problema di chi prende in carico bambini traumatizzati a vario titolo Ź come fare, cosa fare e se Ź possibile fare in modo che i frammenti traumatici del passato non consentano  soltanto sogni ad occhi aperti,ma, nonostante tutto, un certo percorso evolutivo di crescita e di speranza nel futuro.

La questione diventa oltremodo complicata e difficile quando abbiamo dei bambini, soprattutto se piccoli, che ci dicono delle cose strane, che noi assolutamente non capiamo, cose a pezzi e, per di piĚ, non abbiamo la possibilitą di sapere che cosa sia realmente accaduto.

La prima fondamentale differenza che esiste nelle condizioni traumatiche legate ad esperienze sofferte in famiglia da quelle sofferte per altre cause, si puė dire che consista nel fatto che i traumi patiti all'interno della famiglia sono tutti piuttosto segreti, nascosti e riservati. L'adulto che deve aiutare il bambino ne sa ben poco e non raramente egli Ź uno dei pochi, se non l'unico, strumento di conoscenza dei fatti avvenuti. Allora comprendiamo la difficoltą a risalire da questi pezzetti scomposti alla realtą che c'Ź stata. Molto diversa Ź la situazione che noi incontriamo quando dobbiamo curare un bambino traumatizzato, ma conosciamo la specificitą del suo trauma.

Esemplifico. Ho avuto l'occasione di curare, non raramente, bambini vittime della guerra. Innanzi tutto, ritenevo che fosse importante cercare di assumere le informazioni sui dati di realtą, quindi quale era stato il contesto di vita nel quale erano vissuti e come la guerra era avvenuta realmente intorno a loro. Questo mi permetteva di dare una maggiore contestualizzazione alle loro parole e anche al loro mondo interiore. Subito appariva una dimensione di fondamentale importanza per l’evoluzione della cura: quella della parentalitą. Vi cito, come esempio, le parole di una bambina della ex Jugoslavia, che aveva visto completamente sparire, mentre giocava in una piazza, la madre, il gioco che aveva davanti, la sua casa e le sue cose per lo scoppio di una bomba. Certamente l'esperienza l'aveva lasciata completamente attonita, al punto che questa bambina per molto tempo non era stata in grado di raccontare ciė che era accaduto. Presa in cura, ha potuto essere garbatamente avvicinata a quegli eventi, anche perché io potevo dirle: "Io so che tu stai tanto male, perché hai visto delle cose molto brutte, hai perso molti affetti", quindi potevo aiutarla nel racconto della sua vicenda traumatica. La teoria del trauma ci spiega bene che Ź molto importante, per gli adulti o i bambini traumatizzati, poter raccontare, cioŹ dare parola, all'evento traumatico. Ciė puė essere facilitato se noi conosciamo, in qualche modo, la dimensione della concreta realtą traumatica. Dobbiamo comunque avvicinare al trauma con molta pazienza e molto garbo, facendo attenzione che la coscienza abbia costruito delle sufficienti difese: "A me hanno detto delle cose e tu ti senti che io provi un pochino a dire che cosa forse ti Ź successo?” Per molto tempo la bambina in questione manifestava di non volere affrontare l’esperienza traumatica e lo manifestava come lo manifestano i bambini: andare sotto il tavolo, mettersi le mani sulle orecchie, dire che doveva fare la pipď…; tutti modi che dimostravano una forte difesa e una forte resistenza all'avvicinamento al trauma. Quando le Ź riuscito, ha detto una cosa assolutamente importante, che mostra la netta differenza tra il trauma patito all'interno della famiglia e quello con persone esterne: "Stavo giocando"- e ha ricordato perfettamante quel pomeriggio- ma poi Ź venuto il papą, mi ha dato la mano e mi ha portato in cantina". In quella vicenda traumatica tutto era andato perduto tranne il significato fondamentale del vivere per un bambino, che Ź legato alla possibilitą e al diritto di essere protetti dal padre. La sua vita interiore, benchŹ caratterizzata da immensa sofferenza per le perdite subďte, conservava il significato basilare che le consentiva di individuare i nemici, quelli che facevano la guerra, che erano fuori dalla porta di casa, e il padre come colui che poteva darle protezione e aiuto.

Diviene evidente la differenza con i traumi legati alle incompetenze dei genitori in cui possiamo riconoscere due specificitą. La prima Ź che spesso non conosciamo per nulla cosa sia veramente accaduto e quindi non possiamo aiutare il bambino a far emergere l’accaduto; con un bambino, forse vittima di un abuso sessuale all'interno della famiglia o di maltrattamento grave, non possiamo dire: "Io so che ti Ź successo qualche cosa di brutto", quando  sono le parole stesse del bambino la via per comprendere ciė che Ź accaduto in quanto unico testimone dei fatti. Ciė significa anche che l'attivitą di aiuto del terapeuta Ź meno supportiva, a fronte di un evento traumatico assolutamente piĚ grave, perché ciė che in questi casi viene completamente perduto Ź proprio ciė che dą significato e valore e alla vita di un bambino, ossia la famiglia come realtą di protezione e di aiuto. Se i bambini, vittime della guerra, mantengono dentro di sé, pur nella dimensione traumatica della sofferenza, una certa differenza primitiva, che per i bambini perė Ź importante, nel bambino, che ha subito un trauma all'interno della famiglia, tutto Ź molto pasticciato: il bene convive con il male, la speranza di crescere con l'aggressione, la morte con la vita, l'essere vittima con l'essere, invece, complice. Quindi possiamo affermare che la cura di questi bambini Ź uno degli appuntamenti piĚ complessi per il clinico ed anche per i giudici.

La cura del bambino vittima della guerra Ź, paradossalmente, quella con maggior esito positivo. I traumi piĚ difficili da curare sono quelli dei bambini vittime di traumi all'interno della famiglia e quelli dei bambini vittime di un lutto grave, come Ź la morte di uno dei genitori. L'esperienza mostra che, in questi due casi, gli stati della mente che i bambini attraversano sono molto complessi e non dissimili tra loro. Gli uni e gli altri se la cavano con grandi movimenti di negazione e di aggressivitą spostata, mantenuti per lungo tempo. Per i bambini che hanno perso in modo improvviso uno dei genitori, cioŹ senza una malattia, che potremmo chiamare gravidanza della morte, non Ź stato possibile preparare la loro mente a questo evento. Di piĚ, anche il resto della famiglia, a sua volta impegnata ad assorbire il trauma, non Ź in grado di aiutarli. Un evento improvviso, fulmineo, ci stravolge perché non siamo preparati a gestirlo. La caratteristica dell’evento traumatico Ź proprio quella di non avere una gravidanza simbolica. Adulti e bambini hanno immense capacitą di adattamento, perė devono sapere in che senso sviluppare le difese di adattamento, cosa che risulta impossibile quando un evento ha il carattere della imprevedibilitą. I bambini, vittime del lutto grave, possono fare il vero lutto anche diversi anni dopo la perdita del genitore perché per un lungo tempo sono vittime di una condizione traumatica e quindi la loro mente si difende, fa degli spostamenti, nega, sviluppa solo quelle emozioni e quei sentimenti che consentono al bambino di sopravvivere. Anche durante la cura psicologica, il genitore morto occupa nella loro mente una posizione assolutamente impropria, che disorienta all'inizio (io stessa ero molto colpita): la posizione di un genitore cattivo, di un genitore che ha abbandonato, di un genitore che non Ź stato capace di farsi curare per mantenersi in vita. Se questi eventi sono dovuti ad incidenti stradali, o ad altri eventi caratterizzati da rapiditą, nella mente del bambini permane  una coerenza  cognitiva che rende ancora piĚ difficile l’intervento di cura. Per esempio, il bambino puė dire: " La mamma Ź stata cattiva, perché andava forte con la macchina; non Ź stata attenta, perché non ha guardato che l'altra macchina veniva nella sua corsia". Aiutarli a riflettere su questo aspetto, per un periodo abbastanza lungo puė essere addirittura inutile, se non dannoso, perché questo punti di vista della realtą, che a volte Ź quasi una sottile deformazione della realtą, Ź il loro modo di governare l’evento traumatico. Se si facesse spazio dentro di loro troppo rapidamente la consapevolezza che una mamma buona o un papą buono li ha abbandonati, questa consapevolezza potrebbe essere quasi fatale per il loro benessere psichico. Quindi per molto tempo hanno bisogno di avere dentro di sé l'immagine di un genitore cattivo e abbandonico contro il quale arrabbiarsi per non lasciare spazio a una depressione troppo grande. Come sappiamo, da una posizione di depressione disperante e suicidaria non si fa nessun lutto; il lutto vero avviene da una posizione di disperazione costruttiva che consente a un bambino, anche se piccolo, di pensare: "avevo una mamma che era buona, mi dispiace molto non averla piĚ, mi dispero  ma riesco a capire che la sua presenza fisica Ź sostituita da una positiva presenza nella mente". Questo Ź l'unico modo con il quale adulti e bambini governano il mistero terribile della morte. In modi vari, con culture diverse, con idee e punti di vista religiosi diversi, ognuno di noi, ha bisogno, per governare la morte, di trasformare una presenza viva in una presenza mentale. I bambini dicono: la mamma nel cuore, la mamma in paradiso… c'Ź un bisogno di collocarla. ť necessario, per fare il lutto, che questa persona collocata sia una persona positiva e allora il lutto puė avvenire. Diversamente, il bambino vittima del lutto grave si trova sempre in una posizione traumatica.

Aggiungo un esempio ancora, relativamente alle figure dei genitori. In questo momento sto curando tre fratellini, la cui madre ha avuto un gravissimo incidente di macchina che l’ha quasi uccisa. In coma per un periodo, ora ne Ź uscita, ma si trova in una condizione fisica estremamente problematica. Al momento dell’incidente, tutti e tre i suoi figli erano presenti, perché stava andando a ritirare la sua secondogenita alla scuola materna. Aveva vicino a sé il figlio primogenito, un bambino di otto anni, in braccio la bambina piĚ piccola, che ne aveva tre, e attendeva che uscisse dalla scuola materna la secondogenita di quattro e mezzo.

Quando Ź stata investita, il suo istinto Ź stato quello di lanciare la bambina che aveva in braccio. Lanciandola, questa bambina si Ź fatta del male, qualche rottura di ossa, ma non Ź morta, cosa che, probabilmente sarebbe accaduto se l’avesse tenuta in braccio.

Le risposte dei tre bambini a questo evento traumatico, sono state differenti.

Il bambino maggiore ha sviluppato una risposta traumatica estremamente evoluta, quasi una risposta non traumatica. Piangeva, si disperava, con me mimava la mamma morta, pur non avendola piĚ vista dal momento dell’incidente. A un certo punto ho ritenuto che dovesse andare a trovare sua madre, benchŹ fosse in camera di rianimazione, perché aveva assunto alcuni comportamenti pericolosi, raccontatimi dal padre, come cercare di buttarsi sotto le macchine, perché voleva andare dalla sua mamma. Ad un certo punto gli ho chiesto se pensava che la sua mamma fosse morta o viva ed egli ha dichiarato che pensava fosse morta ma che non glielo dicessero. Questo evento era stato cosď improvviso che tutto si era scomposto e scomparso nel suo mondo, per cui io dovevo ridargli qualche certezza. Per esempio, la certezza che la mamma stava molto male, ma non era morta. Attraverso i disegni ho cercato di rappresentare la situazione della mamma in camera di rianimazione, anche con il suo aiuto, e ho accompagnato questa attivitą grafica con informazioni e istruzioni in modo da prepararlo adeguatamente a questa visita che Ź risultata positiva. Anzi, la madre, che era in coma vigile, al secondo incontro con il suo bambino ha aperto gli occhi. E questo ovviamente ha dato al bambino una maggior sicurezza circa il fatto che lei davvero non fosse morta. Quindi, il primo bambino aveva bisogno di un riscontro di realtą, perché  senza difese traumatiche, per cui la realtą era fin troppo evidente tanto da non poterla reggere.

La seconda bambina aveva chiesto di andare da una zia e per tre mesi si Ź comportata come se non fosse accaduto niente. Era andata al mare, si era divertita. Quando l'ho vista a settembre, ho avuto l'impressione di una bambina per la quale una cosa molto grande fosse accaduta, passando completamente sopra la sua testa.

L'ultima bambina Ź diventata completamente mutacica. Da quel giorno non ha piĚ proferito parole. Era evidentemente quella che ci dava piĚ preoccupazioni perché, mentre la disperazione del primo era un’ emozione congrua rispetto alla realtą, il mutacismo Ź invece una difesa che partecipa di un mondo borderline e forse un po' psicotico. Questa bambina aveva disappreso una competenza che aveva, ma non in modo consolidato. Quindi il rischio che questo disapprendimento diventasse una condizione stabile e cronica era molto preoccupante. Si sono verificate anche delle situazioni spaventose, in cui questa bambina al solo nominare la parola 'mamma', senza aggiungere altro, faceva delle scene che erano una via di mezzo fra un attacco di panico, una crisi d'angoscia, una crisi isterica: erano l'angoscia traumatica che usciva. Ritenevamo che dovesse essere un pochino fatta sfiatare. Alla fine questa bambina ha ricominciato a parlare, ripercorrendo tutte le tappe evolutive della comparsa del linguaggio, quindi dalla lallazione, alle prime difficoltą fonetiche, fino a che Ź riuscita in modo piuttosto meccanico, quindi ancora un po' psicotico e poco rassicurante, a dire delle parole. La prima parola che ha detto io non l'ho assolutamente capita. Mi sono state di notevole aiuto in questa terapia sia la decisione di condurla assieme a una giovane collega, sia quella di videoregistrarla. Il contributo che ne Ź venuto dall’una e dall’altra situazione ha consentito di uscire da una situazione difficile, legata alla comprensione errata della prima parola pronunciata che provocava in lei esplosioni di rabbia e mi tratteneva in un atteggiamento interpretativo fuorviante. Quando si Ź capito che la parola era “braccia”, e non “roccia”, ho potuto utilizzare le informazioni acquisite sulla dinamica dell’incidente per avvicinare la bambina all’esperienza traumatica subita. Ha avuto un movimento scomposto, ma non di disperazione. Ora io potevo aiutarla con piĚ facilitą, perché potevo contare sulle informazioni. La cosa molto interessante nella cura di questa bambina Ź stata che, dopo aver ricostruito, attraverso il gioco, la storia di ciė che era accaduto, ha avuto bisogno di arrabbiarsi moltissimo con la bambola che rappresentava la mamma: quindi l'ha scagliata, l'ha lanciata fuori dalla finestra. Questa mamma cosď cattiva, che aveva avuto la grande colpa di farsi investire, da una macchina. E per questo l'aveva lasciata. Poi hanno cominciato a emergere le sue paure: non voleva uscire di casa perchŹ aveva, come spesso accade, la sensazione che tutte le macchine le andassero addosso. E’ stato perciė necessario governare queste paure. Ho usato  lo stesso modo con cui  che adotto con i bambini abusati: disegno molto con loro. E’ emersa anche con questa bambina la figura del lupo (l’uomo che guidava la macchina), figura che spesso troviamo nei bambini come rappresentante arcaico e simbolico della violenza e della negativitą; lo dovevamo contenere, ad esempio, mettendolo in gabbia, perché non facesse piĚ del male. Questa paura perė era governata finchŹ la bambina stava con noi, ma senza di noi perdeva il governo. Quando tornava la volta successiva, dovevamo, nuovamente, rimettere la paura nella gabbia.

Da questi esempi possiamo desumere la difficoltą della cura di questi bambini che richiede quindi dei terapeuti abbastanza esperti e che abbiano una discreta forza interiore per sopportare, dal punto di vista proprio del controtransfert rispetto ai bambini, la possanza delle loro emozioni che Ź legata alla qualitą dei pensieri traumatici. Questo Ź comune ai bambini che hanno sofferto qualunque tipo di trauma. Il ricordo del trauma rimane per molto tempo come una saetta che trafigge la mente. E quanto piĚ il trauma ha avuto la qualitą di essere subitaneo, improvviso, rapido, intenso, non governabile, tanto la posizione che occupa nella mente Ź una posizione di questo tipo: potente, violenta, difficilmente governabile, improvvisa, acuta, intensa e ripetitiva.

E’ importante insistere sulla ripetitivitą. Alcuni tipi di traumi, per esempio i traumi di natura sessuale, possono lasciare nei bambini un bisogno di riproporli nei comportamenti e, fino a quando l'evento traumatico non si Ź sciolto, Ź come una matassa aggrovigliata che si auto ripropone. Ad esempio, una bambina abusata, aveva la necessitą, traumatica, di continuare a raccontare ciė che le era accaduto. Lo raccontava a me, alla maestra, alle educatrici, ai compagni, combinando grandi pasticci. Scandalizzava le compagne, irritava la maestra, metteva in ansia i genitori. Quando ho cercato di spiegarle che poteva dirla a me o ad altre persone che avrebbero potuto aiutarla, ma non a tutti, specialmente agli altri bambini, mi ha dato una risposta estremamente illuminante: "Ma io non riesco, perché a me viene da dirla". L’ho allora invitata a cercare di controllarsi un po’, concordando con lei quando e con chi poteva parlarne. La bambina faceva dei patti che perė non riusciva a mantenere pur essendo consapevole che continuare a parlarne non le era di nessuna utilitą. ("Sď, vedi, tu hai ragione. Io continuo a dirlo, ma tanto non sto meglio, perché mentre lo dico io lo sento che non va veramente fuori; ritorna dentro". Questo aspetto, della ripetitivitą, che Ź, in modo circolare, un continuo tornare su se stesso dell’evento traumatico noi scopriamo anche una delle radici piĚ profonde della difficoltą di superare le conseguenze traumatiche. Il trauma Ź un groviglio che trattiene questi soggetti. Quando affermiamo che il maltrattamento e l'abuso sono delle catene che si trasmettono di generazione in generazione, in realtą vogliamo dire che, se non si attiva una cura del trauma, nell'individuo singolo e nella famiglia  queste condizioni continuano a riproporsi. Parlarne non Ź la cura. Bisogna trasformare il cerchio in una linea. Aprirlo. Ma immaginate quanto Ź difficile aprire questo cerchio, che Ź un cerchio perverso, perchŹ riguarda eventi che hanno a che fare con lo stretto ambito familiare, quindi sono tenuti segreti, chiusi e protetti. PiĚ semplice Ź con altri eventi traumatici.

 

Detto questo, possiamo introdurre qualche considerazione su quello che Ź il nostro tema di oggi: come possiamo aiutare questi bambini, vittime di traumi, a costruire un pensiero sul futuro?

E’ ciė in cui consiste il nostro compito terapeutico che non Ź quello di far dimenticare il trauma, ma di dargli una posizione, che non sia di assoluta focalizzazione, cioŹ quella di essere sempre centrale nella mente. Occorre trasformare il trauma da setta incandescente che spacca i pensieri, in ricordi che possono anche stare appartati. Tutti i casi citati dicevano: "Non sono stato oggi a scuola un bravo scolaro, perché ad un certo punto mi Ź venuto quel pensiero prepotente e ha mandato tutti gli altri pensieri all'aria". Compito del terapeuta Ź il governo del ricordo e dell'angoscia traumatica. Vuole dire, quindi, prendere in qualche modo questi eventi, questi ricordi, questi pensieri e metterli in una zona della mente dove siano appartati. Non negati, appartati. Sempre, inevitabilmente, producono della sofferenza, quando ci si ripensa, ma dobbiamo fare in modo che non siano cosď potenti da obbligare la mente a pensarli quando vogliono loro. Al termine della cura diciamo ai bambini: "Adesso stai abbastanza bene, perché questi ricordi sei capace di metterli, anche da solo, in un cassettino". Ma nel corso della terapia, anche per molto tempo, abbiamo bisogno di dire loro: "Facciamo finta che io ho un cassetto dei pensieri di questo tipo e tu quando esci da questa stanza, prova, se riesci, a lasciarli un po' a me. Guarda che non li perdo, li tengo molto bene, li chiudo dentro, perché non vadano in giro". Sono metafore che i bambini, e non solo i piĚ piccoli, accettano, come anche gli adulti che ho in cura.

Dico subito che ritengo che i bambini non possano da soli superare gli eventi traumatici e che abbiano bisogno, assolutamente, dell'aiuto di una persona adulta. La possibilitą di avere una speranza di futuro sta nella relazione d’aiuto. Perché l'evento traumatico, qualunque esso sia, incesto, maltrattamento, guerra, leucemia, perdita: di una gamba o della casa in un terremoto, rappresenta, per un bambino una grandissima caduta della speranza, rendendo impossibile, senza un accompagnamento, pensare al futuro. E’ nella relazione con l’adulto la possibilitą per la speranza di farsi spazio.

La speranza Ź un sentimento, un'emozione, un insieme di tante cose, un desiderio, un'illusione, una virtualitą. La speranza del bambino traumatizzato deve essere una speranza solida, non solo idealizzata; una speranza sufficientemente realistica, una speranza che viene costruita giorno per giorno insieme a qualcuno. Se non curati,i bambini vittime di traumi corrono il rischio di sviluppare non speranze di vita futura, ma grandi illusioni dereistiche di vita futura, che sono ancora il refuso delle difese traumatiche. Come se dal grande male patito nascesse un risarcitorio bisogno di pensare ad un grande bene futuro.

Quasi sempre i bambini traumatizzati hanno bisogno dell'aiuto di uno specialista, che faccia, sostanzialmente, tre cose.

La prima cosa, indispensabile, Ź l'accoglimento dell'angoscia traumatica. Questo Ź l'atto terapeutico fondamentale, perché se il trauma Ź vissuto come un evento violento, improvviso, imprevisto, prepotente, che ti priva di, accogliere una sofferenza Ź gią un segno relazionale completamente opposto. Vuole dire: disponibilitą, sicurezza che quella persona sarą ancora lď. Quindi la terapia dei bambini traumatici, se da un lato deve essere dinamica, con un terapeuta attivo, che parla e che aiuta, per altri aspetti deve essere anche straordinariamente rigorosa. Io posso fare una seduta ad un bambino traumatizzato, dicendo alla sua educatrice di stare dentro, perché mi serve in quel momento, ma non devo farlo aspettare, perché se lo faccio aspettare, anche pochi minuti, lo espongo intensamente al timore che qualcosa di imprevisto possa accadere. Bisogna fare cose che gli diano sicurezza. Io, ad esempio, gli metto nella tasca un biglietto con l’indicazione delle ore in cui deve venire. Dico: "Guarda, te lo metto nella tasca del cappottino". Gli tocco la tasca del cappottino e gli dico: "Te l'ho messo dentro qui" e faccio in modo che anche lui con la sua mano le tocchi.  Dobbiamo assolutamente dare delle certezze, anche con qualcosa di molto piccolo, ma qualcosa su cui il bambino possa contare. Certamente il terapeuta non sostituisce le figure affettive che sono sparite, non cancella il danno subito, se Ź di natura sessuale o di altra natura, perė puė organizzare nella mente del bambino alcune competenze che si sono perdute. Quelle di una minima sicurezza di base, quella di una stabilitą. La prima cosa Ź un'organizzata accoglienza del disorganizzato dolore traumatico.

La seconda cosa fondamentale Ź aiutare il bambino nel racconto dell'evento traumatico. Ci sono state ricerche in America, fatte sia con gli adulti, sia con i bambini, le quali hanno dimostrato che il benessere, per i soggetti traumatizzati, Ź significativamente collegato alla capacitą di riuscire a raccontare le esperienze subite. Riuscire lui, il bambino o l'adulto, anche quando sono vittime di abuso sessuale, ed Ź possibile intuire quanto Ź successo o ricostruire la dinamica degli eventi. Possiamo sostenere il bambino, possiamo rinforzare le competenze del suo Io, dare fiducia alla sua memoria, farlo sentire non solo, quindi capace di ricordare qualcosa di brutto, perché non Ź abbandonato. Ma non ricordarlo o, peggio, suggerirlo noi al suo posto. Ad esempio, una bambina vittima di incesto, per molto tempo, al termine dei suoi racconti, diceva: "Poi sono andata in bagno a lavarmi". Era abbastanza facile immaginare che, se era andata in bagno a lavarsi, fosse successo qualcosa per cui si era sporcata. Avrei potuto dirle:"Ti Ź forse successo cosď?, ma ritenevo che se non era in grado di dirlo significava che non lo aveva ancora mentalizzato. Se glielo avessi anticipato, lo avrebbe poi dovuto vomitare via o avrebbe dovuto accoglierlo, adattativamente rispetto a me, riproponendo una modalitą seduttiva che le Ź abituale, essendo stata abusata. Quindi, grande, grandissima prudenza.

Allora, il secondo punto fondamentale Ź aiutare i bambini a ricostruire l’ evento traumatico.

Il terzo punto fondamentale della loro terapia Ź aiutarli ad andare oltre questo evento, quindi la ricostruzione di una speranza per il futuro.

Naturalmente, come dicevo prima, deve essere la ricostruzione di una speranza non risarcitoria. E questo Ź  un compito difficile.

Quando i bambini sperano in una vita straordinaria, io dico: "Be', straordinaria. Che ti vogliano bene, che ti portino qualche volta a sciare, che ti sgridino quando non studi". La qualitą della  speranza, ricostruita attraverso un percorso di cura,  deve essere una speranza reale, capace di governare i limiti di una realtą futura. Gli aspetti di risarcimento devono essere gestiti non nella illusione di un futuro meraviglioso ma in terapia.

ť ovvio che, per avere un futuro, Ź necessario che la mente di questi bambini sia stata messa insieme. Perché, finché Ź spezzettata, non potranno avere nessun futuro. Oppure avranno tanti futuri.  Infatti, il rischio, che io credo fondamentale in un bambino traumatizzato, qualunque sia l'origine del suo trauma, Ź di avere non una speranza di futuro, ma tanti futuri. Il che vuole dire, clinicamente, una mente che ti organizza tante vite, ad esempio tante vite affettive per l’ incapacitą di avere stabilitą di affetti; oppure due vite: una vita di delinquenza e una vita di comportamento lecito; una vita di sanitą di mente e una vita di malattia mentale.

I danni maggiori che il trauma puė lasciare, quando non viene curato, sono la scissione dell'Io e della persona, scissione che porta, per esprimermi in modo ingenuo, quasi ad una sorta di pluralitą di vite.

Ogni trauma Ź una grande esperienza di impotenza; se non Ź curato, il danno che rimane, come esito post traumatico che  ostacola una sana speranza, Ź l'onnipotenza. Tanti amori, tante vite, tante posizioni sociali, tante scelte, ma mai la possibilitą di una stabilitą.

 

Vi mostro ora una seduta di un caso di allontanamento per inadeguatezza della famiglia. In realtą questa bambina Ź vittima di un incesto. La seduta in questione Ź avvenuta circa 4/5 mesi dall’inizio della presa in carico, subito dopo la pausa estiva. E’ presente anche la sua educatrice, che Ź una persona straordinaria. ť una cassetta nella quale il viso della bambina si vede perfettamente, il suo nome si sente; d'altra parte non possiamo insegnare come si curano i bambini facendoli vedere oscurati, perché l'espressione dei loro occhi Ź fondamentale riguardo al comprendere. Questa bambina, che Ź straordinaria, mi chiama non Della Rosa, ma Bella Rosa e forse c'Ź un aspetto di narcisismo nell'avervela portata.

Vi riassumo brevemente la sua storia. La bambina, dopo essere stata allontanata dalla famiglia per trascuratezza e maltrattamento, Ź stata affidata a una comunitą, di cui Ź ospite al momento della presa in carico. Aveva cominciato a raccontare episodi, apparentementi non gravi, di molestie sessuali: un giovinastro in cantina, piuttosto che un vecchio alcolista in soffitta. Perė la causa dell'allontanamento, era il non accudimento che, bisogna presumere fondato su gravi motivi, visto che il provvedimento Ź stato preso da un tribunale che non allontana facilmente i minori dalla famiglia. Il sintomo, gravissimo, che manifesta, prima a casa e poi, in modo piĚ accentuato, in comunitą, Ź un’assoluta incapacitą a defecare al punto che, al momento della presa in carico, questa bambina aveva gią avuto diversi ricoveri con interventi per lo svuotamento manuale dell’intestino, perché aveva sviluppato dei fecalomi, il piĚ grande dei quali era di quasi 6 Kg.. La bambina ha 8 anni ed Ź come se nel suo piccolo corpo infantile ci fossero due figli gemelli. Immaginate il tipo di stravolgimento. Un secondo fecaloma, per cui si dovuti intervenire, era di 4 Kg.. Ciė vi fa capire la sua assoluta incapacitą ad andare di corpo, situazione sostanzialmente non modificata neppure da un ciclo di ginnastica allo sfintere. In piĚ, la bambina stava anche psicologicamente molto male. La richiesta di presa in carico era sostanzialmente per il sintomo specifico fisico.  Alla fine risulterą, come vi ho gią anticipato, che aveva subito un incesto, esperienza che Ź riuscita a raccontare solo dopo aver, in qualche modo, compreso una relazione fra il sederino che non funzionava e i pensieri che non uscivano. Specie se siamo davanti ad un bambino piccolo, se da qualche parte entra ciė che non deve entrare, poi non si sa piĚ dove deve uscire, quello che deve uscire. Nei bambini piccoli, l’abuso crea uno sconvolgimento radicale, contrariamente a quanto di solito Ź affermato, cioŹ che i traumi sessuali nei bambini piccoli non lasciano traccia, perché dimenticano. Anzi, i danni sono maggiori perché influiscono sull'immagine primitiva del corpo.

Si tratta di una bambina di grandissima intelligenza. Quando Ź stata interrogata dal giudice Ź risultato evidente che la terapia l’aveva aiutata a riflettere sull'evento traumatico. Al giudice, che l’aveva invitata a non avere paura, ha risposto: "No, ma adesso mi metto tranquilla, perché con la Bella Rosa ho capito bene che c'Ź una differenza fra dimenticare e perdonare". Si riferiva al fatto che, in terapia, per un certo periodo affermava: "Io non dico niente, perché io ho perdonato". Allora, avevo cercato di farle capire che perdonare Ź una cosa e dimenticare Ź un'altra. Le spiegavo che la testimonianza Ź un confronto con il principio di realtą. Bisogna dire le cose come sono capitate, perché sono capitate. Ora non uso piĚ la parola 'veritą', perché spesso in questi bambini ci sono tante veritą: la loro, quella degli educatori, quella della mamma, quella del papą; allora a quale veritą ci riferiamo? Dico "le cose che sono capitate, come sono capitate", perché mi sembra di invitarli e agganciarli meglio al principio di realtą.

 

E.: va bene, niente. Pensavo che ci fosse qualcosa.

T.: anche a me era venuta quella idea lď. Invece no.

E.: puė essere che ci siamo confuse.

T.: puė darsi che certe volte anche la Bella Rosa non capisce bene. Sai che ti trovo … si capisce che sei stata in vacanza, sei abbronzata, Ź cresciuta la frangetta, sei diventata anche alta..

P.: eh!?

T.: sei diventata alta..

P.: alta?!

E.: alta

T.: e l'estate come Ź andata?

P.: Ź come il mio orologio…

T.: vedi, abbiamo delle cose uguali… come Ź andata l'es...? Ah, allora la Bella Rosa aveva capito bene… Ź un regalo per me?

P.: sď.

T.: io ti ringrazio. ť molto, molto bello. Sai che le conchiglie si possono mettere vicino all'orecchio e si senteono dei rumori anche piccoli, piccoli, piccoli?

E.: gliela racconti la storia?

T.: come quando la Monica dice le parole piccole, piccole, piccole…

 

(non c'Ź la registrazione della videocassetta)

 

Allora, c'Ź qualcosa che volete chiedere, commentare, capire, criticare, comprendere…?

ť una cassetta un po' emozionante. Introduco alcune considerazioni sul piano piĚ cognitivo e tecnico per raffreddare le emozioni. Chi di voi pratica una tradizionale terapia ai bambini, specie se di tipo analitico, sarą colpito da un setting un po' speciale. Anzitutto sono piuttosto attiva, faccio domande. Poi faccio entrare e uscire l’educatrice.

A me sembra di avere capito che i bambini traumatizzati, siccome il trauma Ź un evento della realtą e non solo psichica, necessitino di un approccio terapeutico un po' reale, un po' dinamico, che tenga effettivamente conto della realtą. Anzitutto, nel caso dei bambini abusati bisogna fare in  modo che l’abuso sia interrotto, altrimenti si insegna una realtą schizofrenica. Questa bambina era, giustamente, gią stata allontanata.

In secondo luogo, quando questi bambini si avvicinano a contenuti traumatici molto forti, hanno bisogno di un grande soccorso. Tutto l'atteggiamento del terapeuta deve essere molto empatico, perché sono bambini che stanno molto male. Questa bambina, ad esempio, ha un sintomo gravissimo che puė portarla alla morte e che provoca sensazioni spaventose di dolore.

Per questo Ź una bambina molto sofferente psico-fisicamente. Ha bisogno, quando si avvicina a dire certe cose, di un grande soccorso, proprio anche concretamente affettivo. Per quanto io possa essere affettiva nei loro confronti, e consenta momenti ed espressioni di vicinanza, anche fisica, io non sono la loro figura reale di riferimento. Allora presenze, come gli educatori, sono molto utili. L’educatrice di questa bambina, poi, Ź una donna straordinaria, di grandissima competenza e discrezione: entra ed esce con prudenza e rapiditą. Credo anche che questo entrare e uscire rappresenti lo stato mentale della bambina, perché il movimento di questa educatrice Ź assolutamente congruo con il movimento mentale della bambina: entra ed esce rapidamente; dismette un argomento; ne prende un altro. Molto intelligente e molto curiosa, preferisce parlare e ascoltare, piuttosto che giocare, fors’anche sollecitata dal mio modo di propormi che Ź molto di mentalizzazione, di pensiero, di riflessione. E’ anche una bambina forte, dal punto di vista della capacitą di reggere una relazione terapeutica. Non dimentichiamo che il bambino che gioca Ź un bambino che vuol farsi capire, ma il gioco gli consente anche di sottrarsi alla relazione perché, giocando, prende le distanze, si alza, va in un angolo, ti volta le spalle.

Invece lei vuole continuamente stare in relazione; abbassa gli occhi ma non si alza, non si assenta, non va via. Le dirė, poi, in una seduta successiva, che a me sembra che non sia per niente vero che  non sia capace di volere il suo bene e questa affermazione Ź resa possibile da eventi reali rilevabili in seduta.

ť molto importante dire a questi bambini che sono capaci di farsi voler bene, ma ovviamente, bisogna avere delle prove per dirlo. Io vedo come l’educatrice la tiene in braccio e dico: "Sei molto brava a farti volere bene e lo vedo perché sei in braccio". Cosď come gli eventi che li hanno danneggiati sono stati eventi reali, anche quelli positivi che accadono nell’oggi devono essere rappresentati nella realtą. PoichŹ il trauma Ź reale, anche la riparazione e la cura devono passare attraverso la realtą. Perciė le farė anche notare come, venendo in terapia, lei voglia il suo bene: "Non Ź vero che tu non vuoi il tuo bene, perché tu stai qui e cerchi di parlare con me, per stare bene".

Per il resto, credo che la cura dei bambini abusati partecipi dei modi tradizionali di curare i bambini, come interpretare, rimandare le risposte (“perché me lo chiedi”?).

Penso anche che sia possibile rilevare dalla videocassetta la mia posizione assolutamente non inducente con lei, benchŹ siano presenti degli indicatori ben precisi. Se lei stessa dice: "Ma mi viene sempre in mente il sesso e la morte", allora questa non Ź un'associazione normale, perché l'idea del sesso, negli adulti e nei bambini, Ź verso la vita, non la morte. Se associa il sesso alla morte viene facile fare molte domande; ma al massimo si puė dire, nel rispetto della veritą dei fatti e nel rispetto dell'evoluzione di un bambino: "Ma cos'Ź capitato? Forse Ź capitato qualcosa"? Di piĚ non si puė anticipare. L’associazione che fa fra sesso e morte, il sintomo cosď precisamente orientato in una zona del corpo che, quando io dico: "Il sederino non Ź come il naso o le manine che tutti vedono", lei risponde: "Sď, Ź una parte intima" e io: "Certo, si copre con le mutande”, fa proprio pensare a un abuso; ma con tutto questo l'avvicinamento deve essere graduale. Questa bambina manifesta inoltre degli aspetti tipici dell’abuso intra familiare: la bassissima stima di sé, per cui Ź impossibile farle un complimento, una lode, e la difesa incondizionata della famiglia. Questa Ź una diretta conseguenza di un'identitą di vittimizzazione da cui Ź molto difficile uscire. Oppure, si puė uscirne col ricorso a quel delirio di onnipotenza risarcitoria di cui parlavo all'inizio, fonte di continue disperazioni a causa della irrealizzabilitą delle attese. Per questo motivo i  soggetti che, da bambini, sono stati abusati, vanno supportati continuamente perché, nei momenti importanti della loro vita, le esperienze traumatiche pregresse li mettono nella condizione di fare scelte sbagliate.

Questo caso puė definirsi “da manuale”. Affermazioni come: "Non valgo niente, devo difendere la mia famiglia, io non posso dire niente, se no smetto di soffrire io e cominciano a soffrire gli altri", esprimono il tipico vissuto da bambina abusata, cosď come la disistima, l'incapacitą di ricevere una lode, la difficoltą a capire che deve occuparsi di sé, con sistemi valoriali reali.

Un altro aspetto tipico Ź la difficoltą ad esprimere la rabbia, anch’esso in questo caso ben rappresentato. Senza una cura, il non riuscire ad esprimere la rabbia puė trasformarsi in molti modi: si puė autoriflettere su di sé, portando a situazioni depressive molto gravi; si puė rivolgere indiscriminatamente all'esterno, diventando comportamento antisociale; puė essere una rabbia che devasta e scinde il mondo interno, portando a disturbi psichiatrici. Comunque, per questi soggetti il governo della rabbia Ź molto difficile, anche perché, avendo sperimentato il male, di nuovo sono, paradossalmente, desiderosi di sentirsi poi buonissimi: senza rabbia.

Questa registrazione corrisponde a una fase di uscita da certe situazioni di stallo: Ź consapevole di essere arrabbiata, anche se lo riferisce ad accadimenti, ed Ź consapevole della sua incapacitą ad esprimere la propria rabbia ("Io vorrei dire molte cose alla Bella Rosa")se non in relazione con qualcuno ("Non vorrei parlare da sola, per dire chissą che cosa"). Ciė significa che un bambino traumatizzato puė parlare, ma puė farlo solo all’interno di una relazione empatica, di ascolto.