DOTT.SSA ANNA PANDOLFI

(Psicoanalista e socio fondatore dell’A.R.P.)

 

 

“ASSETTO PSICOLOGICO DELLE FAMIGLIE MONOPARENTALI”

 

 

Sono una psicoanalista che da molti anni si interessa di aspetti psicologici familiari e di tutto quello che riguarda l’assetto familiare, nell’ambito dell’identitą umana e dello sviluppo, nel campo individuale e della gruppalitą.

Ha gią accennato la collega Della Rosa e anche i colleghi intervenuti nel seminario precedente hanno lavorato intensivamente e costruttivamente sul fatto che la nostra collettivitą ha visto operarsi una serie di modificazioni imponenti nel corso degli ultimi decenni: a partire dalla seconda guerra mondiale, trasformazioni che negli ultimi decenni si sono svolte in modo sempre piĚ rapido e caotico.

Queste trasformazioni hanno particolarmente coinvolto la famiglia ed Ź prevedibile che questa tendenza al cambiamento proseguirą negli anni e in modo forse per noi difficile da poter  seguire in maniera costruttiva. ť appunto per questo che dobbiamo sforzarci di capire cosa stia accadendo.

La famiglia Ź talmente cambiata che io mi chiedo, qualche volta, se si puė ancora parlare della famiglia nel senso abituale del termine, quella tradizionale, a struttura triangolare, considerandola il modello unico e non uno di altri possibili modelli della gruppalitą di base. Analogamente ci possiamo chiedere, restando a un livello piĚ specifico della psicologia ad orientamento psicoanalitico, se possiamo ancora parlare della costellazione edipica come della struttura che permarrą fondante l’assetto psichico dell’individuo occidentale.

Fino ad ora quale costellazione edipica Ź stata considerata?

Per noi presidio di un certo ordine strutturale, che io personalmente non so come potrą essere sostituito, relativo alle relazioni umane che rispettano le fondanti differenze sessuali e generazionali e anche cognitive, la costellazione edipica non Ź soltanto il conflitto affettivo ma Ź anche la triangolazione, la capacitą di amare due persone diverse, con ruoli diversi perė tra loro integrati.

Credo che la forma e la qualitą della costellazione edipica abbia gią subito grandi cambiamenti e quindi non Ź opportuno continuare a parlarne negli stessi termini ma sia necessario accettarne il cambiamento.

Anche per noi operatori Ź molto arduo cominciare a mettere in questione alcune nostre categorie, cognitive ed affettive, del nostro lavoro. Il nostro ruolo professionale non ci porta a disputare intorno all’interrogativo se tutte queste modificazioni dell’individuo, della coppia, della famiglia, della societą in generale siano un bene o una male; questo perė non ci esime dal notare le conseguenze che ne derivano, proprio  nell’intento di mantenerci sempre congrui alla realtą dei nostri oggetti di osservazione e di lavoro.

La collega Della Rosa, con grande profonditą e poesia, ci ha richiamato alla modificazione della famiglia, alla famiglia cosiddetta “allargata”  che finisce per diventare un clan, una gruppalitą  molto diversa dalle famiglie patriarcali di una volta, al cui interno vigeva un ordine gerarchico a volte estremamente rigido. Qui, al contrario,  c’Ź un appiattimento delle differenze, il criterio della gerarchia va perdendosi  ed io non credo che sia un bene dal punto di vista strutturale e funzionale.

Oggi io sono chiamata a parlarvi della famiglia monoparentale che si realizza quando esiste di fatto una diade genitore-figlio che Ź fortemente privilegiata rispetto alla triade , in cui vi sono  due genitori, che sono individui di sesso diverso, che hanno generato dei figli. Ci si puė anche chiedere se la diade madre-figlio (dico madre-figlio non perché non considero che ci siano anche degli uomini, ma perché di solito sono le madri che costituiscono l’altro polo della diade; credo che nel tempo avremo anche la famiglia monoparentale in cui il genitore Ź un uomo, fenomeno oggi molto raro) sia una famiglia: io credo che sia una famiglia di un tipo molto particolare, anche se diversa da quella che abbiamo in mente noi  (quella triangolare) perché ci sono comunque due persone unite da vincoli affettivi e che appartengono a due generazioni contigue.

Per quel che riguarda i motivi che hanno portato alla ribalta l’attenzione sulle famiglie  monoparentali cito brevemente i principali:

 

q  Modificazioni dell’assetto strutturale e funzionale della famiglia, che sono a loro volta causa ed effetto delle modificazioni dell’identitą e dei ruoli maschile e femminile (con una imponente presa di posizione in primo piano del potere della donna nei confronti del coniuge; io sono convinta che il potere della donna ci sia sempre stato, ed Ź stato sempre fondamentale, ma che adesso venga piĚ alla luce del giorno; prima si esprimeva in modo clandestino e sotterraneo, ma non per questo era meno potente);

q  L’introduzione dei metodi contraccettivi, dell’interruzione di gravidanza, la legge sul divorzio sono state tutte delle evoluzioni che hanno segnato profondamente la societą e che l’ hanno modificata, adeguandolaalle nuove necessitą che si venivano presentando;

q  Le grandi ondate migratorie, che spesso dirompono le famiglie e che spingono i singoli individui a spostarsi da un continente all’altro alla ricerca di lavoro o addirittura di sopravvivenza;

q  I grandi avanzamenti della tecnica, in tema per esempio di fecondazione artificiale e la supremazia del grande orgoglio tecnologico che tende a dominare completamente la natura, spesso stravolgendola in modo pervertivo invece che negoziare con essa accogliendo i limiti che talora essa pone;

q  Separazioni e divorzi.

 

 

 

Tipologie delle famiglie monoparentali

 

Esistono le famiglie monoparentali che hanno perė prima fruito di una struttura biparentale per la presenza, per un periodo piĚ o meno lungo, di genitori di sesso diverso che hanno dato luogo a una famiglia di tipo tradizionale e triangolare, e che poi, per una questione di lavoro o di separazione o di altri motivi intervenienti, uno dei membri (piĚ frequentement il marito) si Ź staccato ed Ź rimasta la mamma con il figlio.

I motivi per cui c’Ź stato questo passaggio non sono affatto ininfluenti dal punto di vista dell’evoluzione futura della diade  madre-figlio. Infatti la madre puė avere perduto il marito e il padre del figlio, per vedovanza o per una lontananza cosď prolungata da costituire una  “vedovanza bianca”. In Italia abbiamo fatto una drammatica esperienza in questo campo, quando i nostri emigranti, nei primi del ‘900 e nel primo dopoguerra, partivano per gli U.s.a. e per altri paesi lontani, e una volta stabilitisi lď si sono ricostituiti una nuova famiglia.

Esistono poi famiglie che si costituiscono come tali per scelta della donna, che, specie se giovane ed incinta, e, magari, lasciata dal partner, decide di tenersi il bambino, per differenti ragioni. Si tratta allora di una scelta, non certo forzata o non sempre forzata, ma comunque assai conflittualizzata e sovente dolorosa che, a mio avviso, dovrebbe essere aiutata a farsi psicologicamente libera da qualsiasi opzione ideologica personale e da quelle dei vari operatori socio-sanitari implicati. Inutile dire che questi ultimi dovrebbero essere assolutamente neutrali e rispettosi della donna, aiutarla a capire quale sia stato il suo bisogno prevalente, e poi accompagnarla nella sua scelta, facendole presente le difficoltą ad avere un figlio senza un papą, ma sottolineando anche quelle sue  risorse che possono sostenerla in questa scelta. Soprattutto non si dovrebbe assolutamente arrecare un ulteriore violenza alla donna con richiami piĚ o meno velati a sensi di colpa o altro.

In terzo luogo, esistono delle famiglie che si costituiscono fin da subito come monoparentali per scelta della donna che decide di mettere al mondo un figlio utilizzando l’uomo per ragioni di necessitą biologica, ma  senza alcun matrimonio sul piano emotivo. ť una scelta molto precisa che corrisponde a una scelta proprio fattuale (“Faccio un bambino o uso un uomo con cui non mi sposo”).

Esistono poi delle famiglie monoparentali che diventano tali quando una separazione e/o un divorzio esclude di fatto, ma soprattutto affettivamente e sul  piano della rappresentazione interna della donna e del figlio, il membro terzo, il padre. La madre, per il fatto di essere legalmente il genitore affidatario, ritiene di essere il genitore unico. Sono quelle ben note situazioni in cui il figlio o i figli diventano le pedine di un gioco crudele e interminabile tra due persone che non possono stare in coppia, ma che nemmeno possono separarsi completamente.

Esistono ancora delle famiglie monoparentali che tali sono anche se all’apparenza la struttura Ź quella di una famiglia normo costituita e normo strutturata; queste si realizzano quando la figura, specialmente quella femminile, svolge un ruolo di grande potere e dominanza e si costituisce di fatto come l’unico genitore di riferimento. ť evidente che si tratta di una famiglia con disfunzioni psicologiche rilevanti, di cui tutti, padre, madre e figli sono contemporaneamente protagonisti e vittime.

Ho suddiviso queste categorie in modo molto schematico solo per necessitą espositive e quindi sono lungi dal rappresentare la vera e autentica realtą di persone che hanno tra loro molte zone di sovrapposizioni.

Credo che un’importante suddivisione di fondo, di tipo piĚ strettamente psicologico, sia riconducibile al dato della posizione emotiva, affettiva e relazionale della donna-madre; cioŹ, se essa riconosce la presenza e l’importanza della figura del padre in relazione a se stessa e ai figli, quale che sia la natura e la qualitą buona o cattiva di questa presenza e della relazione anche conflittuale che ha instaurato con essa, oppure se si sente effettivamente una sorta di genitore unico, per una rappresentazione di tipo partenogenetico intrinseca alla visione narcisistica della propria maternitą, o perché Ź in lei attivo il fantasma profondo, e perlopiĚ inconsapevole, che il proprio figlio sia il figlio del proprio padre, in funzione di un irrisolto attaccamento incestuale con questo.

Si tratta di una distinzione importante per il destino emotivo e affettivo della donna e dei figli, perché nel primo caso questi saranno percepiti a livello di fondo come il prodotto di un’integrazione, di una co-creazione per quanto difficoltosa; mentre nel secondo prevarrą il fantasma di una maternitą del tutto o prevalentemente narcisistica non condivisa né condivisibile, spesso tenacemente voluta e attuata nella speranza da parte della donna di riempire un proprio vuoto interno o un drammatico senso di inadeguatezza.

Si tratta, in fondo, di vedere se la madre e il figlio costituiscono una diade non solo a livello fattuale e concreto, ma anche e soprattutto a livello profondo, affettivo e simbolico.

ť chiaro che tutto questo ha una seria importanza perché, in primo luogo, il tipo e la natura del rapporto che si costituisce tra madre e figlio, puė farsi per esempio eccessivamente stretto, ipercoinvolgente, esclusivo e faticare quindi a sortire dal coinvolgimento simbiotico fisiologico per l’assenza del terzo e non consente di operare quella svolta cruciale e necessaria, rappresentata dall’uscita dalla diade narcisistica madre-figlio. In secondo luogo la madre, non potendo condividere la presenza, le cure concrete e psicologiche che il figlio comporta, puė finire per sentirsi iperresponsabile, iperdedita al piccolo che puė diventare l’oggetto privilegiato della sua esistenza anzi l’unica sua ragione di vita, ma a livelli piĚ profondi una sorta di “vampiro”. Al contrario, puė invece accadere che una tale situazione dia luogo, o per difesa o per un particolare tipo di funzionamento della madre, a un rifiuto del bambino o a un suo disinvestimento. In terzo luogo, il figlio puė diventare nell’immaginario della madre la causa dell’abbandono dell’uomo e insieme colui che dell’abbandono dovrą risarcirla: naturalmente questa assetto Ź piĚ incisivo a seconda della struttura e del funzionamento di fondo dell’individuo.

C’Ź anche la possibilitą che la donna possa accogliere la sua monoparentalitą, vuoi secondaria, vuoi intervenuta per una serie di motivi, vuoi come scelta di fare un figlio con tecniche scientifiche, come un compito difficile ma non impossibile che la vita o le sue scelte le hanno proposto, e sentire come una propria qualitą positiva di cui andar fiera, la capacitą di affrontare tale compito, senza scivolare in una idealizzazione di marca narcisistica di tipo un po’ deteriore oppure in una dedizione al o ai figli, che possono diventare delle difese volte ad avere un altro futuro. Bisognerebbe avere sempre presente che la famiglia monoparentale non si deve costituire come un destino definitivo e ineluttabile della donna, che marchi necessariamente gli anni a venire.

I compiti della collettivitą e delle istituzioni in materia di famiglie monoparentali sono molto complessi; credo che in questi tempi attuali, in cui c’Ź uno smantellamento progressivo dei servizi pubblici, la scelta e la condizione della donna vada, non solo rispettata ma anche accolta con grande considerazione. ť importante che la condizione di monoparentalitą non sia affatto considerata in termini di patologia sociale e psicologica: puė esserlo, ma se lo diventa non Ź in funzione del fatto che c’Ź la monoparentalitą, ma in quanto questa situazione Ź solo il segno di qualcosa che c’era gią prima.

In molti casi Ź  necessario per le madri un appoggio psicologico sia individuale che di gruppo ed Ź necessario che qualcuno si occupi dei bambini, i quali devono essere, nei tempi e nei modi adeguati, messi al corrente della loro situazione. I bambini devono essere in condizione di sapere dove sono, come stanno, con chi stanno, da che parte vengono, ecc…Il bambino ha  diritto, come tutte le persone, a non essere eccessivamente travolto dall’inganno, dalla menzogna e dalla falsificazione.