Alessandro Silva[1]

 

Una  proposta per alcuni criteri di base  nel processo psicoanalitico.

 

 

 Nel vasto panorama psicoanalitico due argomenti sono  da tempo oggetto di una ampia discussione con una pluralitą di posizioni cliniche e teoriche: la fine dell'analisi e i fattori terapeutici. Prendendo  spunto  tra i differenti punti di vista su questi due argomenti,  si cercherą di evidenziare qualche elemento  che possa  offrire  un fondamento teorico  o metodologico comune. La ricerca degli “universali” adombra il pericolo del questionare astratto, ma nel caso della psicoanalisi, a distanza di un secolo dalla sua nascita, Ź ancora sentita la necessitą di cercare  punti di riferimento comuni per tutti. Si tratta   di un tentativo   di trovare  una particella di coerenza unitaria per le varie “scuole”, o correnti psicoanalitiche, anche se in veritą alcuni Autori ne sostengano l’impossibilitą o l’inutilitą (Green 2005).   

 Naturalmente occorrerą semplificare l’argomento verso un minimo comune denominatore. Ciė puė rendere  non impeccabili le  soluzioni e forse anche discutibili, offrendo perė, mi auguro, una  ancorché piccola valenza euristica. Spesso il ridurre Ź dannoso,  perė puė far pensare. Questo lavoro dunque si ripropone di offrire, anche se per  linee generali,  una    particolare visione dell'edificio  teorico psicoanalitico e del suo processo, mediante l'ipotesi di un criterio generale unificante e di una caratteristica primaria comune, partendo  dai due grandi problemi  non risolti  con accordo unanime  e ancor ampiamente dibattuti: la fine dell’analisi e i fattori terapeutici. Progetto semplificante  (si spera non  semplicistico) piuttosto che  ambizioso  o sovversivo, e quindi comprensibilmente aperto a ulteriori elaborazioni.

 

Fine analisi

 

 In questo paragrafo sintetizzeremo le varie teorie psicoanalitiche sulla fine dell’analisi, ai fini strumentali  d’elaborare  una ipotesi di lavoro unificante.

Le conclusioni favorevoli dell’analisi descritte  da Freud sono, come Ź noto,  la fine del complesso di Edipo , la formulazione   “ laddove era l’Es  lď sarą l'Io”, la capacitą di amare  e lavorare  ( nel senso  di realizzare qualcosa). Ma in  “Analisi terminabile e interminabile” (1937)  aggiunge a questi punti di vista che prevedono una fine dell’analisi positiva, un punto di vista  che  esclude una possibilitą ottimale. E’ da notare inoltre che la modalitą di conclusione dell’analisi Ź descritta da Freud in termini di  prassi: “l’analisi finisce quando paziente e analista smettono di incontrarsi.”  Berestein  (1987)  sottolinea  questo carattere  pratico del”termine” proposto da Freud,  contrapposto alla interminabilitą del mondo psichico.    

Non potendo  riassumere invece l’ingente quantitą di dati  nella letteratura  altra da Freud, proporrei  per  l’economia del discorso  di cominciare a raggrupparli in due categorie  generali:  

A) teorizzazioni che prevedono la fine del l'analisi

B) teorizzazioni che la escludono

A) Per quanto  riguarda le teorie che prevedono una fine determinabile le soluzioni proposte  letteratura si possono raggruppare ulteriormente in:

1-raggiungimento di qualche obiettivo  (esempi: superamento della rimozione rendendo conscio l’inconscio etc. in Freud stesso, estinzione del desiderio in Masciangelo (1985),  accesso all’ordine simbolico  in Lacan (1955), acquisizione di un buon oggetto interno in Strachey (1936) et.al., etc ).

2- cambiamento (esempi: passaggio  dalla posizione schizo- paranoide  a quella depressiva  in Klein (1950) et al. , “new beginning” in Balint (1952), riduzione dei conflitti  e potenziamento dell’ Io in Hartmannn (1939), modificazione del sé in Kohut (1977), cambiamento come riorganizzazione dell’esperienza nel tempo in Modell (1990) etc ).

3- distacco (separazione in  J.M.Quinodoz (1991) e in Flournoy (1985), elaborazione del lutto  in Ferenczi(1927), Winnicott (1962) e Meltzer (1968)  etc.).  

 Questi raggruppamenti  non  hanno confini del tutto netti nemmeno negli  stessi Autori. Le  teorie   spesso hanno aree di sovrapposizione  (per esempio il cambiamento puė essere considerato un obbiettivo: fine e finalitą in questo caso si sommano)  o finiscono per coincidere  in definizioni piĚ ampie, come per esempio nei “sei punti di irreversibilitą” di Rickmann (1950) o nei “tre criteri” di Hoffer (1950)  che riassumono i requisiti considerati necessari  per delineare, ex post,  una  “vera” fine.

B) Le teorie che  considerano non determinabile la fine dell’ analisi argomentano principalmente sull’impossibilitą della piena risoluzione del transfert  o sull’ ineluttabile  proseguio dell’autoanalisi  (Rangell 1966). Queste posizioni teoriche, che postulano non una fine ma solo una interruzione, spesso trovano corrispondenza sul piano clinico.  Infatti Ź  difficile sostenere che le relazioni transferale abbia un'interruzione netta con la fine delle sedute. A. Kluzer (1995) suggerisce che la fine vada intesa in una dinamica transazionale  alla Winnicott,  Ferraro Garella  (2004) sostiene che “ogni analisi non puė che rimanere incompiuta”. Si potrebbe ben convenire anche con chi sostiene  (de Simone 1994) non essere  possibile né una teoria generale sulla fine analisi, né un criterio generale valido in ogni   situazione. In quest’ottica di rifiuto di teorizzare una fine  specifica viene compresa anche  la posizione di chi rifiuta il concetto di “guarigione”  (e con ciė stesso un termine specifico di fine di una cura)  poiché  rifiuta il collegamento della psicanalisi con qualsivoglia forma di “terapia” di stampo medico.Vi Ź una sfumatura leggermente aristocratica in quest’ultima posizione  ma, non senza ragione, si relativizza il concetto di “guarigione” poiché questo Ź un dato in gran parte soggettivo, e contemporaneamente un dato storico-sociale, vista la non univocitą del criterio di salute mentale. E’ anche ragionevole affermare, assecondando questo punto di vista, che nell’intervento psicoanalitico non si debba tener per meta l’effetto terapeutico, tuttavia Ź da dire che si produrranno modificazioni o trasformazioni che per  comoditą indicheremo col termine ordinario e generale di “guarigione”. Comunque  se si prescinde dal concetto di “guarigione” e si propende  per singole e soggettive evoluzioni, cade la necessitą di stabilire un  qualche parametro che determini la fine. In questa prospettiva di non-finibilitą o  indefinibilitą, le formulazioni psicoanalitiche si distaccano dal senso comune che suppone che l'analisi termini quando il paziente stia bene o ottenga un risultato.

 In  ultima sintesi ci tocca riformulare per l’economia del nostro discorso [2] , le due categorie in : 

A) c’Ź  la fine per distacco:  sia se si raggiunge un obbiettivo o mutamento,  sia a prescindere da un  obbiettivo predeterminato.

B)  non c'Ź una fine determinabile.

 Come si vedrą  questa partizione servirą per saggiare un criterio univoco, ma non si vuole ora prendere una posizione in merito.  Forse non Ź nemmeno possibile prenderla. Per far un esempio nel “ Caso dell’uomo dei  lupi” di Freud si potrebbe vedere un campione che soddisfa tutte e tre le evenienze. Ci fu un'interruzione netta  dell’analisi provocata dall’ “eroica decisione” di Freud non tenendo  conto dell’obbiettivo teorico da raggiungere, ci fu comunque un  cambiamento  e dei risultati auspicati (A punti primo e secondo), ma nel contempo  non ci fu neppure un'interruzione  definitiva perché il paziente riprese la sua analisi successivamente e rimase nell’orbita di Freud (B).

 Come si vede si entra nel  soggettivo. Tuttavia anche se  olimpicamente si potrebbe non sentire la necessitą di una coerenza fra le varie posizioni espresse dal  “Pantheon delle teorie psicoanalitiche” (secondo una espressione di  Stoller), pur tuttavia le convenienze sociali, lo  sguardo critico del   mondo “scientifico” esterno, e   l’amor di precisione logica inducono alla ricerca, se non  di un sistema unificante, almeno di coordinate comuni.

 

Fattori terapeutici

 

Anche in questo paragrafo si cercherą di sintetizzare  le teorie psicoanalitiche sui fattori terapeutici e data la vastitą della letteratura,   non Ź possibile  riassumere senza dare l’impressione di una forzatura riduttiva.

 Iniziamo comunque sempre da Freud. Per il nostro Autore in genere  il fattore terapeutico  essenziale Ź l'interpretazione verbale, in consonanza con  la  antica definizione  della psicoanalisi come  “cura di parole”.  Tuttavia  nella Lezione 27  nel “Compendio di psicoanalisi”  (1938) Freud annovera come fattore terapeutico anche il transfert positivo, cioŹ l'importanza del rapporto psicoanalitico. Anche nel dibattito generale  fra psicoanalisti si oscilla   dalla sottolineatura  dell’ importanza  dei fattori dell'introiezione e dell'identificazione (come nel congresso del 1936 a  Marienbad) a quella dei fattori dell’ insight e dell'interpretazione (come nel congresso  del 1961 a Edimburgo). Il dibattito rimane ancora  adagiato su queste  due opzioni. La propensione  d’oggi Ź piuttosto verso la prima posizione,  che vede l’importanza del rapporto fra paziente e psicoanalista,  per il peso  internazionalmente consistente dei teorici fautori della  importanza della dinamica transfero/contro-transferale, dell’identificazione/ contro-identificazione proiettiva, della relazione d’oggetto, del ruolo del contenitore, della rźverie, nonché dell’ intersoggetivitą e quant’altro. Naturalmente  i due fattori non vengono esclusi fra loro in modo radicale e nessuno sostiene che si debba fare una scelta  fra lavoro sull ‘insight’ e lavoro sull’ ‘hic et nunc’, e per i fattori terapeutici la letteratura sembra piĚ omogenea rispetto a quella per la fine dell’analisi.

 In effetti a livello clinico spesso l’intervento coincide o si riassume, ma  a livello teorico deve essere fatta una scelta  o  trovata  una maglia comprensiva  per i due fattori,  per non correre il rischio di presentare  posizioni diverse, che finiscano per essere divergenti e quindi inaccettabili.  Escludendo l’aut-aut Ź quindi opportuno trovare una spiegazione unificante anche per l'effetto terapeutico,  affinché falsi problemi non  appaiano problemi falsi. Forse puė sembrare   eccessivo sottolineare l’importanza di dare uno statuto  inappuntabile sia alla  fine dell’ analisi che  ai  fattori  terapeutici (teorie che poi dovrebbero risultare collegate, salvo nel caso di chi esclude  che l’analisi sia una terapia).  Non si tratta perė di  cercare una pietra filosofale che tutto possa trasformare in oro (in questo caso l'oro della psicanalisi per evitare il bronzo della comune cura psicologica) ma di una necessitą di coerenza.

 

 Prima di entrare nel merito della discussione  una breve annotazione su come  si sia arrivati a questa impasse teorico-scientifica riguardante la fine e i fattori terapeutici.  Come Ź noto ci sono ragioni storiche, epistemologiche e di sviluppo della teoria, che non vogliamo qui affrontare e che diamo per date, ma per paradosso una delle cause di impasse scientifico  Ź proprio la preoccupazione di cercare di salvare  la scientificitą della psicanalisi. L’insistenza  di molti psicoanalisti sul teorizzare scientifico, scientifico filosofico-epistemologico e anche scientifico matematico (assente  negli psicanalisti Junghiani)  ha una sua radice  lontana: la paura del retaggio delle teorie dell’ipnosi e della suggestione, in contrasto con la formazione neurofisiologica   e di Freud.

Freud aveva la preoccupazione di essere assimilato  agli ipnotisti e mesmeristi e a tutti  quanti potessero sembrare manipolatori di coscienze e plagiatori (per non dire ciarlatani), anche se non negė mai il fattore svolto dalla suggestione nella terapia psicoanalitica, operante attraverso il trransfert


 (Lezione 28 del “Compendio di psicoanalisi”). Voleva comunque il suo posto nella comunitą di studiosi, scienziati non romanzieri, cui apparteneva, o era appartenuto, e fermamente considerava, nello spirito della epistemologia positivista, la sua creatura una “scienza naturale”.

 Come nota Vassali (2004) dopo il 1920 e  dopo la critica fatta da Havelock Hellis, si intensificė  il bisogno di una “scientificitą”. La paura da parte degli psicoanalisti della denigrazione di non essere “scientifici”, perė ha creato il fatto di mettere in crisi la scientificitą, esasperandone la ricerca a tutti i costi. La strenua difesa,  come tutte le difese,  provoca l'incoerenza: ”la paura  del fatto crea il fatto”. O per dir meglio: “ gli psicoanalisti sanno bene che una difesa contro una minaccia immaginaria  determina proprio il pericolo che si cercava di  evitare” (Schmidt-Hellerau 2005). Si Ź arrivati cosď a  una ricerca proliferante della scientificitą con diverse  trasformazioni o applicazioni  anche bizzarre all’analisi. Esasperazione che impedisce la coerenza complicando le cose, o costringe all’opposto   a negare in toto la questione della scientificitą,  magari rivolgendosi alla petizione di altri tipi di fondamenti  (umanistici-letterari, artistico-estetici etc. cfr. Wallerstein 1981).

 Il  dibattito Ź amplissimo e  vivo, e come nota Falci  (2004) la pretesa di dare statuto scientifico alla psicoanalisi puė essere  una forzatura ideologica.  In ogni caso comunque meglio forse una ridotta  sistemazione logica e coerente,  che non mille teorizzazioni complesse  alla ricerca di uno statuto inappuntabile.  Senza  dover arrivare alla  posizione risolutiva, ma non risolutoria, di Meltzer (1968) che afferma che il metodo clinico non ha bisogno di includere la teoria.


Per ripetersi, nonostante  sia comprensibile il fastidio per le “ricette”, ci sembra  una esigenza  “pubblica” trovare un principio unificante che possa essere  in modo semplice clinico e metapsicologico..

 

Un parametro di base: l’asimmetria

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Negli ultimi tempi si Ź arrivati a  una universalitą di opinioni sul fatto  che l'analisi sia basata su  di un dialogo psicologico[3], un  incontro fra due persone. Paziente e analista  formano una “coppia” anche nel caso si sottolinei che questa consista in  un processo intrapsichico del solo paziente. Sembrerebbe semplice e realistico,  ma le posizioni teoriche e descrittive di questo fenomeno di coppia sono innumerevoli e contrastanti oltre che contrastate, come si osserva in “I fondamenti della tecnica  psicoanalitica” di Etchegoyen (1986). Non si puė addentrarsi ulteriormente nella letteratura: unico punto in comune Ź che la generalitą degli psicanalisti sottolinea che l’analisi non Ź comunque una relazione fra pari. Ruoli, responsabilitą e funzioni sono differenti fra paziente ed analista. Si considera riduttivo  descrittivo e semplicistico il considerare  la relazione senza sottolineare il fatto della sua “asimmetria” (Battistini 2005).

La asimmetria Ź innegabile  ed Ź essa stessa, a nostro avviso, il parametro qualificante necessario e  sufficiente.

Parametro necessario  per sostenere la specificitą dell'intervento psicoanalitico (non Ź una semplice benevola chiacchierata) e il tipo di intervento specifico (interpretazione e\o rielaborazione del transfert). Necessario anche per sostenere sia una finalitą  terapeutica (secondo  vari modelli) sia una altra finalitą (o non-finalitą) diversa da quella terapeutica (nel gią ricordato caso ove si consideri il concetto di terapia, cioŹ la finalitą di guarire, come concetto dubbio,  fuorviante  o falsificante). La specificitą dell’intervento, la  necessitą della qualificazione dello psicoanalista e della sua preparazione,  nonché l’esistenza di tecniche e teorie della tecnica, comportano  il parametro della asimmetria. Senza non ci sarebbe poi un obbiettivo da raggiungere fra chi chiede e chi dą.

 Parametro sufficiente in quanto accettato  dalla comunitą psicoanalitica. Parametro sempre presente nelle definizioni dei criteri, anche se affiancato ad altri (inconscio, sessualitą infantile, sogno, transfert, etc.). Le “scuole” che tendono a trascurare, o a negare, il fatto della non paritą fra paziente e psicoanalista, come alcune fra le cosiddette “scuole” interrelazionali o interpersonali, sono tenute ai margini dalla maggioranza degli psicoanalisti, aderenti o non all’IPA.

Il termine di asimmetria, non nuovissimo, tuttavia  gode  gią di diverse interpretazioni nel mondo psicoanalitico e puė venir confuso con i concetti di  mutualitą e reciprocitą (Burke 1992, Beebe Jaffe Lachmann 1992).  L’asimmetria  viene anche definita in termini di ruolo dai Baranger (1961) nella loro teoria del campo bipersonale [4].Per non parlare del dibattito sulla  differenziazione  nella cura  fra psicoanalista in quanto uomo,  in rapporto paritario  col paziente, e psicoanalista  in quanto esperto,  in rapporto non paritario  (dibattito che parte da  lontano  da A.Freud (1950), Zetzel  (1958), Sterba (1939), a Lacan (1964) col “Soggetto supposto sapere” etc.).

 Si differenzia cosď la asimmetria costituita dai ruoli, da quella epistemica  fondata dalla relazione: la prima Ź data a priori, la seconda andrebbe determinata da momento a momento. Il  concetto come si vede corrisponde a fatti non  del tutto univoci. Se dunque scegliamo qui la asimmetria come punto  di riferimento fisso da condividere, dovremo  cercare  almeno di definirla col massimo di semplicitą,  rimandando la descrizione degli effetti che essa provoca e delle modalitą in cui si realizza.

Secondo il dizionario universale della lingua italiana UTET, la asimmetria Ź definita in opposizione alla simmetria che, escludendo  le accezioni fisiche, Ź “rapporto fra due persone ciascuna delle quali  [non] accetta[5] una condizione di inferioritą rispetto all’altra”.

 La asimmetria nel rapporto richiede dunque una disparitą fra le due persone coinvolte,  tipica in veritą del rapporto medico paziente (sul quale si modellava la psicanalisi all’epoca di Freud, epoca  in cui  il prestigio del medico  era anche superiore a quello posseduto oggi) o del rapporto fra professionista e cliente. Uno dei due sa, l'altro non sa. Se vogliamo l’asimmetria Ź data dal ricreare nel setting la situazione adulto-bambino (Coppel-Batsch  2004) . “L’adulto saggio  che sa, il bambino che non sa”  dice Press con una metafora  (2005). Il secondo si attende l’intervento dell’altro a suo favore. Per creare la asimmetria ci vuole un rapporto  fra due  e nel nostro caso il rapporto deve esser cercato da uno dei due che qui chiamiamo, per comoditą,  paziente  (piuttosto che analizzando o analizzante). E’ il paziente che si reca dallo psicanalista per essere curato o ottenere un intervento, a domanda risposta.

Anche questo  dato Ź  semplice e lapalissiano; purtroppo poco si Ź indagato sulla spinta  a farsi curare, considerandola una variabile fissa trascurabile, mentre Ź importante per determinare principi di base essendo codesta  principio di partenza. Si Ź invece discusso piĚ ampiamente, nelle indicazioni e controindicazioni alla analisi, sulla  possibilitą  da parte dello psicanalista di intervenire o di curare, a differenza di altre scienze psicologiche che hanno studiato  invece la spinta originaria del primo termine di una coppia a rivolgersi all’altro, chiamandola motivazione (termine usato da  Lichtenberg (1989) anche per il campo psicoanalitico).

 La ricerca sulla  genesi della domanda di cura da parte del paziente Ź stata  infatti circoscritta dalla scienza psicoanalitica. Freud ricordava che se la  domanda  non viene d’iniziativa dal paziente ma da familiari si pregiudica spesso la cura:  con metafora ferroviaria diceva che i preliminari del viaggio non garantiscono la sua effettuazione (1920). Un accenno conciso da parte di Freud all’argomento, ma come al solito fondamentale.  In genere tuttavia si sottolinea  la necessitą dell'intenzione  personale, e negli studi non si va oltre ad accontentarsi della spinta cosciente della malattia e del disagio, l’angoscia, o della curiositą epistemofilica. La domanda di cura Ź stata vista infatti come espressione del desiderio, cioŹ  un fatto pulsionale  difficilmente questionabile[6]. Nella descrizione dei casi si trascura la descrizione del percorso d’ arrivo in analisi, salvo non sia una seconda analisi. Ciė si spiega anche perché si suppone che i motivi inconsci, rimossi, che  ci possono essere sotto la richiesta d'analisi (motivi di maggior interesse per lo psicoanalista), saranno svelati nel corso della analisi stessa.

 In generale  risulta poi lapalissiano  il fatto di poter indagare il primo termine della coppia, cioŹ il paziente, solo se questi viene a cercare lo psicanalista. Tutti gli altri  possibili pazienti cioŹ le persone con un disagio che ricorrono ad altre strade,  come i farmaci  o all'asserzione “bisogna far da soli, bisogna cavarsela da soli” (affermazione onnipotente diremmo noi e maggior ostacolo alla richiesta di psicanalisi), sono casi che non possono cadere ovviamente  nel campo di indagine. Ma il percorso iniziale Ź essenziale  per la realizzazione  dell’asimmetria e meriterebbe maggior attenzione: la situazione asimmetrica esiste solo se legata alla domanda (e non tutti riescono a porla)   di una risposta da parte di un altro. L’analisi come  una situazione di ricerca di dipendenza, “terapia sul come soddisfare i bisogni di dipendenza senza creare dipendenza” (Jeannet 2005).

 Il  termine dipendenza Ź spesso presente nell'opera di  Freud   (Bertrand 2004) ma declinato in senso generale per l’infantile, la passione amorosa, l’ipnosi.  E’  infine articolato e collegato nel concetto di transfert.

Dipendenza Ź un termine forse poco utilizzato perché troppo vicino al tema della suggestione nell’ipnosi  ed Ź usato in generale in senso complessivo,  a differenza di concetti piĚ specifici come passivitą-femminilitą, identificazione (e dis-identificazione) o ricerca dell'oggetto. Tutti termini della stessa costellazione  della ‘dipendenza’[7], volendo perė fare un  discorso di massima  comprensivitą,  ci si limiterą ad utilizzare questo concetto piĚ ampio.

La dipendenza  dunque Ź da intendere in senso letterale  (“essere in relazione subordinata”), in un contesto di domanda di cura e eventuale risposta. La asimmetria Ź  implicita  nella richiesta di  dipendenza. Se si accoglie la asimmetria come elemento di base  e la dipendenza come sua costituente, subito si evidenzia  l’attinenza  particolare  col setting psicoanalitico. Il lettino, l’immobilitą, l'impossibilitą di vedere in viso lo psicoanalista, il silenzio analitico,  tutto ciė che facilita la regressione  facilita la dipendenza, forza la asimmetria. Non vedendo lo psicanalista, il paziente Ź ostacolato nell’ attivare tentativi di condizionamento  (almeno quelli piĚ facili, come potrebbero essere quelli della seduzione fisica).

 Se in vero ci sembra  palese la centralitą del concetto di asimmetria, esula perė  dai nostri intenti  una disamina puntuale dell’asimmetria rispetto agli elementi singoli del processo psicoanalitico  (setting, regole fondamentali, neutralitą, alleanza di lavoro etc.). Si richiameranno alcuni di questi elementi solo di passaggio. 

 

Asimmetria e fattori terapeutici

 

 Verifichiamo ora il rapporto di questo comune denominatore con i fattori terapeutici,  controlleremo in seguito il rapporto con la fine analisi.

Esaminiamo il primo dei due fattori terapeutici  citati (insight): come accennato senza la asimmetria sarebbe difficile spiegare  l'interpretazione, e l’attivitą in genere dello psicoanalista, perché  essa Ź evidentemente effettuata  da uno solo della coppia abilitato a ciė. Le interpretazioni  almeno nella prima istanza del conscio  vengono accettate e non rifiutate perché sono ciė che il paziente si aspetta  e chiede al professionista (fatta salva appunto la  resistenza e l’ambivalenza inconscia). Questo non avviene automaticamente in un rapporto simmetrico, la asimmetria risulterebbe perciė fondante.

Per il secondo fattore terapeutico  considerato (hic et nunc) l’asimmetria rende ragione anche  dell'esistenza della nevrosi di transfert  e  della dinamica transfert/contro-transfert (o della dinamica della identificazione/contro-identificazione proiettiva) che ne formano la sostanza. E’ evidente la presenza  di una asimmetria nel processo di transfert/contro-transfert, dato che il primo parte dal paziente e il secondo Ź la “risposta” dello psicoanalista.  In un rapporto simmetrico senza dipendenza al massimo avremmo due transfert. Infatti le “scuole” che negano l’asimmetria parlano di co-transfert.

 Una situazione simmetrica dove non ci fosse un rapporto di dipendenza non consentirebbe i due fattori terapeutici di cui sopra.  Quindi la asimmetria  della posizione di dipendenza  dovrebbe  soddisfare la definizione di un  universale e complessivo postulato alla base dei fattori terapeutici. Ed essa stessa  potrebbe di conseguenza  essere fattore terapeutico, come  cercheremo di evidenziare  in seguito. Una conferma viene anche  dal fatto che i fattori anti-terapeutici,  o meglio anti-analitici, sono tutti fattori anti-asimmetrici. Esaminiamone  alcuni:

- La reazione terapeutica negativa[8], da Freud in un primo momento  descritta proprio in termini di opposizione al medico e in seguito come risultato di una forza masochista legata all’istinto di morte (e ai sensi di colpa). Nel primo dei due casi  sarebbe una forza  anti-asimmetrica diretta contro il terapeuta, nel secondo  diretta contro di sé per distruggere la relazione. Per utilizzare  la terminologia psicoanalitica forza anti-asimmetrica legata vuoi direttamente al narcisismo vuoi  alla difesa contro il legame (con un altro lessico: Thanathos che cerca il Nirvana di Freud,  Thanathos che scioglie il legame di Green).

- Oltre alla reazione terapeutica negativa, un altro elemento che rende la cura della psicoanalisi impossibile Ź il famoso “ strato roccioso biologico” (Freud 1937) legato al rifiuto della passivitą omosessuale o dell'inferioritą di genere. Ambedue i rifiuti sono forze anti-asimmetriche contro la dipendenza (o se vogliamo usare la distinzione di Cooper (1991) contro la  sottomissione).

- Le resistenze, semplificando, sono  variegate fasi di opposizione  vuoi contro l'interpretazione (che  Ź asimmetrizzante) in difesa della propria personale rimozione, vuoi per contrastare il transfert  che rende dipendente ( specie quando si “trasferisce” una figura genitoriale  da rifuggire).

- Il transfert negativo.  Per essere brevi utlizziamo la definizione del dizionario kleiniano di Hinshelwood (1990 ): un rifiuto contro l’oggetto fantasmatizzato cattivo, di cui ci si vuol sbarazzare; vale a dire (secondo la nostra ipotesi) ricerca, quand’anche infondata sul piano dei fatti reali, di indipendenza (dall’oggetto fantasmatizzato).

 Volendo porre il parametro della asimmetria  solo come una ipotesi di base arresterei qui i confronti.

Rimane perė nell’aria,  dopo questi esempi  la domanda del perché vi sia questa richiesta di dipendenza per cui si chiede una cura, opponendo contemporaneamente un rifiuto della stessa.  Ovvero perché esistano quei  fattori anti-asimmetrici citati. Si potrebbe facilmente rispondere: il rifiuto della dipendenza richiesta Ź un paradosso che in teoria non ci dovrebbe essere,  solo  in termini di sistema conscio. Il “contratto analitico” invece Ź caratterizzato dalla domanda contraddittoria (in psicanalisi ambivalente). La risposta al paradosso data con l’esistenza dell’ambivalenza Ź pero interna alla teoria della  psicoanalisi e puė risultare insoddisfacente. Torneremo quindi sull’argomento, ma ci sono anche le altre domande che riassumiamo:

- (a) il concetto di asimmetria Ź in sintonia  colle differenti teorie psicoanalitiche?

- (b) quale Ź  il nesso della dipendenza con la fine della analisi, il primo dei due argomenti presi a spunto per il dibattito?

 - (c)  se la asimmetria cioŹ la posizione  di dipendenza puė essere un concetto unificante, o preliminare  dei due fattori terapeutici ( alle spicce transfert e interpretazione)  Ź essa stessa anche  fattore   terapeutico ed in che modo?

Per rispondere a queste  questioni sulla asimmetria, bisogna prima cercare di concettualizzare cosa avvenga nella relazione asimmetrica.                                                                                                                                            

 

Il mezzo di svolgimento della dipendenza: la proiezione

 

 Come  si Ź cercato un parametro di base per il processo psicoanalitico,  confrontato poi coi  fattori terapeutici, Ź necessario trovar un minimo comune denominatore anche per lo svolgimento (o procedimento) di una cura psicoanalitica.

 Esporrei  qui un'ipotesi,  non del tutto nuova, di cosa succeda nella relazione  asimmetrica fra paziente e psicoanalista. Cominciamo in primo luogo a valutare i dati piĚ evidenti  e di base presenti nel procedimento di una psicanalisi. Oltre a distendersi su un lettino, la prima regola fondamentale, formulata in vari modi da Freud e  da altri, Ź di dire ciė che viene in mente, di parlare liberamente, di dire ciė che si vuole, o “ dire ciė che viene” (D.Quinodoz 2005),  etc. E’ regola legata alla teoria delle associazioni libere, Ź un " si manifesti" (“ Entfalten Sie sich!” espressione che usava  Boss). Ma che vuole dire che un individuo  puė dire tutte le cose che vengono in mente, che  si puė manifestare? che azione mentale compie? Semplicemente proietta. Proietta secondo alcuni sullo schermo neutro, sull’ analista specchio, o non specchio (Shapiro 2005), sull’analista neutrale, o non neutrale, anche se fa professione di neutralitą  (al proposito di questo dibattito cfr. Bordi 2005). Comunque proietta.

 Le associazioni libere  sono proiezioni su un  tema.  Il sogno, meglio il racconto del sogno, la via regia  per manifestare l'inconscio, Ź un epifenomeno della proiezione anch’esso. Il sogno in analisi Ź  infatti un racconto ed una manifestazione di una nostra proiezione interna fatta per un altro; viene qui utile l’analogia freudiana con lo  schermo cinematografico. Anche al di fuori della psicanalisi quando qualcuno racconta un sogno lo fa perché vuol comunicare qualcosa di particolare, di inatteso, di strano, a qualcun altro.Un qualcosa che  non vuole tenere solo per sé. Se i sogni non ci interrogassero non li comunicheremo a qualcun altro. Il racconto del sogno ha lo scopo   di entrare in rapporto con qualcuno che lo condivida, o lo spieghi nel nostro caso, ed Ź pure un desiderio di manifestarsi di esibirsi, tanto piĚ quando si pensa  che l'altro non possa che condividere la meraviglia. E’ quindi sovradeterminato[9] da due fattori: domanda e espressione, vale a dire desiderio  di comunicazione  con l’altro e desiderio di manifestazione di sé, delle proprie parti inconsce. Due dunque sono le componenti nel dispositivo del racconto del sogno (narcisismo e ricerca dell’oggetto) vale a dire e la  sostanza nel   desiderio dell'espressione di sé, e la  forma nella domanda, posta o non posta, all'altro.

 Ancora: come la sostanza del  sogno  si basa sull’espressione proiettiva cosď  pure la pulsionalitą espressiva dei desideri, la rappresentazione, la allucinazione,   la negazione e la allucinazione negativa,  il pensiero primario ( che  vuol esprimersi tramite figurabilitą  cfr. Bokanowsky 2004), lo spostamento di investimento psichico sull’altro e quant’altro, si basano e si realizzano tramite la proiezione. Per non parlar del transfert che Freud basė sulla proiezione.

Proiezione Ź sicuramente un  concetto imprescindibile nella  psicoanalisi: Ź noto  come Freud desse  gran importanza alla proiezione e volesse scrivere nel 1915 nella Metapsicologia un  capitolo  a questa dedicato (e un’altro sul giudizio[10]). Purtroppo restano  in esteso di Freud solo i riferimenti  della proiezione nella paranoia, nella fobia, nel processo normale  cioŹ non clinico (superstizione, miti etc.).

In secondo luogo si accennava  al fatto che  la prioritą   data alla proiezione nella meccanica del procedimento analitico, fosse un    terreno  non nuovo ma gią percorso da molti. Tutti i teorici dell’identificazione proiettiva, a partire dalla Klein, hanno  infatti ampiamente illustrato  la meccanica  nel processo analitico  di questa modalitą  di proiezione (e della vicendevole contro-identificazione proiettiva). Ogden (1982)  ne fa poi  l’essenza  stessa del processo.  Ma l’identificazione e la contro-identificazione proiettiva sono concetti  complessi  il cui indubbio valore ha provocato un diffuso uso, ma anche  differenti accezioni che  li rendono difficilmente utilizzabili come elementi basici  condivisibili. Nell’identifcazione proiettiva, in senso stretto, si dovrebbe intendere la proiezione di parti persecutorie, oggetti parziali o reliquati identificatori, parti del “self” e solo  a volte il “self” stesso. Non si tratta di proiezione in senso ampio.   Se si consulta poi il Dizionario di Psicoanalisi Kleiniana di Hinshelwood  (1990) si nota come  si sostenga, da parte di alcuni Autori, che o non esista una chiara distinzione fra proiezione e identificazione proiettiva (Grotstein 1981, Meissner 1980) o che non sia utile farla (Spillius1983).

Qui il terreno  diventa   scivoloso, si cerca un elemento, per cosi dire ultimo, e lo si trova  assimilato o confondibile. E’ allora nel caso preferibile fra due attenersi  al termine piĚ generale, preferendo proiezione ad identificazione proiettiva. E’ vero che pure il  termine generale di proiezione Ź in ogni modo da definire: se ci riferiamo alla proiezione in senso restrittivo, cioŹ di espulsione all’esterno solo di ciė che si rifiuta all’interno (difesa), o in senso piĚ allargato, di espressione del sé completa, come  spesso ci mostra la clinica (cfr. Enciclopedia della  psicoanalisi di Laplanche-Pontalis 1993).  Ci serviremo della  seconda accezione, anche perché  a  nostro avviso la prima  accezione  ben vi rientra,  in quanto il rifiuto porta lo stigma del rifiutante, come l’oggetto cattivo esiste  se contrapponibile al buono. A  nostro avviso puė essere fonte di confusione il fatto che   per proiezione si intenda  il proiettare solo una parte del tutto, come se questa parte potesse essere avulsa dal tutto che la definisce.

Dunque nell’economia di questo lavoro si intende proiezione il portare nel mondo esterno ciė che Ź interno, non il portar solo ciė che non si metabolizzi, o gli oggetti cattivi  o rifiutati, o anche solo gli oggetti interni . Distinguerei  perciė la proiezione dall’ identificazione proiettiva, rinviando la discussione sull’identificazione proiettiva e come essa operi al noto lavoro di Sandler (1988). Senza  dilungarsi piĚ a lungo, si resterą sulla   affermazione   che tutto ciė che in una analisi viene dal  paziente sia articolato  sotto la specie della proiezione, intesa come meccanismo di esternalizzazione del mondo interno.

 Domanda lecita Ź il perché e il come si proietti.  Se si proietti  vuoi perché la sofferenza e il dolore spingono all’esterno le proiezioni o per   evacuazione,  o per reazione al trauma  o all’angoscia interna  (cfr. Bokanowsky 2004) Ź  perė argomento da trattare in altra sede. Si andrebbe troppo lontano.  Per quel che riguarda il procedimento psicoanalitico,   Ź da osservare che se  la proiezione verbale fallisce compare l’agire. L’agire, il non detto,  la scissione e negazione, etc. sono diverse espressioni  non verbali della proiezione.  Del resto  ci  si riferisce qui alla situazione tipo, la cura del nevrotico. Per patologie diverse la proiezione puė manifestarsi nel rigetto diretto di affetti e rappresentazioni, nel delirio franco, nel ritiro etc. Circoscriviamo poi la   proiezione solo quando questa  sia rivolta  allo psicoanalista, non al mondo esterno fuori dal setting.

Suggerito, per i nostri fini, come dato generale e  postulato di base che la proiezione, in senso  estensivo, da parte del paziente Ź la cornice generale di tutto ciė che il paziente fa in analisi, ci si puė anche chiedere, per completare il quadro, cosa faccia invece lo psicanalista. O meglio come possiamo  ipotizzare, ancora con una categoria generale unificante, l’attivitą complessiva dello psicoanalista  nel lavoro analitico, stante sempre la condizione di asimmetria.

 

La proiezione dello psicoanalista          

 

Con che altro criterio di base si potrebbe definire in modo semplice e unitario l’attivitą dello psicoanalista? A ben vedere l’unico criterio possibile  Ź,  semplicemente, che anche lo psicanalista proietti. Anche lui si “esprime ”, si estrinseca: risponde, interviene, non risponde etc. Non puė essere  diverso dal paziente, ovviamente,  salva la differenza data dalla asimmetria, la dipendenza dell’uno dall’altro[11]. Un incontro  in cui due soggetti proiettano se stessi? Certamente Freud non ha detto ciė  e non possiamo sapere se avrebbe sostenuto  qualcosa di simile  con lo scritto, annunziato ma non realizzato, sulla proiezione . Tuttavia gią nelle lettere a Fliess (1897) racconta come abbia scoperto la psicanalisi con l’ analisi su di sé, mostrando quanto di personale  portė al mondo della teoria[12]. Se poi Freud in “Costruzioni in analisi” (1937) e nel “Caso clinico del Presidente Schreber” (1911), accenna al fatto che ‘le nostre teorie di  psicoanalisti possano essere  un poco nostri deliri’,  possiamo forzare la sua affermazione dicendo  che gli interventi siano  proiezioni. Non per caso  il dibattito Ź oggi aperto  su quanto di suo ci metta l’analista  nel processo, il cosiddetto “implicito”  o “ teoria privata”  (Sachs 2001).

Questo dibattito di come lo psicoanalista porti il proprio mondo interno nell’attivitą  clinica di analista non Ź certo novissimo, perlomeno a partire da Winnicott. Parat (1995) sottolinea l’importanza de: “Le nuove questioni [ …] sul peso nell’analista della sua propria storia, dei suoi residui nevrotici delle forme che prende la sua ricerca, della sua teoria”. Canestri (2003 a,b ) parla di teorie implicite, private e preconsce,  Dreher (2000) sottolinea la partecipazione di idee inconsce  motivi e valori incarnati nella personalitą e nella storia di ogni psicoanalista alla sua pratica, Coderch (2004) sottolinea come la componente  pragmatico comunicativa dipenda dalla personalitą dell’analista, Ferrer (2000) come si possa essere d’accordo che nell’interpretazione passino elementi impliciti dello psicoanalista . Cosď   numerosi altri autori ( Abend 1979, Gedo 1984, Sandler 1983 etc.). 

Ma in pratica che cosa potrebbe voler dire  che lo psicanalista proietta, come lo fa il paziente? Perché per il paziente  facilmente ci si puė far l’idea che si trovi in una situazione simile, alla lontana, a quella di un esame psicodiagnostico con test proiettivo, situazione perė non cosď passiva ed enormemente amplificata. Differente farsi un idea in relazione all’attivitą professionale complessiva dello psicoanalista.                                                                                                                           

Il fatto che lo psicoanalista proietti dovrebbe significare semplicemente  che comunica se stesso il conscio e l'inconscio, il proprio pensiero, le proprie teorie,  o quella che si chiama equazione psicologica personale. Lo psicoanalista  in pratica estende al paziente il suo sapere che dipende da una scelta personale e dalla sua storia analitica, dalle proprie esperienze professionali e i suoi stati d'animo. Questo  puė giustificare l’affermazione di Aron  (1996) su una inevitabile, piĚ o meno limitata,  “self revelation”, implicita in ogni comunicazione.  Per inciso anche  l’attenzione fluttuante riguarda  la proiezione. Se seguiamo infatti la lettera e lo spirito di Freud, l’attenzione fluttuante  va intesa come “comunicazione da inconscio a inconscio[13]”.  Anche qui una estrinsecazione che  deve passare per la proiezione.

Lo  psicoanalista Ź  anche sollecitato a ciė dal rapporto della “domanda” del paziente, cioŹ dalla meccanica generale della proiezione  del paziente. Uno schema simile di proiezioni incrociate fra paziente e analista Ź proposto, come detto, da Ogden. Ma Ogden limita il concetto di proiezione ai  soli fenomeni intrapsichici,  e per le relazioni d’oggetto parla di  identificazione /contro-identificazione proiettiva. La contro- identificazione  proiettiva in Ogden  Ź  intesa come  risposta a una determinata proiezione del paziente,  che con una modalitą precisa e a determinate condizioni  “entra” nella mente dello psicoanalista  (vedi sempre Hinshelwood  1990)  e riguarda  ordinariamente gli oggetti interni  cattivi (a volte anche quelli buoni). Invece si vorrebbe, con l’ipotesi proposta, intendere il meccanismo della   proiezione da parte dello psicanalista come piĚ generale e  al di lą e prima della contro-identificazione proiettiva,  che Ź una risposta circostanziata a una attivitą del paziente. 

L’ipotesi dunque Ź che tutte le attivitą dello psicoanalista, non solo  quelle di risposta al paziente (ammesso che  non siano tutte risposte), entrino nella cornice della proiezione. Tutto ciė per poter disporre  di un concetto unificante  ai fini di semplificazione,  senza sminuire la qualitą del lavoro dello psicoanalista.   Nella cornice proiettiva rientrino dunque la attivitą interpretativa, il cercare di dar un senso alle proiezioni del paziente, di arrivare  all’insight, di rimuovere le difese eccetera. L’interpretazione  Ź in fondo un “ io la vedo cosď ”  e non puė prescindere dal fatto de “ io sono cosď e la penso cosď”.

Se le interpretazioni fanno parte delle proiezioni dello psicoanalista, non vuol dire che tutte siano uguali: alcune cadranno  a  vuoto, altre avranno effetto  coerente col discorso, altre saranno per cosď dire contro-identificazioni proiettive. Errate o giuste, efficaci o no, premature o tardive, mirate o non mirate al punto di urgenza etc., le interpretazioni sono sempre  proiezioni. Cosď pure il contro-transfert  Ź leggibile come proiezione. Come detto Freud  circoscrisse  appunto la proiezione  come base del   transfert, descritto poi in modo piĚ  complesso.  Via via si allargė il campo di estensione di quest’ultimo    fino a oggi, ove  l’insieme della cura viene, come detto,  da molti assimilata nella sua struttura e dinamica a una relazione   di  transfert e contro-transfert. Se il transfert Ź proiettivo non si vede perché il contro-transfert non  dovrebbe  risultare proiettivo.

 Sospendendo il discorso per un dubbio: se la proiezione  Ź alla base del transfert  e del contro-transfert,  allora perché non scegliere, come alcuni autori suggeriscono, la dinamica transfert/contro-transfert come principio esplicativo di base? Scegliere  perė  il   transfert/contro-transfert come elemento di base e  principale rappresentante della cura, ancorché  accettato da molti psicoanalisti, creerebbe lo stesso problema gia notato per l’identificazione/contro-identificazione proiettiva. Non si tratta di  elementi semplici. Il transfert (cfr.Zilkha 2004) Ź per la psicoanalisi epifenomeno della dipendenza generale, per alcuni autori Ź  poi sempre presente e per altri no. lI contro-transfert  non Ź nemmeno piĚ considerato solo una risposta successiva al transfert ma  Ź  meccanismo in precessione  in  Neyraut  (1974).  Per Lacan (1951) poi il transfert Ź una risposta al contro-transfert  e non viceversa. Per ripetersi: contro-transfert e  contro-identificazione proiettiva  sono elementi  complessi, concepiti in modo differente secondo differenti “scuole” di pensiero.

La proiezione, nella cornice della asimmetria, Ź piĚ semplificante come dato primario, pur non potendo nascondere le domande che ne possono discendere se la poniamo come dispositivo di base. Ad esempio come si svolgerebbe nell’analisi la iterazione delle proiezioni?  Diamo alcune ipotesi. Come  detto il paziente   proietta e  le associazioni sono proiezioni,   risposte a un tacito o  esplicito  “e che cosa le fa venire in mente”.  Con  un esempio molto grossolano se   il paziente dice “sono stanco” c’Ź una proiezione nell'analisi (oltre che un  opinabile dato di fatto) di questa stanchezza. “Sono stanco” si puė vedere  perė  come “chiedo soccorso”, o “sono stufo” (in un attacco all'analisi). Ambedue le accezioni essendo valide , almeno in un primo momento, un analista sceglierą la prima proiettando il suo aiuto o la sua ritrosia, un altro analista sceglierą la seconda proiettando il suo risentimento o la sua preoccupazione. Il processo Ź complesso perché vi Ź una affermazione performativa da parte del paziente cioŹ una richiesta di dialogo; in caso contrario il paziente  si terrebbe l'espressione per se stesso e a casa sua la sua stanchezza. E in seguito poi la risposta  dell’analista potrą  influenzare o meno la proiezione prossima ventura del paziente (forse  per questo il silenzio analitico,  l’attesa e la non risposta, l’“écoute”,  Ź una strategia se non  efficace, rispettosa).

Per essere sinceri non  si puė nascondere   che  anche questa ipotesi  di considerare l’attivitą dello psicoanalista come proiezione possa suscitare innumerevoli questioni!

 

Asimmetria e proiezione

 

 Fra le tante possibili questioni ne esplorerei due particolarmente attinenti al nostro discorso. Se nell’asimmetria si incrociano due proiezioni, cioŹ due attivitą puramente soggettive,  non si mette  in crisi proprio il criterio di  sistematizzazione oggettiva cercato  (questione A)  e non si rischia di dichiarare  una imponderabile o anche negativa  efficacia del processo psicoanalitico (questione  B)?

A) Colla prima questione   si rischia pure di trovarsi apparentati  a chi rimprovera  Freud di aver  basato la teoria psicoanalitica sui suoi vissuti personali (o peggio sulla sua propria  patologia, secondo le accuse, ricambiate, di Rank  ) primo fra tutti “ l’amico” Fliess: “il lettore del pensiero legge  semplicemente i suoi pensieri negli altri” (Lettera 270).  E’ una obiezione fondata e puė invalidare la teoria psicoanalitica? 

Si e no.

 - SI perché c'Ź un fondo di veritą: il “De te fabula narratur” come vale per tutti gli autori, artisti, scopritori, (ricordiamo le patografie  in psicoanalisi) cosď  vale per Freud e per ogni psicanalista. Come accennato prima,  ciė Ź visibile nelle lettere di Freud. Con i dovuti distinguo e senza scandalo, il fatto Ź sostenuto da tempo e in recenti disamine, per esempio in (Anzieu 1975), (Ellenberger 1974), (Russo 1998), (Fiorentini 2005) etc.

- NO perché l’accusa di arbitrarietą Ź impropria. La scoperta  della psicoanalisi, pur scoperta da Freud su se stesso, seguiva   la metodologia medica del tempo: un caso esemplare che definisse una sindrome (Werbart 2005), e sarebbe arbitraria allora anche una scoperta fisiologica. Oggi poi si dą per scontato che l’osservatore influenzi il campo che osserva , estendendo il principio di Eisenberg.  La partecipazione personale non Ź un difetto ma una “qualitą”, non c’Ź altra via. La preoccupazione di un attacco alla psicanalisi come teoria  scientifica,  ha costretto  a  oscurare per un certo periodo  questa realtą. Ma tralasciando il fatto che lo stesso Freud  abbia  ammesso  con reticenza[14],  il fatto  di aver proiettato se stesso,  o parti di sé, nelle leggi psichiche che ci governano, si puė  confutare  il dubbio  che in questa prospettiva le interpretazioni  e le attivitą dello psicoanalista non possano essere verificate su di un piano oggettivabile  e che  si tratti di  pura materia soggettiva o appunto arbitraria (come sostiene per  esempio Schafer 1983,  e Spence 1982)?  Ancora si e no.

- NO  se ci mettiamo ad argomentare  sul piano  causale,  perché  se il  singolo psicoanalista puė valutare se il cambiamento provocato  dalle interpretazioni sia apparente o no, dal fatto se si sia mutato qualcosa nel paziente, dal corso delle associazioni o da susseguenti sogni etc. ( in pratica dall’evoluzione delle sedute), non puė sfuggire comunque alla  sovradeterminazione del fatto inconscio interpretato. Prova ne sono i giudizi differenti da parte di  psicoanalisti diversi   riguardanti medesimi casi clinici.  Se nell’ambito psicoanalitico si rispettano le diversitą di giudizio interpretativo, sul piano della presentazione del risultato cosiddetto oggettivo scientifico non puė venire accettata una spiegazione multipla o non definitiva. Non potendosi  sciogliere il dilemma  dell’esempio precedente del “sono stanco”, se  cioŹ si tratti di una richiesta di aiuto, di un attacco o tutte e due, Ź molto difficile  dimostrare inequivocabilmente, pur a posteriori, che l'interpretazione  stessa sia la fonte di un cambiamento.

A questo proposito si ricade nell’aneddoto  illustrato all’inizio di “Costruzioni in analisi” da Freud (1937): ci si presenta  come volessimo sempre aver ragione  qualsiasi interpretazione si faccia. Sul piano razionale di coerenza logica esiste sempre il rischio di essere criticati  (come puntualmente avviene) essendoci due o piĚ risposte  (interpretazioni ) valide in contrasto tra loro che possono sul piano psicoanalitico concordare, ma che non corrispondono  sul piano dei fatti.[15]

- SI  proprio con lo schema qui proposto:

agganciando l’interpretazione al  piano contrattuale della dipendenza  paziente-analista,  implicante una domanda (in senso letterale, senza riferimenti a Lacan, o al ‘Circolo ermeneutico’ di Gadamer) e una  risposta,  o offerta, ambedue in forma proiettiva[16]. Ci si colloca prima e al di qua delle problematiche (causali) sulla attribuzione di senso ai contenuti della seduta (se sia possibile per esempio l’interpretazione “autentica”), in favore invece della presentazione di  una organizzazione a due, la analisi, che ha un mezzo generale comune, vale a dire la proiezione,  e un fine unico, vale a dire il cambiamento di dipendenza del paziente. La risposta dello psicoanalista , o la non risposta, alla lunga cambiano  l’asimmetria sia se si interpreti nell’”hic et nunc”, o nel transfert, o  in modo palese, o nell’interpretazione genetica  (lei da piccolo pensava che…) e quant’altro. E tornando al grossolano esempio  dato, sia se si ponga l’accento sull’attacco sia,  invece, sull’ aiuto.

Indifferentemente se il paziente accetti o meno, consciamente  o inconsciamente, l’interpretazione. 

Siamo in un   processo che ha come domanda il desiderio di dipendenza. Desiderio conscio nel paziente di cercare qualcuno che lo curi  o lo guarisca e  con differente ignoto desiderio  inconscio. In questo senso sul piano logico dimostrativo Ź sostenibile che ci possa essere un processo di  cambiamento fra i due  desideri di dipendenza,  quello conscio e quello inconscio, del paziente proiettati sullo psicoanalista. Cambiamento misurabile sull’accrescimento o la diminuzione dell’asimmetria. Ci si  baserebbe cosď sull’ analisi di un processo formale e non di contenuto (che Ź sempre opinabile perché sovradeterminato). Si potrebbe comunque descrivere poi  come muta l’asimmetria usando i consueti parametri: resistenze, transfert/contro-transfert, identificazione proiettiva, relazione d’oggetto   etc.  e anche usando lo svolgimento stesso delle interpretazioni.   

 Consideriamo  a modo di esempio il caso di Dora, vera pietra angolare dell’edificio di Freud (1901), ridotta in pietra d’inciampo dalle varie controdeduzioni offerte dagli stessi psicoanalisti. Freud come noto diceva che il caso non ebbe seguito favorevole perché non fu interpretata  l’omosessualitą di Dora.  Si puė sostenere (almeno per esercizio accademico)  usando lo schema proposto, che se l’avesse fatto, Dora   avrebbe  smesso il suo scetticismo verso le interpretazioni  di quel Professore impostole dal genitore  (con la ovvia  conseguente resistenza). CioŹ o avrebbe rifiutato manifestamente  di continuare l’analisi  (cosiddetto transfert negativo) o avrebbe cominciato a considerare Freud come medico autorevole (transfert positivo).  Sarebbe entrata per forza in una diversa  dinamica della dipendenza.  Avrebbe dovuto rispondere per il si o per il no e non dileguarsi. Non essendoci stata l’interpretazione ci fu arresto del processo che cadde nel vuoto.  Si offre cosď uno schema   senza entrare nel merito della correttezza di contenuto dell’interpretazione   sull’omosessualitą, in base al dato inoppugnabile della rottura o meno della asimmetria. Al proposito esaminiamo la critica  di merito  e di metodo di  Lacan  a proposito di Dora (1951). Lacan  ha sostenuto che Freud  non interpretė l’omosessualitą perché, identificato col Sig. K., nel contro-transfert non poteva accettare di non essere lui l’uomo amato da Dora. Lo schema proposto spiega anche l’ipotesi di Lacan: comunque Freud (identificato col Sig. K.) avrebbe proiettato il suo orgoglio maschile e avrebbe alterato cosď la asimmetria diretta. Per non dire poi che  anche il percorso “dialettico” teorizzato da Lacan  Ź, come osserva Etchegoyen (1986), una descrizione del processo psicoanalitico come   “differenziazione dall’oggetto”. Vale a dire,  con le nostre parole, come un’evoluzione della asimmetria.

B) L’altra questione era: trattandosi dell’incontro di due attivitą proiettive inconsce si puė parlare di  pericolo di collusione fra paziente e psicoanalista? Collusione Ź una parola con accezione generalmente negativa,  si puė perė anche intendere come collaborazione, non come rinforzo della patologia del paziente. L’etimo di collusione Ź giocare insieme ( cum ludere), e se non  c’Ź una “ collusione”  siffatta fra paziente  e psicoanalista, una specie di affinitą fra i due, l’analisi non ha nemmeno luogo.  La “collusione ha da essere “buona” ovviamente (sotto il principio di Eros  e non di Thanathos se vogliamo usare una locuzione psicoanalitica).[17]

 Lo  psicanalista   non essendo spinto da una necessitą sua interna  di chiedere alcunché al suo cliente, risponde, o dovrebbe rispondere,  alle proiezioni di quest’ultimo, il piĚ lontano possibile  da pregiudizi e finalitą secondarie o personali, vale a dire da “memoria e desiderio”  (seguendo l’espressione di Bion). Lo psicanalista facendo il suo mestiere, la sua professione, non Ź spinto dal conflitto  interno, o meglio lo Ź in maniera limitata. In una certa seppur limitata maniera,  perché la professione comunque viene  fatta  per fattori, consci e inconsci, multiformi o meglio polimorfi: motivi anche triviali come il guadagno e il prestigio etc, oltre che per fini terapeutici o epistemofili  (come molte altre attivitą sociali, ad esempio medico, prete etc.). Anche  la finalitą  terapeutica non deve esser  debordante (come gią Freud notava, rimproverando  il ‘furor sanandi’ a Ferenczi) per non provocare danni al paziente o allo stesso psicanalista. Questo Ź il senso per  cui il campo della proiezione  dello psicoanalista dovrebbe essere  scevro, per quanto possibile, da proiezione di parti patologiche o  troppo “sature” di se stesso [18].

 In sintesi  per aver effetto terapeutico le proiezioni  dello psicoanalista  devono essere piĚ lontano possibile dai suoi nuclei conflittuali  e problemi personali risonanti con quelli del paziente (per questo ha da pretendersi  appunto dallo psicoanalista una previa analisi), in modo che quest’ultimo modifichi a un certo punto le sue proiezioni e accolga fra le proiezioni dello psicoanalista (interventi e interpretazioni)   quel che gli puė essere utile. L'interpretazione, se non fosse  veicolata da una proiezione personalizzante, forse sarebbe accettata subito dal paziente, e non si dovrebbe ripeterla innumerevoli volte. Il paziente non  “accetta  le interpretazioni dello psicanalista in quanto e finché  le sente appunto, a volte anche consciamente, come di lui proiezioni  (o idee),  e in pratica non si fida. Non le accetta finché non si passa dalla collusione  maligna (sotto Thanathos), formata da proiezioni  percepite sterili, anche perché colludono con le difese (le parole che “non toccano  per parafrasare  D. Quinodoz),  a proiezioni percepite risonanti, messaggi aperti, non retorici o oracolari, accettati e metabolizzati dal paziente. Le proiezioni-interpretazioni (e altro) dello psicoanalista si ripetono  inesauste, le proiezioni del paziente si esauriscono quando vengono integrate da quelle dello psicoanalista.

 Per  come ciė avvenga  le ipotesi possono essere molteplici:   lo psicoanalista mette a disposizione  la sua passivitą attiva (Chabert 1999) o la sua  attenzione fluttuante previa “sua demolizione” (Bollas 1989) . Oppure  la proiezione del paziente si trasforma in introiezione e  le proiezioni vengono  re-internalizzate ( cfr. Migone 1995) o avviene una trasformazione  “autoorganizzatrice” (Pragier 1990) o  si forma una costruzione condivisa (Press 2005) o si esauriscono per identificazione, o per riconoscimento nella proiezione dello psicoanalista  o si apre uno spazio transazionale condiviso alla Winnicott, etc.  Appunto in collegamento col mutamento o spostamento dell’asimmetria. Nel corso dell’analisi  la asimmetria puė essere non solo mutata ma rovesciata, essere differente sul piano conscio da quello inconscio, etc. Vi Ź ovviamente una dinamica  della asimmetria  che rende oggettivo il contesto. In ogni caso si esaurisce la ripetizione delle proiezioni  (cioŹ la coazione a ripetere),  diventando le proiezioni elaborazioni simboliche  “ comuni” (Du Parc 1998) esse stesse: l’insight rompe la proiezione perché la cambia. La proiezione dello psicoanalista non Ź quindi un processo manipolativo e falsificante.

 Il discorso puė diventare  troppo lungo  e in fondo non Ź questa la sede per esaminare  in dettaglio  l’evoluzione  del dispositivo psicoanalitico delle due attivitą proiettive e della dipendenza,  né questo  puė essere avulso dai singoli casi clinici. E’ stata proposta una ipotesi. Ciė che importa Ź per ora se questo schema possa soddisfare delle condizioni generali.

Veniamo dunque alla verifica (a) se il concetto di asimmetria sia in sintonia con le differenti  teorie psicoanalitiche.

 Lo schema domanda- risposta, proiettive ambedue, incluso nella dipendenza ci sembra  non in contrasto  con gli assunti, o loro parti, dei vari modelli teorici delle varie correnti metapsicologiche attuali (e non). Generalizzerei per brevitą: la teoria del campo e interdipendenza dei ruoli dei Baranger (facente aggio sulla asimmetria). La rźverie  e i processi mentali di Bion, il conosciuto non pensato di Bollas,  il passaggio dall’immaginario al simbolico di Lacan (facenti aggio sulla proiezione). La narratologia  di Schafer,  la co-narrativitą di Ferro, la costruzione dello spazio analitico di Vidermann, il co-pensiero di Widlocher (teorie che fanno aggio su incontro  di proiezioni ). Il terzo analitico di Ogden ( che fa aggio sulla asimmetria e la proiezione). Il passaggio di fase o posizione depressiva dei kleiniani, l’eperienza emotiva correttiva di Alexander o di Balint, lo star soli in presenza di altri di Winnicott, la libido come ricerca d’oggetto di Fairban ( facenti aggio sulla dipendenza e  asimmetria). La  rinuncia all’immaginario nel ‘soggetto supposto sapere’ di Lacan, l’adattamento di Hartman, l’aggiustamento del narcisismo  di Khout, la teoria di Spitz  (ancora la asimmetria)  e altri modelli teorici,   non ultimi  l’“individuazione- separazione” della Malher e Miller, e la teoria dell’attaccamento di Bowlby  ed epigoni (Fonagy) molto vicini alla dialettica della dipendenza.                                                                                       

 

Asimmetria,  proiezione  e fine dell’analisi    

 

 Non abbiamo ancora affrontato il nesso fra asimmetria-proiezione  e  fine dell’analisi (b).  Per rispondere  dobbiamo fare una ulteriore digressione per vedere se vi sia collegamento fra le due  grandi problematiche, cioŹ  se  i fattori terapeutici , di cui abbiamo parlato,  sono  collegati alla fine della dipendenza, o fine analisi (c).

I fattori terapeutici sono dunque collegati alla  prima delle due categorie  della fine analisi,  quella centrata sul distacco ? Si e no.

- NO: non c’Ź collegamento, perché la fine dell’analisi non Ź una semplice fine  di un rapporto con semplice distacco, in cui il distacco produce effetto terapeutico, come giustamente si obbietta. Non Ź come l’ essere stati tenuti a balia, perché con una balia o un maestro si chiude semplicemente il rapporto e se sorgono delle complicazioni  o dei cambiamenti codesti sono imprevisti e non prestabiliti. Il distacco in sé, o separazione,  non produce che distacco.

- SI: c’Ź un collegamento fra fine e fattori terapeutici se io chiedo una cosa, mi metto in posizione dipendente, proietto me stesso, raggiungo  (o non raggiungo) l'obiettivo o la cosa che desidero in sé stessa, mediante  una mia trasformazione e poi mi distacco dall’analista.

 Quale  sia la cosa o  l’obbiettivo desiderato   si puė  illustrare  con esempi banali: voglio controllare se il padre, o la madre, Ź cattivo o buono, cerco un  genitore diverso  per fare una nuova esperienza  (tesi  generale di Lewin  1950),  voglio accertarmi se sono maschio o femmina, se sono colpevole o no, se sono diverso dagli altri o meno e il perché  e il per come, e tante altre piĚ complesse domande. Come detto caratteristica dell’asimmetria Ź l’esser messo  in una situazione di espressione proiettiva di se stesso, e  non solo il se stesso di adesso, ma il se stesso di una volta, il se stesso da bambino, il se stesso inconscio o nascosto (tutto ciė mediante la regressione). Questa espressione di se stessi Ź gią risposta sottostante a ciė che cerca la domanda, e esaudisce la tesi che l’analisi non abbia un obbiettivo  determinabile. La richiesta del paziente allo psicoanalista  in fondo  Ź addivenire al socratico “conosci te stesso” o al nietzchiano “diventa quello che sei”  (il” vero sé”).  Il paziente  provoca, nel piĚ o nel meno, la espressione  dell’ altro, dello psicoanalista,  rafforza, complica, articola la sua proiezione.

 Se arriva la risposta alla domanda del paziente   il rapporto  si scioglie, il contratto (non in senso giuridico) termina. Finisce cosď la: “joussance du dit” (Flournoy 1994),  l’insight, l'esperienza  emotiva correttiva, la posizione schizoparanoide, viene  introiettato l'oggetto buono,  eccetera.  Ipotesi tutte valide che perė considerate  come teorie  senza  un principio di base  comune spesso risultano contrapposte. Anche se Ź vero che considerate  clinicamente in base al desiderio, alla domanda singola, non sono teorie contrapposte perché ogni fine Ź una risposta a una domanda particolare e soggettiva da parte dei singoli pazienti (di insight, di introiezione di un oggetto buono, di esperienza emotiva correttiva, etc.). Domande diverse ma sempre domande. Se cerchiamo tuttavia un dato comune l’unico dato Ź rappresentato dalla fine dell’asimmetria. C’Ź quindi collegamento  fra fine dell’asimmetria, fine  dell’analisi e fattore terapeutico.

Affrontiamo ora la seconda categoria di fine analisi, quella che non prevede il distacco.Tutte  le varie teorie o punti di vista sulla fine vengono comprese. nell’ipotesi  che la fine  dell’analisi  sia nello scioglimento del rapporto di asimmetria (rapporto particolare e sempre differente: cfr. capacitą di lasciare e essere lasciati  in Bigi  2004). Vengono comprese sia le teorie che ritengono la separazione  solo uno dei fenomeni in atto nella fine analisi,  rispetto alla piĚ generale posizione depressiva (de Simone 1994), sia le teorie che ritengono che l’analisi interna (autoanalisi) o il transfert non finiscano mai.  Certo Ź accettabile sostenere che non ci sia  il distacco, ma dall’analisi non dall’analista (la cura Ź finita, se rimangano  o no strascichi di malattia dipenderą dai casi).  In questo caso in modo  lungimirante  e non  banalmente sbrigativo, Freud (1937) diceva che l’analisi finiva “quando” si scioglieva il rapporto fra paziente e psicoanalista. Intendeva pragmaticamente quando il paziente non veniva piĚ, ma suggeriva anche una unitą di forma e sostanza (il  “perché” non  venga piĚ  Ź altro argomento).  Importante Ź l'arrivo: se poi arrivare  vuol dire tagliare un nastro, passare una cellula fotoelettrica, transitare sotto uno striscione, toccare il bordo di una piscina Ź inessenziale, un traguardo vale l’altro. Finendo la dipendenza oggettiva, cioŹ l’asimmetria, si puė dire che Ź “finita” l’analisi in modo inequivocabile per tutti i punti di vista.

 

Connessione fra fine ed inizio dell’analisi

Per chiarire questo discorso sullo svolgimento dipendenza –indipendenza si puė aggiungere che la fine dell’analisi  si modella  sull’inizio, cioŹ sulla domanda iniziale, perché la fine Ź correlata alla  soddisfazione  di questa  domanda. La sostanza della domanda, quella implicita ovviamente, determina  il corso dell‘analisi. Si finisce una analisi infatti nel momento in cui la domanda iniziale viene soddisfatta.  Il punto di partenza Ź collegato al punto di arrivo. Questo spiega  l'importanza riconosciuta  alla prima seduta o al primo sogno, gli  “incipit” della cura.

 Vi Ź anche un paradosso.  Poiché ogni caso clinico ha una storia a sé   singolare e univoca, la soddisfazione  cercata puė essere anche una in-soddisfazione. La domanda iniziale che  non vuole essere soddisfatta riguarda  non solo il caso di  posizioni masochiste ma anche quando vi sia una ricerca soggettiva del paziente di esiti differenti da quello che l’analista  riterrebbe opportuno, o un rifiuto di  un  esito qualsivoglia. Quest’ultimo caso Ź la via che porta all’interminabilitą.

 PiĚ complessa  la situazione in cui l’esito cercato dal paziente differisce da quello dello psicoanalista. Ci sono casi   in cui i pazienti sono condizionati da una loro domanda “errata”  (per esempio perversa). In questi casi se si realizza una collusione “cattiva” con l’analista, che non dice di no, dato che l’esito Ź collegato alla partenza,  non si potrą far altro che considerare che Ź finita come doveva finire  (nel caso in modo perverso). Ciė che A. Kluzer  appunto designa come “contratto perverso” (1989). Facendo un esempio  grossolano:  un paziente domanda un analisi per il desiderio di voler sapere tutto, finirą credendo  di aver capito tutto nel caso di collusione maligna con uno psicoanalista che “spiega”. Viceversa un caso iniziato con il desiderio, non inconsciamente conflittuale,  di star bene e collaborare  (per  cosď dire con una buona alleanza terapeutica), puė finire comunque in modo soddisfacente  per il paziente  nel caso questi si senta soddisfatto di aver collaborato e di aver raggiunto un suo star bene. Anche se sia sortito, in linea teorica,  un esito dubbio o negativo. E’ un altro paradosso,  chiamato, con un termine desueto, “guarigione per difetto”. L’effetto “positivo” della cura  infatti puė essere una valutazione  personale e soggettiva dello psicanalista,  in concordanza o meno con la  teoria psicoanalitica, o  una valutazione secondo parametri  sociali, valutazioni eventualmente differenti da quelle del paziente. Non ci si deve meravigliare che conti  di piĚ la soggettivitą  del paziente, anche se, a giudizio psicoanalitico, niente apparisse cambiato. Un altro esempio grossolano: un paziente,  inconsciamente o meno, domanda l’analisi per saper qualcosa della sua infanzia. Se lo psicoanalista non pone ostacoli il paziente raggiunto l’obbiettivo potrebbe interrompere soddisfatto l’analisi, magari poco mutato nella sua struttura nevrotica. Sarebbe una “buona “ fine comunque, anche se solo per il paziente e non per la teoria psicoanalitica e per l’analista.  Per modo di dire il paziente ha iniziato gią “guarito”, anche se  si tratta di un analisi interrotta che sarebbe meglio riuscire a far completare. Ecco perché alcuni pazienti sono  soddisfati anche se non lo Ź l’analista. 

 Ticho (1972)  raccomanda di distinguere gli scopi dell’analisi dagli scopi della vita.

 

Il processo analitico e il suo esito

 

Parlando di fine analisi, Ź  difficile pensare che anni di lavoro psicoanalitico si riducano a un semplice incontro di due proiezioni  articolate  piĚ o meno in  successive retroazioni, all’interno di una situazione asimmetrica. Rappresentarsi il processo psicoanalitico con cosi pochi elementi non Ź gratificante. Raffigurarselo senza prender in esame caso clinico per caso clinico, problema per problema, non Ź poi a portata di mano. Il quadro generale Ź  forse troppo complesso perché  una operazione di semplificazione e unificazione non risulti deludente. 

Cercando comunque di corredare in qualche modo lo schema generale proposto, continuando a far  riferimento all’epilogo dell’analisi, si potrebbe accennare ai  casi che falliscono: in questa evenienza le proiezioni del paziente  incontrano proiezioni non integrabili dello psicoanalista. La défaillance dell’analista spesso  avviene   perché in realtą la domanda  (nella cornice della dipendenza)  del paziente Ź  complessa come complessa la psiche umana, e non sempre risulta comprensibile ed affrontabile. Il paziente non viene capito. In questi casi  c'Ź la rottura, o se ne va il paziente o viene mandato via dallo psicanalista (in modo o conscio, ad esempio nel “Caso dell’uomo dei lupi”, o non conscio, ad esempio nel “ Caso di Dora”). I casi negativi sono spesso riportati in letteratura: la rottura, il caso fallito Ź un caso esemplare per evidenziare la storia della dipendenza e il gioco delle proiezioni, come si Ź potuto vedere nel “Caso di Dora”. In fondo Freud ha utilizzato casi “falliti” nell’ illustrare  le sue scoperte. Vale a dire il ”Caso di Dora”, “Psicogenesi di un caso di omosessualitą femminile”, il “Caso dell’uomo dei lupi”, l’analisi di Ferenczi. Il fallimento di Dora Ź confessato.  Sappiamo che l’Uomo dei lupi non uscď mai dalla dipendenza,  e che Ferenczi la soffrď conflittualmente  con il suo analista  Freud, cercando poi di rovesciare la asimmetria con la tecnica attiva dell’analisi mutua. Nel “Caso di omosessualitą femminile” la dipendenza fu rifiutata fin dall’inizio. Il “Caso dell'uomo dei topi” sarebbe per Freud un caso riuscito (per Freud ma non per altri psicanalisti), non c'Ź comunque catamnesi a conferma dell’esito fausto perché il paziente morď in guerra di lď a poco (come Freud non casualmente sottolineė). E  anche l’ “Uomo dei topi” fu stretto fra Freud e  Freud  come “spietato capitano”.

 

Esito “sociale”

E’ davvero poi sterilmente riduttivo considerare  che  il processo e l’esito dell’analisi consistano solo nella dinamica fra dipendenza e proiezioni? In fondo il fatto che la forma espressiva dell’interpretazione sia proiettiva, dovrebbe aumentare la responsabilitą dello psicoanalista, non  svalutarla. E’ certo che sono state scritte  innumerevoli pagine sulle trasformazioni indotte dalla psicoanalisi,  e sul suo complicato itinerario, e  questo lavoro puė solo descrivere il paesaggio, la cornice e non il ritratto. Detto ciė, si puė fare ancora qualche ulteriore considerazione  sul “ risultato” al fine di chiarire il concetto di dipendenza-asimmetria. 

A proposito della dipendenza ci si puė domandare: se il rapporto psicoanalitico Ź di asimmetria   fra due individui, dobbiamo pensare che la psicoanalisi sia una cura “sociale”? Si e no.

 - SI: perché  non Ź una assunzione  individualistica e in  prima persona, senza riguardo a chi sia l’altro, come nel caso dell'acquisto in farmacia di medicine. Per arrivare alla cura psicoanalitica bisogna conoscere  lo psicanalista, o piĚ frequentemente si Ź indirizzati da qualcuno. Facendo una descrizione  grossolana: se qualcuno  o qualcosa, mi ha fatto ammalare qualcuno mi guarirą, o se mi sono ammalato  da solo, qualcuno mi aiuterą. C'Ź sempre   comunque un passaggio sociale  visto che si Ź in due ( ed eventualmente con l’Altro in tre). Anche perché  la psicoanalisi Ź basata sulla comunicazione o, se vogliamo riferimenti colti, sull’agire comunicativo alla Habermas, o sul gioco fra due (Cimatti 2005).

- NO: se vogliamo codificare come “sociale”, anche nel senso di relazionale, la teoria  psicoanalitica  in toto. La teoria  della cura Ź relativa ai vari criteri  e metodi che ciascun  psicoanalista, o “scuola” vuole o puė usare, e ciė merita rispetto. I criteri  sono interni alla professione  e relativi alle tecniche in uso. Se  si   assumesse il “sociale” a principio astratto generale,  si fomenterebbe ancor di piĚ lo sterile  dibattito  fra  gli schieramenti della corrente dell’intrapsichico e quelli  del relazionale. Un dibattito, come impostato, irrisolvibile come fu quello filosofico  tra innatisti e ambientalisti.


E’ vero invece che il “risultato” Ź in pratica  “sociale”   (il risultato, non la dinamica dell’analisi  che puė essere spiegata anche con la teoria intrapsichica). Ci saranno sempre effetti sociali: si tratti  per esempio  di risolvere l’ Edipo (vale a dire il  triangolo o il rapporto con i genitori), per poter esprimersi  liberi da condizionamenti  e ricostruire una storia familiare (microsociale ) bilanciata. Viceversa possiamo ritenere mancato effetto terapeutico (Edipo negativo, patologia del Super-Io o dell’Io, genitore interno cattivo, etc.) tutto ciė che Ź basato sulla struttura narcisistica, che Ź per


 antonomasia a-sociale. In somma la soluzione favorevole  (anti-narcisistica)  da una dipendenza interna e  oggettuale   nell’analisi Ź tautologicamente “sociale”. C’Ź poi  da considerare un’altro aspetto del sociale: le conseguenze dell’ intervento psicoanalitico nel contesto pubblico. La “guarigione”, o una analisi “finita” Ź un fatto sociale: una cosa perė Ź dire  che la psicoanalisi Ź sociale e quindi relazionale, altra cosa Ź sostenere errata la teorizzazione   intrapsichica.

Seguendo questa riflessione si potrebbe  anche   introdurre una ultima considerazione sulla asimmetria, giusto per rispondere a un quesito lasciato in sospeso.  La ricerca  psichica dell'altro, il curante,  postula ovviamente per principio la asimmetria, e forse  nel tempo odierno questo desiderio di dipendenza Ź aumentato. Si puė spiegare cosď come  si sia ampliata la forbice fra la durata delle analisi di oggi e quelle di ieri.  Ciė avverrebbe non solo essendo cambiato il metodo o gli obiettivi stabiliti dallo psicoanalista  (patologie precedentemente non affrontate) o la psicopatologia stessa, ma perché ci sarebbe una  richiesta di dipendenza del paziente  ampliata, la quale, non ostacolata, tenderebbe sempre ad essere  piĚ avida.

Del resto i  tempi odierni nella nostra societą sono all'insegna della addizione. Dipendenza dalla droga e dai consumi. Inoltre l'elaborazione della tecnica ha configurato una maggiore apertura “elargitiva”  dello psicoanalista al paziente. Freud pure passė da considerare l'analisi  terminabile in  un processo breve con il ritorno del rimosso, alla analisi terminabile  in un processo piĚ lungo con la ripetizione e soluzione della nevrosi di transfert,  o con la costruzione e ricostruzione della psiche e della storia del pazienti, e infine passė a considerare l’ analisi interminabile tout court. Oggigiorno dunque la domanda piĚ esigente del paziente  incrocia l'offerta piĚ articolata dell’analista. Non c'Ź  poi una sola forma di dipendenza ma tante sfumature possibili di richiesta di dipendenza, o claustrofilia per l’analisi, secondo la bella espressione di Facchinelli (1983). 

 A questo punto possiamo riprendere il paradosso della contraddittorietą fra domanda  di cura e  contemporanea resistenza all’analisi. La causa non sarebbe solo, come si diceva,  la presenza della generale ambivalenza affettiva,  ma anche il fatto che nessuno chiede di esser curato senza la riserva mentale di potersi sottrarre al potere del curante, tanto piĚ quanto piĚ questi sia idealizzato.  Gią Abraham (1919) notava la contraddizione riguardante grandi desideri di fare l’analisi, boicottati  inconsciamente per sfida all’autoritą paterna .

                                                                                                                                             

Esito sintomatologico

 Ancora a proposito del “risultato”. Si Ź ipotizzato l’effetto positivo, o “guarigione”, come domanda che ha ottenuto una risposta  e/o una qualsiasi soddisfazione.  Ora Ź necessario un accenno anche al  problema della remissione dei sintomi, problema legato al concetto di dipendenza, interna e/o esterna.  Da piĚ parti si Ź notato come spesso con la cura psicoanalitica i sintomi si trasformino, si modifichino, diminuiscano anche cospicuamente ma non passino. Tuttavia sa molto di giustificazione  stabilire a posteriori che tutto ciė avvenga  perché la psicanalisi  non deve essere intesa come una terapia sintomatica.  Anche se l'esperienza mostra come spesso i sintomi si modifichino  ma non scompaiano affatto, non siamo obbligati a pensare  che la psicoanalisi non sia una cura sintomatica e conseguentemente  non sia una terapia. E’ accettabile, come detto, intendere la psicoanalisi  percorso senza finalitą diretta di “guarigione”, ma non come percorso con ineluttabile permanenza  dei sintomi. La teoria che  la psicoanalisi non debba curare i sintomi  sembra  un “ post hoc propter hoc”,  cioŹ una giustificazione di fallimento, tanto piĚ che la psicoanalisi nasce proprio come cura sintomatica delle  pazienti isteriche.

 Bisogna spostare il punto di vista  per uscire dall’impasse: Ź vero che i sintomi sono formazioni di compromesso fra desiderio e inibizione, pulsione e difesa, ma Ź vero anche che detti sintomi  sono  aggiustamenti adattativi con la realtą e la realtą non viene modificata dalla psicanalisi. Bisogna accettare la presenza nella nevrosi di un quantum del mondo esterno. Nel paziente c’Ź dipendenza e asimmetria dallo psicoanalista, ma anche dal mondo. Il mondo reale  (lavoro, genitori, famiglia, Paese etc.), pur modificato nel fantasma del paziente, a volte viene cambiato con la psicoanalisi,  ma spesso non Ź cosď, cambia solo il fantasma. E’ per l’influenza diretta o indiretta del paziente che  cambiano  sia il mondo esterno che quello soggettivo. In questo caso i sintomi come difese dal mondo esterno risultano inutili e vengono abbandonati.

 Vale a dire che i sintomi esprimono la difesa da qualche cosa  (le pulsioni se vogliamo) ma  di qualche cosa anche  “reale”  per il paziente (seppur  simbolicamente, seppur “fantasma”), non di un nulla. Se la cosa reale, piĚ o meno fantasmatizzata, non cambia ( ad esempio una situazione politica, o familiare) Ź naturale che una difesa, per quanto nevrotica, seppur modificata  o diminuita dalla cura analitica, permanga. Ecco perché la cessazione del sintomo non dipende strettamente dalla “guarigione”,  sia pur intesa come cessazione dell’asimmetria. Puė “guarire” il singolo, difficilmente  il mondo.[19]

 

Alla fine di questo percorso Ź possibile illustrare meglio il nesso fra il  criterio di base proposto e le varie tipologie di fine analisi, intesa come conclusione. Ritorniamo dunque alla fine analisi,  definita come soluzione sia della domanda  asimmetrica  che delle proiezioni del paziente, e saggiamo se tale definizione possa soddisfare  i  vari modelli teorici  sulla fine analisi.

 Cominciamo dal modello di Freud. Primo punto freudiano per la fine dell’analisi Ź la risoluzione dell’Edipo. Applicando il nostro modello alla  nevrosi di conversione, si evidenzierebbe una domanda di “guarigione”  in corrispondenza diretta. Infatti la domanda del paziente sarebbe di soluzione dall’ Edipo, cioŹ dalla  asimmetria in sé (interna e esterna) che questi comporta. Nel nevrotico cioŹ  sarebbe prefigurabile una domanda d’indipendenza   dal  conflitto d’Edipo  a livello intrapsichico. Nelle nevrosi narcisistiche, psicosi, tuttavia non si puė trovare una domanda cosď diretta  di soluzione dall’Edipo, perché il genitore a volte non Ź implicato nel conflitto del paziente   (a livello reale o fantasmatico o ambedue) o Ź implicato un solo genitore senza triangolo o i genitori sono implicati in forma fusa  su base simbiotica o traumatica. Siamo infatti nella problematica pre-edipica. I risultati sono quindi differenti  e infatti sono  spesso  di  in-dipendenza (personale o dall’analista) solo parziale.[20] 

Secondo punto freudiano Ź:  “laddove era l’Es lą sarą l’Io”. Si possono dare e si sono  dati molti sensi a questa espressione di Freud, ma l'unico modo operativo  e non futile  Ź quello di intendere la frase come flessione della  proiezione dall’Es all’Io. La domanda  iniziale del paziente in questo caso sarebbe stata di avere un contenimento all’emergenza dei conflitti inconsci (rimossi) espressi proiettivamente, e di ottenerne una soluzione.

 Terzo punto: capacitą di avere  possibilitą libidiche e di operare senza inibizioni (ciė che Freud intendeva, se si segue la Lezione 28 del “Compendio di psicoanalisi”, per capacitą di amare e lavorare, vale a dire godere e agire). La domanda  sarebbe di  autorealizzazione nella in-dipendenza personale.

 Oltre a quello freudiano citato possiamo continuare  a vedere se lo schema asimmetria e proiezione sia esaustivo per altri modelli  di fine analisi. Per esempio i sei punti di irreversibilitą di Rickmann (1950). In breve il punto di irreversibilitą connotato dal raggiungimento del primato eterosessuale, quello della tolleranza dell’aggressivitą, del lutto e della frustrazione e quello del  tramonto del complesso edipico sono risolvibili e riassumibili, secondo lo schema proposto, nel criterio di soluzione della dipendenza  conflittuale. Il recupero dell’amnesia infantile invece sarebbe riassumibile nel ritiro della proiezione  (nell’ambito della dialettica della dipendenza) che impedisce il recupero dell’amnesia.

 Vista la semplicitą   dello schema unificante proposto, facile potrebbe essere  il confronto con gli altri modelli di fine analisi, per l’evidenza della contiguitą logica fra fine dell’ asimmetria e distacco fra paziente e psicoanalista.  E’ comunque da rimandare ad altra sede una disanima piĚ accurata. 

 

Conclusioni

 

Partendo da due questioni centrali e dibattute, come il criterio di fine analisi e  quello dei fattori terapeutici, si Ź cercato di definire due criteri base  di individuazione del processo  psicoanalitico e del suo svolgimento. Non tanto per  pretesa di  raggiungere una assoluta scientificitą, ma per consentire un quadro piĚ coerente delle teorie psicoanalitiche, per chi non le rifiuta. Il primo  criterio, riguardante la forma  del processo psicoanalitico, Ź la situazione di asimmetria o di dipendenza del paziente rispetto allo psicoanalista. Il secondo criterio, riguardante lo svolgimento del processo, Ź il meccanismo della proiezione. Il secondo criterio di base vale per il paziente come per l’analista. Le attivitą o non attivitą e gli interventi dell’analista, in definitiva, si basano sulla proiezione del proprio mondo interno allo stesso modo del paziente. Puė essere una ferita narcisistica pensare che il proprio lavoro considerato intellettualmente complesso e socialmente rilevante, sia totalmente inquadrabile da  codesta cornice.  Freud elencava fra le grandi ferite narcisistiche dell’umanitą la sua scoperta dell’inconscio, concetto difficilmente accettabile dall’uomo perché vorrebbe dire non essere piĚ padrone in casa propria. Forse dobbiamo ammettere a maggior rigore che nemmeno lo psicoanalista Ź padrone nel suo studio, ma mentre lavora  Ź guidato  inconsciamente dal suo mondo interno che vuol manifestarsi, il che non vuol dire ineffice.  Resta la consolazione che prendendo come elementi di base   dipendenza e proiezione  si apra la strada per   comprendere, in un solo schema riassuntivo,  le numerose teorie sulla cura psicoanalitica,  sia che la   si voglia considerare  come   incontro tra due soggettivitą (con espressione di Balint: two bodies psychology) sia come processo intrapsichico del paziente assistito da uno psicoanalista (one body psychology). Ciė puė portar sostegno a coloro che,  ben convinti della validitą della psicoanalisi, vogliano comunque effettuarne una osservazione critica e storico critica. 

 

 

 

 

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Sommario

 

Partendo dalle questioni della fine analisi e dei fattori terapeutici, si Ź cercato di definire due criteri di individuazione del processo psicoanalitico. Il primo criterio, riguardante la forma  del processo psicoanalitico, Ź la situazione di asimmetria o di dipendenza del paziente rispetto allo psicoanalista. Il secondo criterio, riguardante lo svolgimento, Ź il meccanismo della proiezione. Il secondo criterio vale per il paziente come per l’analista.Gli interventi  dell’analista, in definitiva, si basano sulla proiezione del proprio mondo interno allo stesso modo del paziente. Prendendo come elementi di base dipendenza e proiezione si possono comprendere in un solo schema riassuntivo le numerose teorie sulla psicoanalisi sia che la si voglia considerare  come incontro tra due soggettivitą (con espressione di Balint: two bodies psychology) sia come processo intrapsichico del paziente assistito da uno psicoanalista (one body psychology).

Parole chiave: fine analisi, fattori terapeutici, asimmetria, dipendenza, proiezione.

 

Summary

 

Starting from the criteria of the end of analysis and of the therapeutic factors, we have tried to define two basic criteria for the individuation of the psychoanalysis. The first criteria, regarding the form of the psychoanalytical process, is the situation of the patient’s asymmetry or dependence on the psychoanalyst. The second criteria, regarding the development of the process, is the mechanism of projection. The second basic criteria applies to the patient as well as to the analyst. The activity

or non-activity of the psychoanalyst in the long run, are based on the projection of his or her own inner world in the same way as the patient.

Taking dependence and projection as basic elements, we can put into a unique  pattern the numerous theories on psychoanalytical care, whether we want to consider it a meeting between two subjects (two bodies psychology) or an intra-psychic process of the patient assisted by a psychoanalyst (one body psychology).

Key words: end of analysis,  therapeutic factors, asymmetry, dependence, projection.

 



[1] Société Suisse de Psychanalyse. Corso di Porta Nuova 24. 20121 Milano Italia

[2]  nota: se ne possono stabilire molte altre. Per esempio:. J.M.  Quinodoz (1991)  delinea due  categorie  riassuntive in base alla personalitą dell’analizzante e in base alla relazione analizzante analista.  Bigi (2004 ) ne  delinea, in modo piĚ simile a quello qui esposto, tre: risposta alla richiesta di guarigione, elaborazione di un processo, fine  della storia della relazione.

[3] nota:  come dice Freud  (1926 ) : “non succede nulla  fra paziente e analista  se non che parlano fra loro.”

[4] nota: per i Baranger la asimmetria Ź  implicata nell’ambiguitą  del contratto con lo psicoanalista  e dipende dalla dinamica identificazione/contro-identificazioneproiettiva .  

[5] nota: detta accettazione Ź poi sottoposta alla soggettivitą inconscia e all’ambivalenza che Ź fatto dinamico di ogni analisi, come si vedrą.

 

[6] nota: che alla base della domanda di analisi debba esservi un desiderio Ź comprensibile. Ma la teoria del desiderio Ź complessa e il desiderio non Ź elemento unitario ma puė essere  di amore, di odio, di conoscenza.

[7] nota:  il termine di dipendenza Ź ripreso  nel contesto psicoanalitico da Fairban che parla di dipendenza matura e infantile , da Winnicott nel rapporto con l’oggetto transizionale, da Bowlby nella teoria dell’attaccamento , da Balint nella regressione, da Bleger riguardo l’agglutinamento,  da Green per gli stati limite etc. ma finisce per avere piĚ significati in specie quello negativo di simbiosi contrapposto al transfert ambivalente (Jaeger  2004).   Cosď anche in Searles (1963) quando parla di ”bisogno di dipendenza”. Il termine viene  assimilato all’additivitą.  Per queste ragioni Ź da utilizzare nel nostro contesto semplicemente nel senso letterale . Per una disamina piĚ accurata del concetto rimando alla  monografia della Revue Franćaise de Psychanalyse al riguardo ( Addiction et dépendance 2004 n.2) e in particolare all’incisivo articolo di  Zilkha.  

[8]  nota: Pontalis (1981) ,Grunert (1981) , Gaddini (1981) colgono un senso latente nella R.T.N  di  tentativo di conservare il legame  con lo psicoanalista e  non riconoscere una  “vera” separazione (  cioŹ l’indipendenza ). Del resto speculare  alla R.T.N.  risulta l’interminabilitą della cura.

 

[9] Nota:  sovradeterminazione al punto tale che analisti diversi possono esprimere diversi punti di vista sul medesimo sogno. L'interpretazione dei sogni da parte degli psicoanalisti per principio non puė essere  univoca , perché vi e duplicitą di intenzione  da parte del paziente : comunicare ed esibirsi.     .

 

[10]  nota: il “giudizio” ci potrebbe portare  nell’ambito della struttura  Es-Io-Super Io, della rimozione, della censura etc.

[11] nota: “Ma chi dipende da chi?”: come detto  ci possono essere rovesciamenti di situazione, ambivalenza inconscia e ambiguitą conscia, ma la asimmetria di base rimane.

[12] nota: si confronti la lettera  a Fliess del  12/12/87:  “ I miti endopsichici[..]creature prodotte dal mio lavoro mentale. La confusa percezione interna del proprio apparato psichico  stimola le illusioni del pensiero che vengono proiettate verso l’esterno [..] Psicomitologia?” . E anche la lettera del 15/10/1897 :  “in me stesso ho trovato l’innamoramento verso la madre e la gelosia verso il padre  [..] un evento generale dell’infanzia”.

 

[13] nota: nella prassi questa comunicazione diretta da inconscio a inconscio verrebbe disattesa  allorché appaia il processo di riflessione nel pensiero dello psicoanalista, processo che precede a volte una interpretazione . 

[14] nota: ma in “Per la storia del movimento psicoanalitico” (1914) afferma chiaramente: “nessuno deve stupirsi del carattere soggettivo[….]la psicoanalisi Ź infatti una mia creatura”.

 

[15]  nota: tentativi lodevoli di unificazione pragmatica ( per es. con la Griglia di Tuckett 2003) o metodologica,   di diversi vertici di osservazione  confermano il loro insito contrasto. Il criterio di base ha da essere unico  ed i vertici di osservazione non sono tutti eguali. In fondo la considerazione di Sandler ( 1995) che le metapsicologie sono solo linguaggi per intendersi potrebbe voler dire: i fenomeni sono quello che sono, le descrizioni sono piĚ o meno precise e  piĚ o meno commensurabili  fra loro.

 

[16]  Nota: Modell (1994) propone egualmente dipendenza e proiezione come elementi di base , ma in forma disgiunta e relativi solo al transfert (transfert dipendente-in funzione di contenimento//transfert iconico- proiettivo)

[17]  nota:  non si tratta di pensare che al limite  qualsiasi paziente sarebbe  analizzabile se trovasse l’analista  giusto,  idea onnipotente come osserva  giustamente Marinetti (2004),  semmai che ogni paziente ha il “suo” analista con cui collude beneficamente o malignamente. Con un proverbio cinico  e rozzo “ogni verme ha il suo buco”.

 

[18] nota:  senza dilungarsi  troppo segnalerei che l’idea che lo psicoanalista proietti salva, se ce ne fosse  bisogno, il concetto di “neutralitą”  e non lo contraddice. L’assetto di “’indifferenz”, per usare il termine  freudiano, Ź in opera nel meccanismo delle proiezioni  da parte dello psicoanalista in quanto esse sono  spontanee,  mentre  verrebbe alterato dal contro-transfert ( o contro-identificazione proiettiva )  ove ci sia influenza da parte delle proiezioni del paziente.

[19]  nota: trovo  avvincente la seguente barzelletta: “un matto viene dimesso perché guarito e  non crede piĚ di essere un grano di mais. Uscendo si spaventa alla vista di un pollaio. Il medico allora chiede: “ma mi avevate ben detto di non credere piĚ di essere un grano di mais! Sď, io sď, ma i polli lo sanno?”

 

[20] nota: la critica all’Edipo di Freud Ź di  essere valido solo per la forma del matrimonio occidentale mentre in altre culture non Ź conflittuale l’incesto,  non Ź pertinente per una psicoanalisi che si occupi non solo dell'Edipo Sofocleo delle nevrosi comuni,  ma anche della nevrosi narcisistiche .