Bambini in transito

Costruire legami nell’affidamento famigliare e nell’adozione

Gianna  Pesce

 

 

L’adozione e l’affidamento famigliare, pur con intenzionalitą differenti, si possono considerare come paradigmi della costruzione di relazioni e legami. Essi prevedono, rispettivamente, l’inclusione totale e l’inserimento “a tempo”  di un bambino estraneo, condizioni che richiedono una prospettiva di tipo processuale e di co-costruzione; questi termini oggi connotano anche la psicoterapia. Il percorso adottivo, in particolare, implica un lungo lavoro di elaborazione intrapsichica e relazionale, di riflessione individuale, di coppia e famigliare, processo che puė diventare una  sfida tesa ad attivare tutte le potenzialitą delle persone che vi sono implicate.

Pertanto il mio discorso sulla cura genitoriale, sulla genitorialitą adottiva e affidataria, seguendo tale direzione, presenta alcune riflessioni sulle analogie con la relazione terapeutica, vista secondo i piĚ recenti indirizzi psicoanalitici che pongono al centro l’interazione, la diade, il campo intersoggettivo. 

Le risultanze del processo di adozione e di affidamento sono strettamente legate alle capacitą affettive e cognitive messe in atto nell’incontro fra genitori e bambino e nel corso delle trasformazioni che si realizzeranno con la costruzione della genitorialitą e del legame di attaccamento. Siamo a conoscenza che quando si realizza la funzione d’accudimento le rappresentazioni che si riattivano nel mondo interno si esprimono attraverso identificazioni, controidentificazioni, proiezioni. Inoltre sappiamo come le rappresentazioni mentali dei legami passati coi propri genitori, correlate a determinate condizioni di deprivazione o abuso, possono emergere difensivamente quando si diventa genitori:  la difesa prevale sulla creativitą del legame. In questi casi l’inserimento di una nuova relazione puė diventare trasformativo; la presenza di un “terzo” con funzione di accudimento famigliare o terapeutico potrą riattivare legami bloccati. E’ il processo relazionale come co-costruzione continua che rende possibile questa riorganizzazione. Lo psicoanalista Sergio Bordi, durante i suoi seminari presso l’ASP, ci ricordava che gią le teorie relazionali psicoanalitiche, rimarcando l’analogia fra il “prendersi cura” terapeutico e l’accudimento dei genitori, avevano suggerito che in quella cura occorreva “qualcosa in piĚ”, che via via Ź stato indicato con vari termini (empatia, sintonia affettiva, i “fattori aspecifici”). Oggi questi termini sono maggiormente specificati in direzione degli stati mentali, come risulta dalla ricerca sull’attaccamento.

L’incontro, la  co-costruzione  e  la  processualitą  che  fondano  le  condizioni di adozione e di affidamento, sono basati su complessi processi mentali intrapsichici e relazionali. Greco e Iafrate, studiose dell’affidamento famigliare, parlano dell’affidamento come tentativo di “curare la relazione con la relazione”. E’ un concetto analogo a quello posto in atto dallo psicoanalista odierno, che  non intende piĚ svelare l’inconscio, ma diventa un partecipante attivo alla relazione e contribuisce con la sua soggettivitą alla cura. Tra gli obiettivi comuni della relazione adottiva, affidataria e terapeutica vi sarą quello di modulare la comunicazione delle emozioni e degli scambi socio-affettivi. Tra gli autori che studiano il processo adottivo alla luce della teoria dell’attaccamento la psicologa Donatella  Cavanna in una ricerca effettuata presso l‘Universitą di Genova sottolinea l’ipotesi che esperienze interattive positive, successive alla prima infanzia, possano favorire la rielaborazione di storie negative precoci e ciė stia alla base della funzione protettiva e riparativa dei legami d’attaccamento. Il legame d’attaccamento sicuro richiede stabilitą, continuitą, prevedibilitą, si comprende perciė come i bambini adottati abbiano problemi d’attaccamento. E’ nel processo di costruzione di nuove relazioni stabili e significative che si vede la realizzazione della teoria dell’attaccamento in ambito famigliare e, analogamente, nel legame terapeutico.

Per Peter Fonagy, Daniel Stern, Lyon Ruth il cambiamento si verifica non come conseguenza di un insight o dell’elaborazione di un ricordo, ma per le nuove esperienze di relazione che modificano la memoria implicita  basata sulle procedure relazionali degli attaccamenti primari.

La relazione terapeutica, come peraltro quella adottiva e affidataria, non ha una base biologica né si rivolge ad una persona senza storia, ma in analogia con il legame d’attaccamento primario, presenta un contesto di sicurezza, anche il setting Ź concepito in modo che il paziente percepisca una “base sicura”. Condizione per la sicurezza Ź trovare una situazione altamente prevedibile, Ź  sperimentare la continuitą e la stabilitą della relazione.

Il mantenimento di una base sicura Ź indispensabile, visto che durante il processo adottivo, affidatario e terapeutico avvengono numerosi cambiamenti: la relazione si struttura  all’insegna dell’incertezza.

La madre, come il terapeuta, Ź a proprio agio se il bambino  Ź “facile”, si crea cosď un’alleanza. PiĚ difficile Ź trovare la base sicura per chi Ź “disorganizzato”, col quale l’empatia si conquista e si mantiene faticosamente; Ź necessaria una presenza forte e, in terapia, occorre ripercorrere la  linea  evolutiva che ha subito interruzioni e discontinuitą, oltre a cercare specifici punti di riferimento. Fonagy, nelle sue riflessioni sulla patologia borderline, dice che se il bambino maltrattato e traumatizzato non ha un supporto  di forza e intensitą sufficienti perché si sviluppi una relazione d’attaccamento, che dia il  “contesto” per poter immaginare gli stati psicologici dell’altro ed il proprio, egli si avvierą verso patologie gravi (Fonagy 2001).

Nel considerare le cure materne la teoria dell’attaccamento ha specificato maggiormente la nozione Winnicottiana di “madre sufficientemente buona”, che non riguarderebbe una generica sensibilitą, ma la capacitą d’intendere gli stati mentali del bambino in un contesto di coerenza.

Nel concetto di “madre sufficientemente buona” si potrebbe vedere sia  un’insieme sufficientemente armonico del suo presentarsi al bambino sia la componente meta-rappresentativa  approfondita sperimentalmente da Mary Main. La teoria dell’attaccamento confermerebbe l’idea di Winnicott per cui attraverso la “preoccupazione materna primaria” la madre normalmente sa che cosa e come fare col bambino che le va incontro. Tale programmazione materna Ź fondata su schemi introiettati nell’infanzia, come veniva anticipato dalla psicoanalista americana Selma Fraiberg che notava che stati affettivi delle madri, legati ad abusi  e “dimenticati” riemergevano quando divenendo madri, esse si trovavano in un analogo contesto di cura e di intimitą. La ricerca sull’attaccamento convalida quanto suggeriva la Freiberg sulla facilitą con cui si trasmettono da una generazione all’altra gli schemi disadattivi; quest’ultima si mostrava tuttavia ottimista sul recupero del bambino quando capiva che ciė che va modificato Ź la relazione: conta  la fiducia di chi entra nella relazione oltre alla plasmabilitą del bambino (Bordi 1995).

Esiste una differenza di fondo fra teoria dell’attaccamento e approccio clinico-terapeutico della psicoanalisi portata a considerare maggiormente gli aspetti relativi alla patologia. Via via si cominciava perė a vedere che potevano essere portate prove empiriche all’ipotesi su cui si regge il presupposto del cambiamento strutturale, cioŹ che le interazioni umane sono interscambi fra intenzioni e rappresentazioni retrostanti, che sono stabili, ma influenzabili e modificabili.

L’intersezione tra i diversi contributi teorici e di ricerca della psicoanalisi e della teoria dell’attaccamento viene ad arricchire la visione clinico-terapeutica e gli strumenti che possiamo mettere a disposizione del nostro lavoro.

Sappiamo che la base psicologica della funzione genitoriale  Ź centrata su quella capacitą specificamente umana che ci fa capire gli stati d’animo ed individuare le intenzioni, le emozioni, i desideri dei nostri simili e di noi stessi. La disponibilitą ad accogliere un nuovo membro, secondo un insieme di capacitą comprese nell’espressione comune di “sensibilitą materna o genitoriale” si estrinseca attraverso una efficace comunicazione affettiva. Un aspetto saliente di essa Ź “l’attribuzione” al bambino piccolissimo, da parte di chi se ne prende cura, di capacitą mentali pertinenti alla persona, gią in epoca in cui l’esistenza di questa capacitą Ź ancora in fieri. Tale atteggiamento consente al bambino di interiorizzare l’immagine di un bambino dotato della facoltą di possedere stati mentali. La madre, che mentalizza non si limita a condividere, ma va oltre, decodifica le intenzionalitą del bambino, offrendo una “rappresentazione” di uno stato di cose sintonicamente aderente, ma differente come esperienza, aggiungendo una sua interpretazione, che sgancia dall’esperienza percettiva e anticipa uno stato mentale successivo, agendo cosď da impalcatura.

Un atteggiamento analogo costituisce la base anche del concetto di “positivizzazione terapeutica” nella diversa teorizzazione di un grande psicoanalista e potrebbe utilmente guidare anche l’intenzionalitą adottiva e affidataria. Mi riferisco al modello terapeutico per le psicosi di Gaetano Benedetti, che proprio per l’essere sorto per la terapia di condizioni limite dell’esistenza, puė essere accolto nella cura delle situazioni psicologiche piĚ complesse.

Egli propone la terapia di pazienti difficili come una “sfida” non solo terapeutica, ma soprattutto esistenziale contro la “negativitą” tragica di certe esistenze. La sfida, termine che ho usato anche per l’adozione e l’affidamento, avviene nell’incontro tra due persone, in cui l’intenzionalitą Ź quella di co-costruire o ricostruire soggettivitą bloccate, entrando fino in fondo nella relazione, non rimanendo sulla “cornice”. La metodologia della “positivizzazione”  non risiede nella negazione difensiva dell’angoscia, ma nel cogliere i segnali e le potenzialitą dell’altro anticipandole e trasformandole in immagini positive arricchenti. PiĚ alta Ź l’intenzione e piĚ ricca sarą l’immagine che il bambino o il paziente vedrą rispecchiata nel viso della madre; Benedetti dice:  “l’analista, come la madre, rispecchia al paziente  quella potenzialitą positiva che quest’ultimo ha dentro, aggiungendovi qualcosa di suo”.

In questa direzione l’idoneitą di una coppia all’adozione consisterebbe nella capacitą di accogliere i vissuti del bambino e di esperire e trasformare, positivizzandole, le emozioni attribuendovi un  significato.

Non si tratta di scegliere una famiglia ideale per una situazione problematica, ma una famiglia flessibile e, come affermano le studiose Iafrate e Scabini: “famiglie capaci di trasformare un problema in un progetto possibile”.

In uno studio sui fallimenti adottivi, Cavanna afferma che tra i fattori di rischio e di protezione non viene considerato alcuno specifico fattore che possa determinare esiti fallimentari o positivi, neppure le esperienze precoci negative possono essere un elemento predittivo di un esito negativo, ma sono un fattore di vulnerabilitą. Possiamo dire che la relazionalitą Ź complessa e la vulnerabilitą di un bambino portatore di una storia difficile Ź uno dei fattori in gioco, tuttavia la funzionalitą della relazione dipende dal tipo di integrazione che si riesce a stabilire tra le varie componenti.

Traiamo qualche indicazione dall’esempio che segue. Ci potremo trovare di fronte ad una madre adottiva che Ź entrata in contatto con un bimbo molto piccolo proveniente da un altro paese; essa potrą pensare che un bimbo d’una cultura cosď diversa renderą difficile relazionarsi, ma, se avrą alcune conoscenze e apprenderą dall’esperienza, si accorgerą  che i ritmi fondamentali del bambino sono consonanti con certi ritmi materni, (ad es. con la voce) e, se sarą flessibile, le difficoltą saranno superabili, entrerą in consonanza, il bambino imiterą la madre e si procederą con modalitą intersoggettive. Se la madre permarrą nel pregiudizio, non si renderą conto che la relazionalitą puė essere piĚ facile rispetto alle sue aspettative. Ciė che importa Ź entrare nella relazione.

Tuttavia l’azione di regolazione congiunta della relazione, che accompagna il processo genitoriale adottivo e affidatario e il processo terapeutico, non puė essere separata dalla conflittualitą, fonte di tensione e sofferenza. Il sostegno e l’elaborazione del dolore Ź parte integrante della relazione madre/bambino (terapeuta/paziente), quanto il monitorare la relazione. Alcuni fallimenti adottivi vengono legati alle coppie incapaci di tollerare il dolore mentale del bambino ed il proprio e la delusione che il bambino reale sia diverso da quello immaginato. Come i casi piĚ gravi in terapia, i bambini gravemente deprivati o traumatizzati utilizzano per molto tempo l’identificazione proiettiva come modalitą di comunicazione inconscia per evacuare la rabbia, il dolore, l’angoscia, che non possono essere contenuti e metabolizzati. Se i genitori hanno cercato il bambino in prevalenza come cura per la sterilitą o come soddisfacimento narcisistico non possono accogliere e trasformare quelle proiezioni: infatti il bambino che deve riempire un lutto non elaborato deve essere “perfetto”. Un fattore di rischio, dal punto di vista soggettivo del bambino che ha subito perdite traumatiche, Ź l’attivazione di difese tali da impedirgli di fruire delle cure dei genitori o di renderlo incapace di suscitare in loro un stile genitoriale sintonico. Il bambino agisce come se l’accudimento potesse essere potenzialmente pericoloso riportando le strategie usate nella famiglia d’origine e la paura di un ulteriore danno se manifesta i propri bisogni in nuovi legami di cui non sa la durata.

In un articolo sui precursori del fallimento adottivo Viero nota un aumento del rischio di fallimento nelle fasi iniziali del processo adottivo, qualora si attuino modalitą di inserimento e di rapporto troppo intense rispetto a ciė che il bambino Ź in grado di ricevere, specialmente se Ź stato abituato ad una precoce autonomia. La conseguenza puė essere la frustrazione della famiglia che si sente rifiutata e l’insorgere di un’ostilitą reciproca.

Queste considerazioni pongono in luce il tema della vicinanza e delle sue articolazioni; pericolosa Ź la situazione in cui si Ź troppo vicini o troppo lontani in qualsiasi tipo di genitorialitą o di funzione di cura.  Gaetano Benedetti  richiama la nostra attenzione di terapeuti sulla necessitą di costruire “ponti”, “aree di transizione” fra noi e l’altro, suggerimento importante per le diverse funzioni di cura.    

Fava Viziello e Simonelli  in un recente lavoro sull’adozione ,dove esaminano  una ricerca longitudinale della durata di 15 anni, scrivono che Ź misterioso ciė che avviene nei bambini adottati, che contraddice certe nostre teorie sui traumi precoci, sull’irrecuperabilitą delle gravi situazioni dei primi anni di vita e sulla prioritą del trattamento psicologico in molte forme psicopatologiche. Infatti le autrici rilevano che gli adolescenti adottati non si discostano dagli altri, nonostante storie terribili e traumi, compreso quello dell’adozione, e “senza trattamento psicologico” hanno raggiunto equilibri non precari; i casi difficili sono stati “accompagnati”  nell’anno di affido preadottivo e  interventi brevi e mirati, in situazioni di crisi, hanno dimostrato la loro efficacia a questa etą, garantiti dalla disponibilitą della presenza degli operatori, come modalitą preventiva.

Ciė confermerebbe le attuali ricerche sulle grandi potenzialitą del bambino e sulla sua spinta, presente gią alla nascita, ad “andare incontro” ad un ambiente pronto a riceverlo.

La constatazione che l’adozione ha un significato mutativo e che, in qualsiasi situazione, nell’etą infantile la strada da percorrere Ź quella di mettere a disposizione “affetti accessibili”, ci rimanda ancora alle ricerche di Selma Freiberg. Quest’ultima scriveva che la continuitą dello sviluppo disadattivo Ź rigida, ma che esiste la possibilitą del cambiamento attraverso una nuova relazione, come ci riferisce Sergio Bordi in un lavoro sulla psicoanalista statunitense. Essa diceva che c’Ź una “coazione a ripetere”, ma “la storia non Ź destino” perché non contano tanto i fatti ma come li elaboriamo e ce li rappresentano. Ciė che fa la differenza e che puė condurre verso la patologia Ź il tipo di difesa che Ź avviato all’epoca del trauma infantile col blocco delle emozioni e la limitazione dell’integrazione tra le rappresentazioni.

Tra i fattori che facilitano o impediscono il superamento delle difficoltą e dei traumi costituiscono un’importante componente, da un lato, la capacitą attivante o, la vulnerabilitą del bambino e dall’altro lato la flessibilitą o la rigidezza dei modelli genitoriali, ma “i giochi” si fanno nel tipo d’interazione che si stabilisce.

Nell’affidamento famigliare gli autori inseriscono, quale importante fattore protettivo, la capacitą di proteggere l’appartenenza al gruppo d’origine.

Le ricercatrici Greco-Iafrate parlano dell’affidamento come di una condizione “di confine” sostenuta dalla coniugazione fra famiglia affidataria e famiglia naturale. Questa posizione “di confine” rimanda ad una “genitorialitą particolare” ove la cura reale si inserisce nell’ambito del “come se fosse un figlio”; le autrici dicono che c’Ź bisogno di disponibilitą genitoriale e di una certa distanza, perché Ź un rapporto “a termine”.

Nella situazione terapeutica ogni seduta ci riporta alla dimensione dell’illusorietą, alla “fiction”, dove l’area del “come se” spesso prevale e il terapeuta diventa oggetto d’identificazioni e proiezioni, che provengono da “un’altra storia”. Come sappiamo, emozioni e affetti originati altrove possono essere agiti talora dai bambini adottati o affidati. Tuttavia attualmente anche in terapia Ź sempre piĚ valorizzata la presenza reale e la possibilitą di esperire una nuova relazione e costruire insieme una “nuova storia”.

Winnicott parla dell’area terapeutica come di una area di gioco, transizionale, da cui emerge l’utilitą di “insegnare a giocare” al paziente che non Ź capace di farlo. In una situazione diversa come l’affidamento famigliare, le autrici aggiungono il “gioco” tra due famiglie, l’attivare l’immaginazione e la fantasia di essere figlio dei nuovi genitori come modalitą per ampliare le rappresentazioni e la creativitą del bambino.

Potremmo dire, usando parole che Sergio Bordi riferisce alla psicoterapia, che l’adozione e l’affidamento, quali nuove relazioni d’attaccamento, rientrano in quella varietą di esperienze significative, in cui  per dare un significato alle proprie esperienze il bambino si serve dell’affettivitą, della disponibilitą,  dell’empatia e della fantasia interattiva di chi si prende cura.

Nel rapporto psicoanalitico e in altre relazioni creative si possono intravedere vari modi di essere e di stare insieme, lo psicoanalista statunitense Stephan Mitchell dice: “un rimodellamento immaginativo  dischiude nuove possibilitą”. Circa la fantasia interattiva di chi cura nella situazione adottiva alcuni autori pensano  all’utilitą di attivare uno “spazio immaginativo” dei genitori adottivi, in cui accogliere aspetti del bambino che sta arrivando, legati alla sua provenienza, alla sua storia, che renda pensabile il bambino nelle sue peculiaritą.             

Ricordo alcuni incontri  con  operatori dei Servizi sociali in cui mi trovavo  a contatto con la dimensione di complessitą del loro lavoro in questo ambito,  ove Ź necessario tenere presenti diversi vertici. Si rifletteva sul “vertice paradossale” dell’affidamento, di cui scrivono Greco e Iafrate, consistente nell’apertura del conflitto da parte degli operatori, che problematizzano situazioni statiche, rigide, simbiotiche con l’obbiettivo di  creare un cambiamento. Veniva  sottolineata la conflittualitą tra gli operatori di fronte ad una tematica connotata dalla separazione a cui tutti sono sensibili, perché il separare puė evocare  fantasie di distruttivitą e di colpa. Era rilevata come problema  la tollerabilitą dell’affidamento da parte degli operatori che entravano in contatto coi propri vissuti su attaccamento  e separazione. Si diceva: “La trasformazione avverrą quando si potrą passare dall’angoscia per una separazione pensata come totalizzante e catastrofica ad una condizione che puė essere parziale; l’obbiettivo sarą quello di elaborare in équipe la parzialitą e la temporaneitą della separazione”. Gli operatori vivevano il travaglio fra allontanare e lasciare il bambino alla madre e si domandavano: “possiamo avere un pre-giudizio sulla famiglia”?   Ź preferibile “scavare” di piĚ  tra le nostre risorse minime?  Se lavorassimo ancora con la madre aumentando molto il lavoro con lei? Se allontaniamo il bambino il percorso sarą imprevedibile?” Si rifletteva sui quesiti “allontaniamo troppo o poco?” “Rischiamo di diventare produttori di danno?”  “E’ reale  il rischio di tempi troppo lunghi?”

Il tempo Ź un parametro che entra in ogni relazione ed evoluzione psicologica, nell’affidamento e  in terapia esso assume un significato particolare in quanto condizioni temporanee sottese da un attaccamento e da una separazione. Entro i tempi lunghi dell’operatore si collocava la ricerca di una famiglia ideale, “perfetta”, simmetrica a quella del bambino desiderato perfetto dalla famiglia adottiva. Gli operatori dicevano: “a volte si rallenta la “restituzione di senso” dell’allontanamento al bambino, pur sapendo che un fattore protettivo Ź quello di “metter in parole” il dolore, in un contesto affettivo”. Era  come se l’operatore ritenesse di aver esaurito la protezione del bambino con la decisione e le azioni dell’allontanare. Gli operatori parlavano di  “ambiguitą” delle loro relazioni poste tra aiuto, cura e controllo e si  sottolineava  la polaritą dialettica tra questi  vertici.

La psicologa Susanna Kuciukian segnala che i bambini in adozione e in affidamento, oltre ai problemi d’attaccamento, hanno la sofferenza di non riuscire a riconoscere una propria veritą che dia senso alla propria storia. Per questa ragione ciė che conta Ź la costruzione di un senso condiviso della propria storia. Si tratterebbe di “rielaborazione fantasmatica a distanza” per l’adozione e di  “rielaborazione fra distanza e vicinanza reale” nell’affidamento.

Si ritiene oggi  che, in terapia, non si possano  portare alla luce i fatti storici, ma che ci si muova nella dialettica tra veritą storica e narrativa, che si cerchino insieme nuovi significati; perciė via via assume importanza il “modo” in cui si comunica, il “come” si comunica, non solo il  “cosa”  si dice.

Pertanto negli ultimi anni, in un’ottica relazionale, anche in psicoanalisi si Ź aperta la strada alla considerazione del contributo  di entrambi i partners alla relazione. Benedetti nel suo ultimo libro (2005) parla di “reciprocitą della dipendenza”, pur nella distinzione dei piani della dipendenza. E’ una “dipendenza creatrice reciproca” che sostiene l’assimetria di una relazione tra adulto e bambino, fra chi ha l’autoritą e chi non la possiede, tra sano e malato. Quando Benedetti dice che la sua dipendenza creatrice dall’inconscio del paziente, anche psicotico, trasforma una dissimetria in una “simmetria esistenziale”, non dimentica di distinguere questa dipendenza, che chiama “dialogica”, da un’altra legata ai problemi dell’adulto e del terapeuta che sono da risolvere e da elaborare. Sono quei casi ove i figli crescono con difficoltą e non diventano autonomi, i pazienti non guariscono mai perché l’altro (genitore o  terapeuta) ne ha bisogno. Questi concetti possono costituire uno spunto di riflessione per la genitorialitą adottiva, che spesso si presenta essa stessa legata a un lutto, che richiama un tipo di simmetria confusiva con un bambino che ha subito carenze e lutti. Mi sembra arricchente tenere a mente questo concetto di “simmetria esistenziale” nell’affidamento famigliare, ove un’assimetria fra le due famiglie Ź in evidenza, spesso a partire dalle condizioni sociali ed economiche.

Stephan Mitchell afferma che, in un’ottica relazionale, i desideri non stanno mai semplicemente in una persona (paziente o terapeuta, bambino o genitore); sono desideri di avere qualcosa da qualcuno in particolare, sono desideri in un campo diadico o triadico. L’aspetto cruciale in ogni relazione non Ź né la gratificazione né la frustrazione, ma Ź il processo di negoziazione in cui avviene il proprio modo di partecipare e di consentire.

Mitchell scrive che in molte forme di cura vi Ź un accordo nell’andare in una direzione, nell’eliminare certi sintomi o inibizioni, ma l’analista e, analogamente, il genitore naturale, adottivo, affidatario sanno, in un modo che il paziente o il figlio non potrą condividere, che la destinazione definitiva sarą molto diversa da qualunque cosa sia stata immaginata o desiderata e che il viaggio in sé si rivelerą molto piĚ importante della destinazione raggiunta.

 

 

Bibliografia

 

* S.A. Mitchell  -  Influenza e autonomia in psicoanalisi.  -    Bollati Boringhieri Torino 1999.

* S. Bordi – Il contributo di Selma Fraiberg in Modelli di sviluppo in psicoanalisi a cura di Eugenia Pelanda.

            R. Cortina Roma 2002.

* G. Fava Viziello – A. Simonelli – Adozione e cambiamento.  -  Bollati Boringhieri Torino 2004.

* S. Fraiberg – Il sostegno allo sviluppo.   -   R. Cortina Roma 1999.

* G. Benedetti – La parola come cura.   -   F. Angeli Milano 2006.

* O. Greco – R. Iafrate – Figli al confine.   -   F. Angeli Milano 2001.

* P. Fonaghy – M. Target – Attaccamento e funzione riflessiva.   -   R. Cortina Roma 2001.