"Situazioni traumatiche intrafamiliari: la relazione madre/figlia"

Relatore:Marinella Malacrea

 

Il tema che devo affrontare oggi con voi Ć un tema che mi Ć molto caro e che avevo io stessa suggerito e riguarda la relazione madre-figlia nelle situazioni traumatiche intrafamiliari, ma, in particolare oggi faremo riferimento alle situazioni di abuso sessuale intrafamiliare, in cui l'abusante, come voi sapete anche dai numeri e dalle percentuali che oramai sono state diffuse su tutti i giornali, anche se poi la gente stenta a credervi, Ć prevalentemente il padre all'interno della famiglia. E questo Ć un tema, secondo me, non sufficientemente esplorato, che solo ultimamente ha trovato attenzione anche nella letteratura. A questo punto devo fare una piccola premessa a proposito dell' unitł che si occupa di abuso sessuale all'interno del C.B.M., per chiarire in quale contesto storico Ć nata. 
E' nata nel '95, quindi dopo che il nostro interesse, come C.B.M., al tema dell'abuso sessuale gił si era sviluppato da molto tempo. Nell'87, ricordo, c'era stato il primo convegno che il C.B.M. aveva organizzato ancora presso la Camera del Lavoro ed era stato un convegno, appunto, centrato sulla tematica dell'abuso sessuale. Ci sembrava di saperne tanto; ne sapevamo poco, invece, rispetto a quello che adesso ne sappiamo. Nel '90 Ć uscito il libro Segreti di famiglia. Vassalli ed io siamo i curatori e anche, in buona parte, gli estensori di questo libro e, come succede, si fa un convegno, poi gli atti del convegno, no ne facciamo un libro e alla fine, dopo tre anni, si riesce a fare un libro. E anche lô ci sembrava che, con la casistica che avevamo avuto e con la preparazione teorica che ci eravamo fatti, sia per il convegno, che per la stesura del libro, ne sapessimo abbastanza per cominciare a porre dei punti fermi, dei punti chiave per la lettura e per il trattamento, soprattutto, del fenomeno dell'abuso sessuale. E invece eravamo ancora all'inizio di una lunga strada che non sapevamo affatto dove ci avrebbe portato. Quello che Ć successo dopo, dopo il '90 proprio, ha dato, invece, una grossa svolta alle nostre conoscenze ed anche al nostro tipo di intervento, per vari motivi. Un motivo Ć inerente proprio alla casistica: la casistica Ć cambiata. I casi che avevamo in carico prima del '90 erano casi che, prevalentemente, riguardavano bambini grandi o meglio adolescenti.

L'altro motivo  Ć inerente alla legislazione. All'epoca era in vigore una legge diversa da quella attuale istituita nel '96 che restringeva l'obbligo di denuncia di casi di violenza sessuale. Quindi i due grandi cambiamenti sono stati: uno, il viraggio delle pazienti, verso pazienti sempre piŁ piccole, che abbiamo avuto, in grande misura, e continuiamo ad avere in grande misura, sotto i 6 anni di etł, in etł prescolare. E quindi ci siamo resi conto che quello che credevamo fosse... credevamo, non so esattamente che parola usare, perchÄ queste credenze sono talmente intrise dalla voglia di credere, che certe volte non si riesce bene a capire se ci credi veramente o se vuoi pensare che le cose siano cosô, perchÄ  sembrano anche piŁ inquadrabili, piŁ comprensibili... comunque, se prima la nostra opinione era che, effettivamente, l'abuso sessuale fosse un fenomeno dell'adolescenza e quindi anche affrontabile, con le pazienti coinvolte e con i loro familiari, con diversi strumenti, poi, quando ci siamo trovati di fronte a pazienti cosô piccoli, prevalentemente, in grandissima prevalenza femmine, ma anche maschietti, ci siamo resi conto che possedevamo pochi strumenti adeguati. Le armi del colloquio clinico o delle sedute familiari eccetera, che  utilizzavamo precedentemente, sono dovute essere integrate con l'introduzione massiccia dell'uso del simbolico per permettere a questi bambini di comunicare.

Quindi i nostri interventi sono mutati. Il secondo grande cambiamento Ć stato determinato dall'inquadramento esterno, l'inquadramento giudiziario. Se prima il nostro prevalente interlocutore era il tribunale per i minorenni e poche volte  interlocutore era il tribunale ordinario che spesso trascurava questi casi o procedeva per la sua strada senza una sostanziale integrazione di percorsi. Addirittura all'epoca, prima diSegreti di famiglia, avevamo, in un certo qual senso, teorizzato, per lo meno, temporaneamente teorizzato, che era meglio cominciare ad occuparci di queste famiglie e della loro ricuperabilitł e della possibilitł di trattamento dopo che il percorso giudiziario fosse stato concluso, per conto suo. Poi le cose sono molto cambiate. Anche prima dell'uscita della nuova legge che  estendeva enormemente l'obbligo di denuncia, cioĆ i casi  perseguibili d'ufficio e quindi  faceva arrivare al filtro del tribunale ordinario molti piŁ casi  di quanti non ne arrivassero in precedenza. C'Ć stata anche prima dell'uscita della legge una crescente volontł, da parte dell'autoritł giudiziaria penale, di non lasciare andare impuniti i colpevoli di abuso sessuale, perchÄ  la punizione Ć spesso anche un modo di protezione del bambino, in queste situazioni.

Quindi sono cominciati i nostri ripetuti incontri con piŁ autoritł giudiziarie. Vi sono poi situazioni famigerate,  in cui l'accusa di abuso sessuale sorge mentre Ć in atto una separazione coniugale conflittuale e in cui un terzo tribunale interviene,  il tribunale civile, che si occupa di regolare la separazione tra i coniugi e quindi le interazioni  viaggiano in un mare tempestoso, in cui la navigazione a vista si impone, in un certo qual senso. Questo ha mutato talmente il nostro modo di intervenire da farci ritenere necessario creare all'interno del CBM  un settore specializzato con competenze adeguate e specifiche per seguire queste situazioni particolari sotto molti aspetti. Il settore, infatti, si chiama, ambiziosamente, ma cosô non Ć un'ambizione, Ć una speranza, un programma, si chiama Unitł per la cura e la ricerca nell'abuso sessuale ed Ć nato, appunto, dal '95. Dal momento della sua apertura a tutt'oggi, io ne sono responsabile; parte dello staff del C.B.M. lavora esclusivamente in questa unitł, parte, invece, condivide anche l'intervento sui casi di maltrattamento e trascuratezza. Uno dei problemi emergenti che abbiamo dovuto affrontare ,quanto piŁ le nostre pazienti, i nostri pazienti diventavano piccoli, Ć stato proprio quello relativo alla tematica delle madri  ed attualmente Ć stato persino necessario provvedere ad una revisione dei nostri concetti  sul ruolo del genitore non abusante all'interno delle famiglie incestuose. Questo genitore Ć  prevalentemente la madre, perchÄ l'abuso Ć prevalentemente da parte dei padri , circa il 95% dei casi.. PoichÄ l'abuso avviene prevalentemente da parte dei padri, quindi la risorsa potenzialmente dovrebbe essere rappresentata dal genitore non abusante, cioĆ dalla madre. Sulla madre non solamente noi, ma in armonia con tutto quello che si riscontrava nella letteratura mondiale, si addensavano scure nubi. Si parlava della madre come complice, si parlava di una complicitł psicologica, si parlava del fatto che la madre poteva non sapere. Ancora adesso nei confronti di questa figura  gli operatori hanno spesso degli spunti di insoddisfazione e di rabbia, perchÄ fanno ancora riferimento a dei concetti che, invece, piano piano, nel corso del tempo, siamo stati costretti e fortunatamente costretti, a rivedere molto. E dicevo che in Segreti di famiglia e in La famiglia maltrattante, ci sono moltissime citazioni che fanno riferimento al fatto che, in qualche modo, la madre non abusante, il genitore non abusante ha una parte importante nel sorgere della situazione incestuosa, nella costruzione, si potrebbe dire, della situazione incestuosa.

Le nostre idee sono molto cambiate in proposito. Nel '99 ho avuto, cosô, l'occasione di una ospitalitł su Psicobiettivo,  in cui si faceva un focus, per l'appunto, sull'abuso sessuale con interventi di terapeuti familiari, di cognitivisti, di psicoanalisti, cioĆ terapeuti che facevano riferimento a dei modelli differenti e ho avuto, appunto, l'occasione di scrivere questo articolo che ha come titolo significativo Come eravamo. Il titolo di questo articolo gił la dice lunga sulla necessitł di guardare, dare uno sguardo al passato, come un passato che, sia pure assolutamente  da non rinnegare, perchÄ ha formato la base di pensiero per le verifiche successive e quindi anche per il pensiero del presente, tuttavia non puś piŁ essere completamente condivisibile.  Attualmente, la nostra idea  Ć molto diversa sia su come si costruiscono le situazioni incestuose sia sul considerare la madre non protettiva, la madre che non si Ć accorta di nulla, che non ha visto  sulla quale tutti si chiedono: "Ma com'Ć che in 80 metri quadri di appartamento non si Ć accorta di niente, per anni, eccetera, eccetera". La madre cieca, la madre sorda, la madre muta e che resta muta a volte anche dopo, viene inquadrata in una maniera molto diversa: come una vittima tra le vittime,  certamente╔ Tutte le vittime agiscono in modo da non sottrarsi efficacemente al loro ruolo di vittima. Perś, Ć molto diverso vedere la madre come una complice attiva, come una costruttrice attiva e come qualcuno che puś guadagnare qualche cosa dalla costruzione della situazione incestuosa per sÄ o vederla, invece, come una vittima, sicuramente cieca, sicuramente sorda, sicuramente inconsapevole e non giustificabile nella sua non consapevolezza, ma, tuttavia, come vittima insieme con l'altra vittima. Approfondendo i nostri pensieri anche relativamente al cambiamento della casistica, ci siamo successivamente resi conto che il genitore non abusante, quasi sempre la madre nella famiglia incestuosa Ć anche un fattore protettivo di primo ordine, Ć il miglior fattore protettivo possibile. Nulla di quanto noi potremmo mettere in campo potrebbe avere la stessa efficacia  sulla capacitł di potenziare quelle risorse che permettono di riparare gli esiti tremendi della vittimizzazione sessuale nel bambino, quanto la madre:  non una terapia, non un inserimento in altri luoghi protettivi, meno che meno istituti, meno che meno comunitł, sia pure ottime comunitł, meno sicuramente anche di una famiglia alternativa, che sia una famiglia affidataria, o che sia una famiglia adottiva addirittura.

Niente puś avere lo stesso potere di guarigione per la vittima del trovarsi accanto la propria madre. E' una cosa su cui abbiamo dovuto piegare il capo, perchÄ, facendo parte del grande alveo delle professioni di aiuto, a volte la nostra ambizione, la nostra illusione Ć quella  di poter essere sostitutivi di altri legami . Non c'Ć mai niente di altrettanto della madre. Quindi abbiamo cominciato a chiederci, perchÄ non investire le nostre energie principalmente nel rinforzare le madri invece di curare i bambini, di costruire per loro delle esperienze sostitutive. E cosô la nostra mentalitł, il nostro modo di intervenire ha cominciato a cambiare. Devo dire che  durante un recente corso di formazione,  che io tengo tutti gli anni e che ha come titolo Percorsi psicodiagnostici nell'abuso sessuale, abbiamo affrontato il tema delle rivelazioni dei bambini, sia quelle riferite dalle loro madri, sia quelle raccontate direttamente dai bambini. Di fronte a questi racconti, gli operatori presenti, pur avendo una lunga esperienza, hanno reagito spesso con moti di discredito, di ostilitł, di rabbia. Ah la madre suggestiva, ah la madre induttiva, ah la madre inferocita nei confronti del presunto autore dell'abuso sessuale e che per colpirlo strumentalizza il bambino eccetera, eccetera.

Casistica che, per la veritł, noi abbiamo trovato pochissimo tra i nostri pazienti e che forse Ć piŁ una costruzione della realtł, che una realtł. Queste reazioni sono spiegabili perchÄ, quando si viene a contatto con una realtł come quella dell'abuso, la madre della vittima spesso suscita sentimenti negativi. Su di lei ci sono dei sospetti, ci sono molte ombre, se puś cadere l'ipotesi che sapesse davvero e facesse finta di non sapere, raramente riusciamo a sfuggire all'idea che se veramente non sapeva, pur avendone dei segnali, certo ci doveva essere  in lei qualche grave anomalia. Frequenti sono le  allusioni al fatto che  la madre, all'interno di queste famiglie,  Ć portatrice di patologie, portatrice di insufficienze importanti nella strutturazione della personalitł e che questo sia, in un certo qual senso il vero problema: questa Ć una tematica fortemente emergente, a quanto devo giudicare dai corsi di formazione che io tengo, in cui queste discussioni si fanno continuamente, proprio sulla scorta di materiale che stimola molto il pensiero.

Mi ha molto confortato rileggere, ultimamente, un bel capitolo, scritto da Judy Hermann, una tra le piŁ sensibili, piŁ condivisibili  autrici nel campo dell'abuso sessuale , che ha scritto, ancora nel '91, un bellissimo libro, da cui, devo dire, ho un po' scopiazzato il titolo del mio, anche se i contenuti poi sono diversi, che si intitola Trauma and recovering. Il libro mio, uscito nel '98, sulla terapia nei casi di abuso e sessuale Ć Trauma e riparazione  e prende piŁ in considerazione quegli aspetti relativi alla ricostruzione sociale, e alla ricostruzione  nella vita reale. Tuttavia, questo libro, Trauma and recovering si occupa di survivors di trauma e non nasconde la sua vena femminista, perś una vena femminista di totale dignitł, di assoluta dignitł. E quindi si occupa delle survivors alle situazioni traumatiche, sia abuso o grave maltrattamento subito nell'infanzia, sia  traumi che ancora continuano, per esempio le donne vittime della violenza intrafamiliare, le donne che vengono picchiate, in sostanza. C'Ć un'analisi acutissima della Hermann circa il fatto  che la grande preoccupazione dei tecnici sia quella di scandagliare, inquadrare, ipotizzare aiuti per la carente personalitł della donna picchiata, cercando di farle intendere come fosse colpa sua essere picchiata. E questo la Hermann lo giustifica e lo articola attraverso acutissime osservazioni e alla fine della lettura sorgono molte domande sull'opportunitł di mettersi nell'ordine d'idee che Ć colpa della vittima stessa essere vittimizzata e che il piŁ grande sostegno deve essere dato alla vittima, perchÄ faccia qualche cosa per non essere piŁ vittimizzata e che segno di guarigione Ć che la vittima accetti, in un certo qual senso, o che venga a patti con la propria vittimizzazione. PerchÄ  questa Ć la conclusione a cui arriva questo brano sulle donne picchiate della Hermann.  Questo puś essere d'aiuto anche nei confronti delle madri nelle situazioni incestuose. Quando sono adolescenti le vittime implicate puś sembrare a chi esercita professioni d'aiuto,  assolutamente fuori luogo stigmatizzare ulteriormente la vittima, colpevolizzandola per la situazione in cui si Ć cacciata o a cui non si Ć sottratta. Ancora di piŁ quando le vittime sono piccole: quale colpa si puś dare ad una bambina che comincia ad essere abusata sessualmente a un anno e mezzo o a tre anni e che poi arriva a fare la sua rivelazione a quattro o a cinque anni? E' un po' difficile trovare delle motivazioni per cui ci sia una sua sensata, razionalizzabile complicitł in quello che le Ć successo. E allora l'ostilitł si sposta sul versante delle madri che non hanno visto, che non hanno protetto, che non hanno fatto, che forse sapevano, che forse gli andava anche bene cosô e questo Ć un movimento istintivo con cui deve fare i conti.

Credo che esso sia anche molto caricato dal vedere le madri tanto potenti all'interno delle situazioni su noi ci troviamo ad intervenire. PerchÄ Ć vero che Ć un fattore su cui si aprono dei dubbi, ma Ć anche  vero che la madre ha una funzione cruciale all'interno delle situazioni incestuose. Il genitore protettivo Ć veramente l'ago della bilancia, Ć quello che permette, nel momento in cui c'Ć il primo affioramento, il primo consistente affioramento della situazione, Ć veramente quello che puś far virare la situazione verso una disperazione oppure verso una possibilitł di recupero. Molto spesso io dico che, per le vittime di abuso sessuale, tanto piŁ, quanto piŁ sono piccole, nonchÄ, pur non toccando nulla del fatto che Ć assolutamente doveroso che affiori la situazione di vittimizzazione in cui sono, tuttavia, dal momento in cui questa situazione affiora, spesso la vita si disegna come un viaggio dall'inferno, di prima, al deserto di dopo. Ed Ć molto difficile scegliere tra l'inferno e il deserto e quindi anche stigmatizzare le vittime che poi, ad un certo punto, decidono di dire "non Ć vero niente, ho detto una bugia, mi sono sbagliata, ho frainteso, gli voglio tanto bene, ci voglio ritornare" eccetera, Ć una cosa che dovrebbe farci riflettere. Non Ć cosô facile condannare chi davanti a sÄ ha solamente la scelta di ritornare nell'inferno di prima, vagamente caldo,  oppure avviarsi verso un deserto che comporta lo scioglimento di tutti i legami. Se la madre si schiera con la vittima o riesce, da noi, ad essere conquistata perchÄ possa fare emergere delle risorse a favore della vittima,  non ci sarł un passaggio dall'inferno al deserto, ma ci sarł il passaggio dall'inferno a un luogo in cui la riparazione Ć possibile. E nel deserto, come dicevo prima, lo risottolineo, per quanto si possano aiutare i bambini a fare dei lutti rispetto a quello che hanno perso, tuttavia la perdita c'Ć ed Ć un secondo trauma, che si somma ai traumi precedenti. Questo non significa che bisogna mantenere legami velenosi, legami attualmente pericolosi o legami che non sono legami, che sono solamente una facciata di cartapesta dietro alla quale il legame, in realtł,  quello che costruisce, quello che rappresenta il fondamento della costruzione della personalitł umana, in realtł non c'Ć affatto. Tuttavia, anche l'assenza di legami Ć una cosa praticamente insopportabile e indurre un bambino  a poter sperare di nuovo che, nonostante il disastro della sua vita e il deserto e la desertificazione della sua vita, ci potrł essere una possibilitł per lui di mettere radici altrove, Ć molto, molto difficile. Ú molto arduo. Molto meglio Ć, viceversa, puntare su questo fattore potente. Ú anche vero, perś, e questo ce lo dobbiamo dire, che nell'avventurarci in questa strada, corriamo molti rischi. Quante sono, secondo voi, le madri che credono ai loro bambini, quando i bambini fanno arrivare segnali di essere stati abusati sessualmente dal loro partner, dal loro marito, comunque all'interno di una compagine familiare?  Le nostre rilevazioni statistiche mettono in luce che il 32% circa delle madri si mettono dalla parte delle bambine.  La letteratura internazionale, che, per come sono costruiti i database, le psyclit eccetera, fa riferimento, soprattutto, alla letteratura americana, negli anni '90,  quindi circa 10 anni fa, faceva salire al 40% le madri che si mettevano dalla parte dei bambini vittime, dei loro figli/figlie vittime. Adesso, a distanza di 10 anni, ci sono dati piŁ confortanti in letteratura, che dicono che le madri che credono alle figlie sono il 60-70%, anche se poi queste madri che credono non sono tutte in grado di diventare dei genitori protettivi, per una serie infinita di motivi e quindi Ć possibilissimo che questo buono spunto di avere una immediata adesione a quello che il bambino va dicendo, poi non possa tradursi in concrete azioni di protezione, in proprio, perchÄ non ne hanno le risorse, e che quindi  le vere madri protettive scendano ancora al 50%.

Desidero comunicarvi una particolaritł: nel nostro campione, le madri protettive, che corrispondono a un terzo, piŁ o meno, della nostra casistica, sono nella grandissima prevalenza le madri separate. Quelle che si erano gił, in precedenza, separate o quelle che nell'imminenza dell'emergere del sospetto di abuso sessuale prendono una decisione definitiva di separazione. E quindi, anche questo va un po' a cozzare con il mito imperante che vorrebbe fare delle madri separate le streghe che strumentalizzano i loro poveri bambini, per colpire i loro poveri e innocenti ex mariti. Almeno, nei nostri riscontri questo non c'Ć.

Mi chiedevo se appunto c'era una correlazione fra un conflitto di coppia gił in atto e l'attendibilitł che la madre dł al racconto╔

Ú proprio cosô. Ci sono delle autrici, per esempio la Foller, che fa una disamina molto precisa di questa dinamiche, di come sono connesse le dinamiche collegate alla separazione. Separazione coniugale non Ć un evento, non Ć quando si firmano le carte, non Ć neanche quando ci si separa di fatto, Ć un processo che si distende nel tempo e che passa attraverso una serie di fasi. E c'Ć proprio una correlazione molto precisa  disegnata dalla Foller, questa autrice americana, tra questa fasi attraverso cui passa la separazione, e anche la separazione conflittuale, e la possibilitł per il bambino di pensare che ci siano orecchie che possono ascoltarlo. PerchÄ anche i bambini sono strategici e quindi calcolano un po' in anticipo se Ć opportuno rivelare il segreto o arrivano all'estremo  e quindi il loro Ć un grido di aiuto  per la disperazione: "non posso resistere neanche un'altra volta" e quindi il racconto Ć determinato da un fattore di urgenza che Ć inerente alla diade abusante/abusato, o, altrimenti, calcolano qual Ć il momento propizio, dal punto di vista relazionale, per poter fare arrivare il messaggio in bottiglia. Infatti il bambino puś avere in certi momenti piŁ speranze di essere ascoltato e in certi altri momenti meno. Uno dei momenti clou in cui puś emergere una rivelazione di abuso sessuale da parte del bambino Ć proprio quando nell'immediato dopo separazione, di fatto, c'Ć un minimo riequilibrarsi, riassestarsi della vita, c'Ć un'attenuazione, diciamo, un allentamento dei vincoli di lealtł che il bambino sente nei confronti del genitore non affidatario, che, di solito, Ć il padre. I bambini rimangono, prevalentemente, affidati alle loro madri e quindi vi Ć un allentamento dei vincoli di lealtł con l'abusante e aumento dei vincoli di lealtł con l'adulto potenzialmente protettivo e c'Ć una speranza che l'adulto potenzialmente protettivo, la madre, sia uscita dalla grande turbolenza che ha circondato la fase "mi separo/non separo, vado/non vado" e c'Ć la paura, che subentra, di poter essere ancora nelle mani del genitore abusante: il padre, separato e non affidatario, Ć l'abusante, la madre, con cui il bambino rimane, Ć il genitore affidatario e potenzialmente protettivo e quindi sono tutti questi fattori che legano di piŁ il bambino al genitore protettivo e interrompono, allentano i vincoli di lealtł con il genitore abusante e compare la paura, che spesso Ć un grilletto importante, da parte del bambino, di avere delle condizione, delle situazioni in cui sarł affidato al genitore abusante, senza nessun controllo possibile. I diritti di visita, le lunghe vacanze, le vacanze estive, le vacanze natalizie, per l'appunto, e spesso  tutti questi fattori  fanno da grilletto e  fanno decidere il bambino che quello Ć il momento giusto per fare arrivare il suo messaggio in bottiglia. Dall'altro lato, Ć vero che, quanto piŁ anche per l'ex mogli i legami con l'ex marito o l'ex partner   si sono allentati tanto piŁ Ć possibile per lei ascoltare , essere disponibile ad ascoltare  quello che il bambino dirł.

 Allora, alla luce di tutti questi dati e del fatto che Ć sensato e saggio puntare su questo potente fattore, che puś anche essere un fattore disequilibrante, per renderlo, invece, un fattore di equilibrio, un fattore di riparazione, bisogna anche rivedere i nostri concetti di base rispetto a: il ruolo della madre all'interno delle dinamiche familiari, parliamo sempre della famiglia incestuosa, e della configurazione della diade madre/figlia all'interno di queste situazioni. Ho gił accennato prima che, rispetto all'idea della madre attivamente o almeno psicologicamente complice nella costruzione della situazione incestuosa, le nostre idee si sono fortemente divaricate da quella posizione: ora la vediamo come una vittima. Attualmente, questo schema  ci sembra il piŁ applicabile, piŁ duttile e piŁ funzionante e piŁ funzionale, anche, perchÄ gli schemi devono essere  funzionali agli interventi. PerchÄ, poi, conoscere la veritł, quella proprio vera, vera, vera, vera, a parte la Bibbia, non so bene quanto Ć possibile raggiungerla in questa materia, che Ć la materia delle relazioni umane, delle dinamiche umane eccetera, eccetera. E, quindi, bisogna che gli schemi siano il piŁ possibile adeguati alla realtł, certamente, ma anche il piŁ possibile funzionali all'operativitł.

E allora lo schema migliore in questa direzione ci sembra ancora quello che Ć stato stilato da Finchelor,  un grossissimo teorico di questa situazioni, nel 1984, nel suo libro. Aveva gił allora ipotizzato che per il precipitare di una situazione incestuosa, di un abuso intrafamiliare, erano necessarie alcune precondizioni, che dovevano essere contemporaneamente presenti.

La prima precondizione, quella fondante,  il motore, Ć l'esistenza di un impulso nell'abusante. CioĆ, il motore Ć l'abusante. Il complesso delle relazioni che lo attorniano non Ć in grado di mettere barriere all'impulso dell'abusante.  Finchelor prende in considerazione due precondizioni che fanno riferimento all'abusante: la prima riguarda l'esistenza di un impulso nell'abusante, impulso che non Ć di natura sessuale, il cui termine psicologico Ć divoramento, Ć un divoramento psicologico quello che l'abusante fa della vittima, non Ć affatto una partnership di tipo sessuale. Pensate agli abusanti, ai padri che abusano delle bambine di due anni╔ cioĆ, pensare una partnership sessuale, Ć veramente una parola forte.  E quindi quello che si va a cercare Ć un'altra cosa, Ć quello che viene definita come sessualizzazione del rapporto con un partner debole, ciś che importa all'abusante Ć avere un partner debole. Questo partner debole puś diventare il mezzo attraverso cui l'abusante, attraverso dinamiche fusionali, cerca di riempire nodi carenziali propri. E quindi non cerca lo stabilire una partnership paritaria, come dovrebbe essere nell'esercizio dell'attivitł sessuale, ma, viceversa, cerca questo conglobamento, questo divoramento, questo utilizzo, questa strumentalizzazione, vittimizzazione, per l'appunto. La piŁ perfetta metafora di questo impulso dell'abusante, se vogliamo usare le favole, che ci insegnano tante cose, Ć la favola di Cappuccetto Rosso: "dove vai bella bambina╔ la mangiś in un sol boccone". PerchÄ la favola di Perrault lł finisce, i cacciatori non ci sono. Noi abbiamo inserito successivamente il cacciatore  che mi va pure bene, perś lł cacciatori non ce n'erano. E si comincia da questa seduzione, che Ć una seduzione per il divoramento, per l'annientamento. Questo Ć l'impulso dell'abusante, impulso forte, tanto da sorpassare le barriere. PerchÄ tutti, l'abusante compreso, hanno delle barriere difensive. L'incesto Ć fortemente interdetto, Ć un reato. Voglio dire, non solamente interdetto culturalmente, interdetto psicologicamente, interdetto moralmente ed Ć anche un reato per il quale l'ultima legge ha alzato le pene enormemente. Quindi vi sono grossi rischi. Ci vuole, quindi, una forte spinta per sorpassare tutto quello che farebbe da remora alla messa in atto. 

 E qui interviene il secondo fattore di Finchelor, che fa riferimento al fallimento dei meccanismi di difesa dell'abusante.  Gli altri due fattori, le altre due precondizioni fanno riferimento alla caduta dei baluardi esterni. Esterni a che cosa? Esterni non nella societł, esterni alla diade abusante/abusato. E la terza precondizione parla del fallimento della possibilitł di opporsi del mondo esterno, fallimento dei meccanismi di controllo nel mondo esterno a questa diade. E quindi si fa riferimento alla responsabilitł dell'adulto non abusante, all'interno della famiglia, e quindi dell'adulto potenzialmente protettivo, la solita madre. E l'ultima precondizione Ć ancora all'interno della diade abusante/abusato: la vulnerabilitł della vittima. Il fallimento della naturale propensione della vittima a sottrarsi all'abuso, che puś essere dovuto a cento fattori. Puś essere dovuto al legame di dipendenza, puś essere dovuto a un legame lento di dominanza psicologica, che l'abusante stabilisce sulla vittima. L'abusante tesse una ragnatela. L'abusante intrafamiliare non ha niente a che vedere con il cosiddetto pedofilo nÄ con lo stupratore. Abusante intrafamiliare Ć un divoratore, un lento divoratore. Ú un seduttore, che utilizza la seduzione per arrivare al divoramento e che tesse una ragnatela. Esattamente come un ragno. Difficilmente la povera vittima riesce a vedere la costruzione della ragnatela ed Ć per questo che continua a rimproverarsi per tutta la vita di essere entrata in quella ragnatela, senza aver visto che la ragnatela era stata costruita proprio perchÄ lei ci entrasse. E questo fa parte dei problemi, degli intrichi enormi che circondano questo tipo di maltrattamento che avviene nei confronti dei bambini. Comunque, la vittima puś diventare vulnerabile per molti motivi e questa Ć una delle quattro precondizioni, che, solamente nella loro contemporaneitł, daranno luogo ad un abuso sessuale intrafamiliare. Lo schema Ć molto interessante perchÄ Ć proprio quello che mette la madre, l'adulto protettivo, nella posizione del baluardo che cede, del baluardo inefficace e non nella posizione del costruttore attivo. Quindi, questo Ć il primo concetto che dobbiamo mettere a punto. Dall'altro lato, dobbiamo pensare che ci sono dei mezzi che l'abusante utilizza per arrivare alla messa in atto del suo impulso. I mezzi che l'abusante usa sono, prevalentemente, di due generi: uno Ć quello che i francesi chiamano emprise, dominanza psicologica, quello a cui accennavo prima, la costruzione della ragnatela, ragnatela  rivolta senz'altro alla vittima, ma anche  tutto l'entourage familiare. Viene tessuta una rete, un intrico relazionale da cui Ć molto difficile tirarsi fuori e all'interno del quale Ć molto difficile vederci chiaro. Il secondo mezzo che l'abusante utilizza Ć la fruizione, possiamo dire, a piene mani, del diniego, della negazione, in tutte le sue forme e nelle sue infinite sfumature. L'abusante sparge una nebbia. La nebbia Ć essenzialmente a  suo favore. PerchÄ l'abusante non puś vedere e continuare a vedersi abusante. Quante volte, anche quando le situazioni arrivano allo scoperto, vi Ć il totale rifiuto╔  da parte dell'abusante, di riconoscersi tale. O non si riconosce tale in assoluto, nel senso che nega totalmente l'esistenza dei fatti. O ne ammette una parte, ma pensando che non ne era consapevole, che non ne era responsabile, che, comunque, non ha fatto alcun male alla vittima. E che forse la vittima anche se le Ć andato a cercare e che se lui si Ć trovato in questa circostanze, la colpa Ć di qualcun altro, minimizzando sempre, comunque, la portata dei fatti. Questo diniego di cui vediamo l'affioramento cosô brutale  dopo  la rivelazione dell'abuso sessuale, funziona anche prima. Moltissime madri, mogli dicono: "Non avrei mai potuto sospettare questo di mio marito". Moltissimi abusanti hanno un'attivitł sessuale multipla: contemporaneamente uno dei nostri aveva la figlia, la moglie e un'amante.

 Quindi, sotto questo punto di vista, non si possono piŁ sostenere quelle teorie che una volta utilizzavamo: la moglie fredda, che spinge il marito nel letto della figlia. Certo, esistono anche questi casi, ma non sono senz'altro i casi prevalenti  nell'esperienza clinica. Ed Ć quasi impossibile rendersi conto di quanto sta accadendo perchÄ chi Ć l'autore, chi Ć il portatore dell'impulso, utilizza a piene mani questi meccanismi di segregazione di quella parte di sÄ, per cui Ć abbastanza difficile che anche gli altri possano accedere a sospetti, a segnali, che possano  indirizzarli verso l'idea che questa parte segregata esista. Quindi, la nebbia che l'abusante sparge Ć una nebbia che coinvolge, in grandissima misura, anche l'adulto protettivo ed uscire dalla nebbia Ć un tremendo strazio, Ć un dolore. Voi sentirete qualche cosa di quello che dicono le nostre vere madri delle vere vittime. Ú il crollo della loro vita. Anche nel libro Trauma e riparazione c'Ć un capitoletto che dice: Il crollo del proprio mondo. Il crollo di tutto: il crollo di te come donna, il crollo di te come moglie, il crollo di te come madre, innanzi tutto, in primis, il fallimento della propria vita, "allora non ho capito niente". Una delle mie madri usava questa chiara espressione, dicendo: "Allora sono stata tutta cretina". Come minimo ti devi riconoscere questo. Ma in una maniera tale che poi ti porta anche a domandarti come mai sei stata tutta cretina. CioĆ, dove sono i buchi dentro di te, per essere stata cosô tutta cretina? Uscire, quindi, dalla nebbia non Ć una passeggiata. E non Ć neanche uscirne con la spada fiammeggiante, vendicativa e rivendicativa nei confronti di non si sa che cosa. Ú una necessitł che si tende ad evitare, perchÄ comporta affrontare un dolore. E quindi, le varie altalene delle madri, che potrebbero diventare protettive e che entrano ed escono dalla nebbia continuamente, sono pienamente comprensibili, anche se pericolose, anche se non devono essere giustificate e anche se bisogna che ci sia un forte sostegno, perchÄ questo altalenare non permanga. E su questo noi abbiamo, sempre dai nostri dati statistici, un elemento confortante, perchÄ c'Ć almeno un 20% di situazioni in cui all'inizio del trattamento  un adulto protettivo, non c'era. C'era un adulto potenzialmente protettivo, ma non un adulto protettivo. E invece, attraverso un lavoro costante, Ć stato possibile dare al bambino l'adulto protettivo. E quindi, la quota del 32% delle madri che gił all'inizio si presentano come protettive, puś essere aumentata di questo ulteriore 20%, che, attraverso un duro lavoro di riconquista, duro lavoro psicologico, puś diventare un adulto protettivo da affiancare al bambino. C'Ć un altro fattore ancora che riguarda la madre all'interno delle dinamiche familiari incestuose ed Ć che il ruolo della madre, la posizione della madre Ć attivamente attaccata dall'abusante, che fa in modo di screditare, di scalzare questo ruolo con la vittima. Si dice tantissime volte e questo Ć pluriconfermato, che tra vittima e madre della vittima non corre buon sangue. Possiamo dire con assoluta certezza che, nel momento in cui questa situazioni vengono alla luce, la vittima odia piŁ sua madre, che l'abusante, cioÄ suo padre. Sempre. "PerchÄ non mi ha creduto, perchÄ doveva capire", "ma tu gliene hai parlato", "no mai, ma doveva capirlo da sola, poi tanto non gliene importava di me" e poi eccetera, eccetera, eccetera. C'Ć molto piŁ sentimento di rabbia e di odio e vissuto di tradimento da parte della vittima nei confronti dell'adulto che avrebbe potuto proteggere e non ha protetto, piuttosto che nei confronti di chi ha veramente fatto del male, l'abusante. Dobbiamo pensare che questo non Ć solamente il risultato delle occasioni perdute, che tante volte ci sono, delle insufficienze, che la madre puś avere avuto come madre e spesso ha avuto come madre e quindi di qualcosa che Ć inerente la diade madre/figlia.  Ma Ć inerente all'azione anche che l'abusante fa per rompere la diade madre/figlia.

  L'abusante, nella costruzione della sua ragnatela, fa anche qualche cosa che attivamente interferisce con la possibilitł della vittima di essere meno vulnerabile e di pensare di avere dietro di sÄ un protettore che potrebbe raccoglierla ed aiutarla. La madre che esce dalla nebbia e che si accorge di essere stata un baluardo che Ć ceduto, che si chiede come mai ha ceduto e quali siano le sue colpe nell'avere ceduto, che fa fatica ad uscire da una nebbia cosô convincente╔ Moltissimi padri incestuosi, a prima vista, ti sembrano al di sopra di ogni sospetto, hanno un grande potere all'interno dei loro legami familiari, con persone che, comunque, li amano o li hanno amati. PerchÄ se si sono sposati, forse sarł per qualche motivo. La madre si trova tra le mani una bambina tutta rotta, a cui  deve riparare, essendo lei stessa tutta rotta e avendo per le mani, come strumento, una relazione, tra lei tutta rotta e la bambina tutta rotta, che Ć anch'essa una relazione tutta rotta, per l'iniziativa attiva dell'abusante nel tagliare i ponti possibili di protezione della vittima. E quindi, cosa succede? Succede che mentre l'abusante, a piene mani, fa appello al legame con la vittima, anche dopo l'emergere della rivelazione. Pensate a prima, a quando viene chiesto alla vittima di mantenere il segreto, di mantenere il segreto per salvarla. Uno dei casi che  ho portato fa riferimento a una  situazione in cui arriva, a un certo punto di una vita molto complicata,  la rivelazione di abuso sessuale da parte della figlia, la prima figlia di una coppia ricostituita. La figlia rivela alla madre di essere stata vittima di abuso da parte del padre. E l'esitazione della bambina Ć: "No, io non voglio dirtelo"╔ alla mamma, dopo aver dato quel segnale che ha poi innescato nella mamma un processo di pensiero, Ć: "No io non voglio dirtelo, perchÄ se no tu ti arrabbi con papł". La spinta alla protezione dell'abusante, che fa continuamente e a piene mani appello al legame: "Ma voi, comunque, mi volete bene. Ma io, comunque, sono buono. Ma io, comunque, vi voglio bene", Ć enorme. Dall'altro lato, viceversa, la madre percepisce la vittima come un muro contro di lei. E quindi, una bambina tutta rotta, una mamma tutta rotta, una relazione tutta rotta e l'impossibilitł di andare a riparare questa relazione perchÄ, di mezzo, Ć come se ci fosse un muro che rende la riparazione non fattibile, non realizzabile. Questa sono le condizioni in cui dobbiamo cominciare il nostro lavoro, che Ć il nostro lavoro riparativo, che Ć il nostro lavoro di riconquista di questo, come dicevo prima, fattore protettivo cosô potente, cosô potenzialmente, riequilibrante, cosô potenzialmente correttivo e riparativo della situazione che Ć avvenuta. Ma le condizioni di partenza  sono spesso delle condizioni disperate. Noi, oramai, ci siamo abituati a considerare la madre delle vittime di abusi sessuali, piccole o grandi, come una grande traumatizzata, una vera, grande traumatizzata come le figlie. Ma mentre le figlie, o i figli, con la rivelazione Ć come se avessero innescato una strada di uscita dalla vittimizzazione, il momento della rivelazione costituisce per le madri il momento della grande loro vittimizzazione, Ć il momento in cui il colpo secco  arriva alla nuca. Ci sono state delle madri che ci hanno messo molti mesi, un anno addirittura, per uscire dallo stordimento dovuto al crollo della loro vita. Pensate a quanta pazienza si deve avere. Se si comincia ad innervosirsi subito, dopo le prime volte che le vedi , sembrano piene di buchi, come mozzarelle╔ questi sono i tipi di metafore che usiamo╔ Una delle mie madri diceva: "Dottoressa, non sono piŁ una mozzarella, adesso mi sento un leone", ma era passato un anno di lavoro. Non era un leone, non lo era, perś era molto meglio della mozzarella di prima. Se non si ha abbastanza determinazione, pazienza e costanza nell'intervento di riconquista della madre traumatizzata, effettivamente si corre fortemente il rischio di lasciarci sfuggire dalle mani quelle che, invece, potrebbero essere delle risorse d'oro.

E questo Ć un avvertimento perchÄ non ci si lasci sopraffare da questi sentimenti, che possono essere  di scontento, di grave insoddisfazione, che arriva anche all'ostilitł, nel vedere l'urgenza delle necessitł della vittima e nel vedere che l'altra persona, quella che dovrebbe portare soccorso alla vittima, Ć una vittima, invece, pure lei. Ú come se fossero  due grandi traumatizzati,  usciti dallo stesso incidente automobilistico. Il recupero, la riparazione della vittima e della madre, in quanto possibile protettrice della vittima, comportano tempi lunghi  e noi ci troviamo ad affrontatre anche seri problemi economici, perchÄ le ASL intervengono molto poco.

Puś essere un movimento istintivo prendersela con le madri. Delle ragioni ci devono essere e queste ragioni fanno riferimento, io ho colto questo, alla supponenza dei terapeuti, di chi fa le professioni di aiuto╔

Ci sono dei fattori culturali, per cui nello sforzo di respingere da sÄ l'identificazione con colei che non ha visto, non ha sentito, non ha colto, non ha capito e  proietta all'esterno, allora ci si arrabbia con questa parte di noi. Ú interessante e devo dire che anche questo pezzo cosô delizioso della Hermann a cui accennavo, non riconosce delle precise ragioni. Descrive: succedono questa dinamiche, succede la dinamica per cui, alla fine, la colpa di essere picchiata Ć tua. E lo descrive molto bene, articolatamente, non grezzamente come adesso ve lo sto restituendo io. Perś non dice: c'Ć questa ragione sensata o non sensata per cui╔ avviene. Ú un fenomeno che avviene. Avviene anche nei seminari di sensibilizzazione organizzati dal CBM sugli interventi nei casi di abuso sessuale in cui si spiegano le caratteristiche, cioĆ le basi fondamentali. C'Ć sempre, all'interno della platea, comunque sia, dovunque sia, in Italia o all'estero, qualcuno che si alza e chiede: "E la terapia dell'abusante"? Non c'Ć un cane morto, che chieda: "Ma la madre ha bisogno di qualche aiuto"? Non c'Ć nessuno, mai. CioĆ, oramai Ć un classico. Ú un must, in tutti i seminari c'Ć sempre qualcuno che si preoccupa del recupero dell'abusante. Giustissimo.  Ma non c'Ć nessuno che dica: "Ma queste disgraziate, che si trovano poi i rottami per le braccia, avranno bisogno di qualche cosa"?

Intervento: io lavoro soprattutto con gli adolescenti e mi trovo assolutamente d'accordo su molti punti di vista, sull'abusante che Ć uno che divora. Io ricordo il primo colloquio clinico,  con un ragazzo adolescente ed i suoi genitori ed ho avuto proprio questa sensazione che il padre avesse mangiato il figlio. La madre parlava del figlio quando era bambino e diceva delle cose. Ad un certo punto il padre la interrompe e parla lui del bambino. E io ho avuto questa stranissima sensazione, come se il padre avesse mangiato il bambino e sapesse tutto lui, fosse solo figlio suo. E poi, quando ho visto i genitori separati╔  la madre si Ć ammutolita. La madre aveva ed ha, dopo anni, nonostante il ragazzo fosse riuscito  a parlare del suo dramma, lo stesso atteggiamento del figlio. CioĆ, quello che mi colpiva, le poche volte che ho visto la madre, che aveva lo stesso sguardo del figlio. Non so╔

I divorati erano due.

Erano due. Perś nel momento in cui il figlio aveva trovato la forza di parlarmene e di parlarne al padre e alla madre, il ragazzo dice che  la madre era come se non lo ascoltasse e poi gli dice: "Forse Ć meglio che non vai piŁ dalla terapeuta, vai dal pranoterapista".

  Il padre mi telefona, arrabbiatissimo, e mi dice che il figlio mi ha raccontato probabilmente delle baggianate, nega. Anch'io sono dell'avviso che Ć importantissimo, per l'abusato che la madre si allei, in qualche modo, con lui. PerchÄ sicuramente Ć il fattore, secondo me, piŁ importante, proprio rigeneratore. Se si possono rigenerare delle radici che sono state danneggiate╔

╔ avvelenate╔

╔ avvelenate, secondo me Ć proprio questo riconoscimento da parte della madre. Non sempre questo Ć possibile. Forse lei lavorando con i bambini piccoli, in qualche modo,  ha a che fare con la madre, ma le madri degli adolescenti sono difficilissime da trattare. CioĆ, quando queste madri in tribunale mi hanno affrontato dicendomi: "Ma lei non capisce niente, ma come si permette, ma guardi che le mie figlie le hanno raccontato un sacco di frottole"╔ e io so che, comunque, per quelle ragazze o, in questo caso, per questo ragazzo, per altri casi╔ anche se la madre nega ed Ć una madre sicuramente con dei grossi problemi, Ć una madre che va aiutata.  Ma come si fa?

Noi le andiamo a cercare e le coinvolgiamo fin dal primo momento. Certo, noi lavoriamo in un contesto in cui ci sono gli invii coatti e quindi, ovviamente, c'Ć un decreto da parte del tribunale che ritiene che chi esercita la potestł genitoriale debba fare determinate cose e non determinate altre e quindi mette anche delle regole in questo. Questo permette l'avvio del rapporto. Questo rapporto, una volta avviato, perś deve essere tenuto in maniera stringente perchÄ nulla si puś fare se, ovviamente, come dice il proverbio, puoi portare l'asino alla fontana, ma non puoi costringerlo a bere, e giustamente, invece, quello che noi vogliamo fare Ć che far sorgere la voglia di bere, altrimenti non otteniamo assolutamente niente. E quindi, anche se l'invio Ć coatto, da subito cerchiamo di costruire questa voglia di bere alla fontana e di conquistarci l'adulto protettivo. E lo facciamo sino allo spasimo. Direi che Ć uno dei nostri maggiori investimenti. Bisogna avere un contesto in cui questo sia possibile, insomma, che l'aggancio, almeno, possa avvenire. Abbiamo sempre risultati positivi? No. Vi ho detto che le nostre riconquiste╔ innanzi tutto, un grandissimo lavoro va fatto solamente per sostenere quelle poverette che gił si presentano come protettive, ma la loro capacitł di esprimere fattivamente la loro protettivitł Ć estremamente bassa, da grande traumatizzata. Quindi, gił il sostegno  deve essere enorme. Il sostegno  non deve essere solo diretto alla madre, ma anche alla ricostruzione della relazione madre/figlia, perchÄ  tra loro due  si possono cementare  e ciascuna puś prendere dall'altra la forza di ricostruire se stesso, pur mantenendo lo sbilanciamento dei ruoli, ovviamente. E poi, in un altro 20% dei casi, riusciamo a riconquistare quelle che stanno nella nebbia e che pensano che sarebbe la distruzione della propria vita uscirne; le aiutiamo invece a vedere qualcosa di positivo nell'uscire dalla nebbia e a farle diventare, quindi, protettive. Una delle mie madri, mi ricordo, di tanti anni fa  Ć rimasta pervicacemente una madre che non ha creduto, che si Ć schierata dalla parte del marito e che quindi ha portato all'abbandono della figlia, che era stata abusata╔ la figlia ha denunciato intorno ai 12 anni, l'abuso era cominciato intorno agli 8 anni, quindi gił una fortuna, non in maniera estremamente precoce. La bambina , quando le cose sono andate oltre un certo limite, che era il limite della sua sopportazione, ha approfittato di un articolo sui giornali,  l' ha messo sotto il naso della madre, dicendo: "Anche papł mi fa cosô". E la madre ha raccontato, perchÄ io mi ricordo d'averla vista poco tempo dopo,di aver passato la notte nel letto matrimoniale, accanto al marito, cosa fai? Tua figlia ti dice questa roba, poi, comunque, si va a dormire. La casa Ć quella che Ć. Ha passato la notte con un vissuto, con un'angoscia di morte╔ spesso la rivelazione, quello che io chiamo il trauma, il colpo nella nuca, prende la forma di un'angoscia di morte, angoscia di morte fortissima.

 Lei diceva: "Era come se avessi un macigno sopra e non potessi muovermi". Per tutta la notte, fin quando alla mattina si Ć svegliata e ha detto: "Non puś essere vero". Ma si puś capire. In quell'occasione, noi non siamo riusciti assolutamente a fare niente per toglierla da questo dilemma: morire oppure sopravvivere╔ cioĆ, morire nel vedere oppure sopravvivere nel non vedere. PerchÄ poi Ć sopravvivere, ovviamente. Non Ć vivere, Ć sopravvivere. Un'altra delle mie madri, tailandese, quindi con una conoscenza dell'italiano molto grezza, diceva queste precise parole: "Vedere Ć morire". Io facevo con lei un paragone, dicendo: "Ma lei preferisce╔ immaginiamo che siamo sull'orlo di un burrone. Lei preferisce avere gli occhi bendati e camminare sull'orlo del burrone con gli occhi bendati, cosô non si spaventa, perś corre il pericolo, gravissimo, di caderci dentro. O preferisce togliersi questa benda, guardare il burrone, spaventarsi,  perś avere la possibilitł di salvarsi?". E la sua risposta a questa metafora Ć stata: "Dottoressa, vedere Ć morire". E io le posso capire, anche se non le approvo minimamente.

╔ mi chiedevo se questi parametri che ha descritto sono simili anche quando la famiglia non Ć  formata da un padre, ma da un convivente. C'Ć una variabile notevole. Per esempio, l'abusante non Ć il padre biologico, ma Ć il nuovo marito.

Ci sono naturalmente delle varianti che perś dipendono da caso a caso, non specificamente da quella condizione, perchÄ quella condizione puś voler dire che il legame Ć meno importante, ma puś voler dire il contrario:  il legame puś essere piŁ importante, perchÄ, dopo un fallimento matrimoniale, chi opera una seconda scelta  sa che non ne avrł proprio infinite nella vita , quindi, se  va male anche questa volta, poi che fa? E quindi l'investimento sul secondo legame e sulla necessitł di cementare in questo secondo legame non solamente la coppia, ma anche la diade figliastra/patrigno,  puś essere talmente forte da rendere ancora piŁ impossibile rinunciare a questo secondo legame, che al primo. PerchÄ non ci si puś permettere, parliamo dal punto di vista della madre, un secondo fallimento.

Infatti,  in quell'esempio che ho portato delle due ragazze, il molestatore era il convivente, il secondo marito, perchÄ l'aveva poi sposato in seconde nozze, anzi il terzo era.

Quindi, a quel punto basta╔

╔ nonostante l'abusante sia stato condannato dal tribunale, quindi, diciamo la sentenza Ć stata a favore delle figlie, la madre ha detto: "Ú  un errore, di errori il tribunale ne fa tanti. Questo Ć un errore".

Molto interessante il discorso che lei ha fatto su a proposito del Tribunale. Il dover lavorare parallelamente con la giustizia, con il tribunale dei minori, il tribunale ordinario, nel fare un lavoro di recupero della madre nel momento in cui, invece, c'Ć stato un allontanamento, un inserimento del bambino in Comunitł, il lavoro di recupero Ć molto difficile. Nel momento in cui i tempi della giustizia sono dei tempi diversi da quelli di un lavoro psicologico, ma soprattutto nel momento in cui non ci sono poi delle evoluzioni anche pratiche, questo lavoro psicologico per cercare di ricostruire, uscire dal trauma, dalla confusione╔s'interrompe.

Questo, mi pare di capire,  avviene in un contesto in cui il lavoro psicologico con la madre non era collegato all'intervento del tribunale per i minorenni. CioĆ, nei nostri casi, il tribunale per i minorenni dice: il bambino, per ora non Ć al sicuro e quindi via, perś, facciamo un lavoro sulla madre o sulla famiglia e vediamo se ne viene fuori qualche cosa.

Il contesto in cui opero rende piŁ difficile il lavoro: il servizio sociale ha un indirizzo che non puś essere lo stesso del servizio psicologico, della neuropsichiatria, per cui, Ć chiaro, il tribunale dei minori fa delle scelte. Successivamente interviene il tribunale ordinario, perchÄ a seguito di denunce, viene richiesto l'allontanamento del minore. Altre difficoltł  sono costituite dal collegamento tra tribunale ordinario, tribunale dei minori con dei tempi diversi╔ un non collegamento. Per cui la grossa difficoltł, al di lł del lavoro psicoterapeutico, Ć quella di riuscire a mettere insieme questi interventi, coordinare questi progetti.

Certo, questo che lei dice mi fa venire in mente due associazioni, che non sono delle risposte. Un'associazione Ć sui  tempi che ci  si deve dare per il recupero della  madre come risorsa protettiva, perchÄ i tempi dei bambini non sono dei tempi infiniti. Quindi Ć necessario, a un certo punto, porsi il dubbio se non si Ć riusciti ad ottenere nessun piccolo cambiamento in 3 mesi, 6 mesi, 9 mesi, a questo punto vale piŁ la pena di avviare il bambino all'elaborazione di un lutto, perchÄ, poi, attraverso il lutto, possa emettere delle altre radicine, che non saranno mai come quelle di prima, mai, perś qualche radicina ancora puś emetterla in una situazione sostitutiva. Oppure vale la pena di continuare ad insistere e a mantenere lui in una sospensione,  in cui i suoi investimenti sono ancora tutti nella direzione del passato, la sua testa Ć tutta voltata indietro. Queste sono certamente delle decisioni cruciali,  delicatissime, che devono essere prese caso per caso. Esiste un altro problema,  rispetto a come puś essere inquadrato il ruolo della madre, in un percorso penale. In un processo penale Ć ovvio che l'abusante cercherł di giocare sulle insufficienze della moglie, su quanto ha suggestionato e indotto la sua povera figlioletta ad accusarlo, per ottenere di essere riconosciuto innocente, facendo risultare l'accusa, come una falsa accusa. PoichÄ la colpa di bugiardi non la si puś dare al bambino, la si dł alla madre, affermando che ha costruito la falsa accusa. Perciś, ci si puś trovare in situazioni  imbarazzanti, in cui ci puś essere una grande interferenza del piano giudiziario penale rispetto alla costruzione dell'alleanza e della riparazione della relazione tra madre e figlia. Per cui, se si sta facendo un lavoro perchÄ la bambina capisca che la madre ha orecchie per ascoltarla e che quindi puś confidarsi con lei, e puś capitare tra capo e collo che venga nominata la C.T.U.  e venga fatta richiesta perchÄ il bambino sia salomonicamente allontanato da tutti e due i genitori╔ e tantissime volte questo succede. Quando ci sono dei genitori in conflitto i tribunali per i minorenni prendono spesso le decisioni cosiddette salomoniche, mettendo il bambino in congelatore, perchÄ la scelta alla fine equivale a questo, e rimandando all'esito del processo penale la decisone se ripristinare o meno il rapporto con uno o l'altro dei genitori,  secondo che il padre sia ritenuto innocente o colpevole  e quindi la madre sia ritenuta una che ha fatto una giusta o falsa accusa. Quindi la situazione diventa molto difficile; io sostengo sia necessaria una sostanziale ribellione dell'ambito clinico a sottostare alle interferenze giudiziarie. Secondo me, bisogna cambiare l' atteggiamento mentale  di chi lavora nei servizi e di chi lavora come libero professionista; prima l' atteggiamento mentale  era: tu a casa tua, io a casa mia, non abbiamo niente a che fare uno con l'altro. Sbagliatissimo, perchÄ non si puś non tenere conto dei fattori di realtł, quando si opera su situazioni delicatissime dal punto di vista psicologico,  traumatiche e post traumatiche, che quindi riconoscono  eventi di realtł e  continuano ad innescare a catena altri eventi di realtł, che non originano all'interno di distorsioni intrapsichiche o cattive letture delle relazioni o altro.

Originano da fatti, che sono successi e che continuano a trascinare uno dietro l'altro dei fatti. Questo era un atteggiamento dissociativo che non porta niente di buono. Perś, anche l'atteggiamento opposto, di considerarsi un po' la longa manus, l'esecutore di quello che viene deciso nei tribunali, sia il tribunale per i minorenni o il tribunale ordinario╔ secondo me, Ć completamente inefficace. Bisognerł arrivare a un punto di equilibrio in cui non c'Ć piŁ "ognuno a casa sua", in cui non c'Ć piŁ "Arlecchino servitore di due padroni", ma si arriverł a una triade: siamo in tre. Quindi, ci sono dei diritti, tutti di rango costituzionale, che devono essere rispettati:  il diritto del bambino ad essere tutelato, il tribunale per i minorenni, la tutela dell'infanzia, che non mi ricordo se Ć l'art. 30 o il 31 della Costituzione,  la tutela della salute, art.32 della Costituzione, quello al giusto processo, art 111 della Costituzione, il diritto alla difesa... tutti diritti di rango costituzionale. E noi ci poniamo come interlocutori assolutamente paritari e sullo stesso piano, in cui non ci sono dipendenze, ma ci sono interconnessioni e integrazioni importanti.

 una domanda: abbiamo parlato di situazioni  in cui si Ć dato gił per accertato che fosse successo il fatto dell'abuso. Mi chiedo se vi siete trovati   di fronte a situazioni in cui ci sono seri dubbi se l'abuso ci sia stato realmente o ci sia stata la fantasia dell'abuso , un atto provocatorio,  adolescenziale della ragazzina o della madre.

Il tema dei falsi positivi, come si dice, Ć il tema forse piŁ esplorato in letteratura ed Ć stato ampiamente elaborato: il sospetto di abuso sessuale, che, poi, si rivela essere qualcos'altro. Trattandosi di situazioni perseguite per legge, in cui il perseguimento per legge suscita una grossa combattivitł da parte di quelli che non vogliono essere perseguiti, Ć stato sistematizzato tantissimo materiale. Quindi c'Ć una schematizzazione in categorie, rispetto alle quali si possono trovare le ragioni che danno origine ai falsi positivi, di cui la produzione di fantasie erotizzate, che vengono scambiate poi per incesto reale, Ć solamente una delle tante e anche forse quella su cui non Ć affatto difficile una diagnosi differenziale. Facendo la radiografia del funzionamento della vittima Ć abbastanza facile differenziare  le cosiddette fantasie edipiche o enfatizzazione delle fantasie edipiche, come viene scritto in letteratura,  dalle situazioni di trauma reale. Comunque, ci sono delle schematizzazioni. Comunque, al di lł degli studi seri, ci sono anche una quantitł di credenze, miti e leggende,  costruite intorno a questo problema. Uno dei miti Ć: i falsi positivi sono tantissimi. Autori italiani, di cui io non faccio il nome, ma che poi si trovano sempre a fare gli avvocati difensori degli abusanti, affermano che i falsi positivi sono almeno la metł; addirittura io ho sentito l' affermazione da parte di un giudice onorario del tribunale per i minorenni di Milano, durante un corso di formazione, che il 90% delle accuse di abuso sessuale che nascono in situazioni di separazione, separazione conflittuale, sono false. Questi sono miti. A fronte di questo, la ricerca dice che i falsi positivi si situano in un range, variabile naturalmente, che sta tra il 3 e l'8% delle segnalazioni dei sospetti di abuso sessuale. Quindi, abbastanza basso. Nella nostra casistica, sui casi visti tra il '95 e il '99,  piŁ di 100 bambini, per 5 bambini abbiamo ipotizzato la possibilitł che si trattasse di un falso positivo. Tutti gli altri sono stati comprovati. E quindi siamo intorno al 5%, per l'appunto e quindi esattamente in media rispetto a quello che dice la letteratura americana. Per quanto riguarda le situazioni di separazione conflittuale, studi, rilevazioni fatte dicono che solo nel 2% delle separazioni conflittuali nasce l'accusa di abuso sessuale. 

Di questo 2% ,il 50% Ć comprovato. Delle denunce il 50% Ć comprovato, il 30% risulta non comprovato giudiziariamente, quindi non sappiamo  quanto la veritł processuale corrisponda alla veritł reale; il restante 20% risulta non comprovabile, non validabile perchÄ troppo lontano nel tempo,  troppo pasticciato negli interventi, perchÄ i bambini sono troppo piccoli e non possono neanche  accedere alla prova. CioĆ, non Ć possibile nÄ provarli, nÄ disconfermarli. Sono numeri  assai piŁ rassicuranti di quelli che fanno parte dei miti e delle leggende. Rispetto alla possibilitł che una rivelazione di abuso sessuale sia frutto di fantasie erotizzate della vittima, che Ć un caso, perchÄ poi ci puś essere anche l'altro caso in cui la vittima non ha nessuna fantasia erotizzata, ma costruisce scientemente una falsa dichiarazione per nuocere, questo  Ć possibile solamente per i bambini piŁ grandi e gli  adolescenti. Si suppone, a quanto la letteratura afferma, che fino a 11-12 anni i bambini non hanno le capacitł cognitive ed emotive per sostenere congruentemente nel tempo una falsa accusa di abuso sessuale. Dopo, invece, ci sono sia le capacitł cognitive e sia le capacitł emotive di tenuta: quindi si puś dare il caso delle false accuse. Prima ci puś essere l'illusorietł: si Ć investito eroticamente il rapporto con il proprio padre e si dicono delle cose che altri possono interpretare come un vero abuso, effettivo e che, invece, nulla hanno a che vedere con questo. Questa quota non Ć affatto  grandemente rappresentata. La maggior parte dei falsi positivi nell'abuso sessuale nascono dal fraintendimento, cioĆ ci sono delle cose che vengono dette, non vengono approfondite sufficientemente e  possono dare origine a dei fantasmi, nel senso non di fantasie, fantasmi in senso psichico, ma cose che non esistono, non hanno consistenza e che possono dare avvio a una serie di accertamenti anche sul piano giudiziario, che poi si concludono con una disconferma. E questa Ć la categoria piŁ rappresentata nei falsi positivi. Puś essere di conforto che, a fronte di questi dati che sono i dati della letteratura internazionale, abbiamo cercato, stiamo ancora cercando, anche in Italia, attraverso il C.I.S.M.A.I.(  Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia,  un organismo  fondato nel '93, di cui il C.B.M. Ć uno dei soci fondatori e che adesso raccoglie piŁ o meno una cinquantina di centri  e altrettanti soci individuali, in tutta Italia) di fare una revisione dei falsi positivi registrati dai centri italiani che possano  riconoscersi in una attivitł diagnostica, in procedure diagnostiche analoghe. Infatti, decidere se si tratta o no di un falso positivo  dipende dalla procedura di valutazione. Puś essere benissimo che tu hai una malattia, vai in un ospedale che non ha le procedure adatte e non te la diagnosticano. Vai in un ospedale che ha le procedure di valutazione adatte e te la diagnosticano. E quindi si Ć individuato, almeno in questa prima fase, un gruppo di centri, che sono tra i 10 e i 15,  che in tutto hanno una casistica di parecchie centinaia di casi, per vedere quanto incidono i falsi positivi nella loro casistica. Sono centri che hanno una formazione analoga e quindi delle procedure di valutazione analoga. I risultati parziali di questa ricerca danno alcune sorprese, rispetto ai miti. Innanzi tutto, le situazioni in cui ci siano false accuse lanciate nelle separazioni conflittuali, che sono quelle su cui si fa gran battage, sono scarsamente rappresentate. E quando dico "scarsamente", uso un eufemismo, nel senso che non ce n'Ć. Perś aspettiamo, non sono ancora dati definitivi. E l'altro dato importante Ć che, nella quantitł dei falsi positivi individuati, che Ć attualmente, sempre nei dati provvisori, intorno al 6%, quindi proprio nel range di quello che dice la letteratura mondiale, tra il 3 e l'8%, la metł Ć costituita da casi non validabili, appunto i casi in cui non Ć possibile fare un accertamento perchÄ la situazione Ć troppo lontana nel tempo, troppo pasticciata, perchÄ i bambini sono troppo piccoli, perchÄ non ci sono le risorse per arrivare alla prova, ma in cui continua a persistere nei clinici l'ipotesi che l'abuso ci sia stato.

 L'altra metł, invece, Ć costituita da quelli che abbiamo denominato "impropri sospetti" , cioĆ sospetti che sono stati disconfermati, effettivamente, all'esito delle procedure diagnostiche. E quindi i veri falsi positivi scendono al 3% rispetto al totale del 6%. Questi sono i dati. Dati che, voi vedete gił da quel poco che vi ho detto, quanto sono contrastanti con i miti e leggende che, invece, vengono costruite intorno all'esistenza dei falsi positivi. Io mi auguro che entro il prossimo congresso del C.I.S.M.A.I,  che sarł alla fine di settembre del 2001, la ricerca sia completata e i dati  definitivi.

A proposito di questi dati volevo sapere: lei diceva che questi padri incestuosi sono solitamente al di sopra di ogni sospetto, ma si Ć notata  una certa correlazione con il livello di scolarizzazione o l'ambiente,  anche della mamma vittima, situazioni in cui il livello  economico ,per esempio,  possa incidere?

Incide sicuramente sulla scoperta, perchÄ le famiglie che hanno dei problemi sono nel mirino e quindi si vedono. Relativamente, perchÄ, a volte,  queste stesse famiglie sono nell'osservatorio dei servizi per situazioni di multiproblematicitł, di maltrattamento e di trascuratezza e nessuno mai, anche se ci sono dei segnali, va a sospettare che potrebbe esserci, come, invece, frequentissimamente in associazione c'Ć, anche l'abuso sessuale. Per quanto riguarda le rilevazioni, la letteratura internazionale dice che l'abuso sessuale, tra tutte le forme di maltrattamento, Ć quello piŁ equidistribuito nelle fasce socioculturali. Nella nostra rilevazione sui casi, come vi dicevo prima, dal '90 al '95 , si vedeva proprio massicciamente questa equidistribuzione: avevamo il livello alto, laureati professionisti, medici, procuratori legali╔ industriali, cioĆ gente che ha grosse possibilitł economiche e delle buone e/o delle buone possibilitł culturali; il livello medio: impiegati, scuola media superiore; il livello basso, livello operaio, che  puś coincidere o  no  con la presenza di multiproblematicitł. La cosa sorprendente Ć che nella distribuzione dei nostri casi, il 19%, 1 su 5, appartiene al livello  socioculturale alto, il 36,2%  al livello basso e al livello medio 44,8%. Quindi, piŁ equidistribuito di cosô; esaminando le statistiche effettivamente siamo costretti a rivedere alcune nostre idee; dobbiamo concludere che  l'essere abusante non c'entra con l'appartenenza al ceto.

FILMATO La madre riferisce che la sua bambina continuava a dire: mamma ti voglio tanto bene, ti voglio tanto bene, mamma (╔) ossessionante, ossessiva. Tanto piŁ io sto male, dice la madre, tanto piŁ lei ripete questa cosa. Come per dire: non Ć colpa mia, oppure scusa non volevo. (╔) poi, invece, quando ci sono i momenti normali, che io magari sto bene e magari la rimprovero per qualche cosa, le cose normali (╔) le dita nel naso a tavola╔ dico: "Giorgia, non metterti le dita nel naso". Appena lei sente che il mio tono non Ć piŁ il tono dolcissimo della mamma, appena sente un pizzico di rimprovero comincia a piangere, grida, diventa isterica, trema, dice. "Ho paura, ho paura" e continua dire: "PerchÄ mi hai detto che sono brutta", mi dice. "Ma io non ti ho detto che sei brutta". "PerchÄ mi picchi, perchÄ mi dai le sberle". "Ma io non ti sto dando le sberle". E continua avanti per 5-10 minuti con questa tiritera e io certe volte non so cosa fare, certe volte╔ Ma io a livello cosciente (╔), da quello che sento io, che capisco io, io sento una grande compassione, un grande senso di  ingiustizia e nello stesso tempo, un grande dolore, (╔), per cui questo dolore mi toglie le energie. Allora, la mia paura Ć questa: che io sono qui a  parare i colpi di tutto quello che Ć successo, per una cosa che non Ć successa perchÄ l' ho voluta io, perchÄ non ho chiesto io a quest'uomo di fare quello che ha fatto.

Questa Ć stata una cosa╔ e io ho paura di non farcela. L'altro giorno pensavo di morire (╔) di dirvi: prendetevi cura della Giorgia (╔) so che con voi Ć in buone mani, con me non ce la farł mai, io non sono una buona mamma (╔). Non tanto perchÄ non sono una buona mamma, ma perchÄ io sono distrutta, (╔) tutta rotta dentro. Poi, sô, certi giorni cerco di (╔), certi giorni si cerca di lasciarsi alle spalle tutto e comunque di andare avanti, perś si viene sempre a fare i conti con questa cosa, un peso (╔). Allora tante volte io sento questo, che ho tanta compassione, ma questa compassione (╔),questa compassione mi porta talmente tanto dolore che mi blocco.

Adesso, quella che vedete dopo Ć la mamma di una bambina che ha rivelato un abuso non intrafamiliare. Ú un abuso extrafamiliare, ma, come al solito, si tratta di un parente, un parente molto caro, molto caro al marito. Fa parte della famiglia del marito e vedrete quali altri dubbi  una madre puś avere rispetto al proprio figlio. Questa signora,  avendo fatto una psicoterapia, Ć abituata a parlare, a esprimere i sentimenti e a utilizzare lo strumento del sogno. Mi ha raccontato una volta un sogno terribilmente significativo: doveva partorire un bambino, ma  non era ancora finito il termine,  lei stava da una sua amica e questo bambino stava uscendo prematuramente. Cosa facciamo, cosa non facciamo. Il marito dell'amica era medico. E allora l'amica le diceva: ascolta, fin quando torna mio marito dal lavoro, prendiamo il bambino e lo mettiamo nel forno e poi dopo quando lui arriva te lo rinfila dentro e cosô puoi portare avanti la gravidanza. E cosô hanno fatto. Forno Ć il nome del PM, no? comunque╔ lasciamo perdere le associazioni che si sprecano. Torna il marito e a quel punto non riesce piŁ a rinfilare il bambino nell'utero e lei Ć costretta a guardarlo, perchÄ prima lo aveva come fatto uscire, poi l'aveva messo lł, invece che in congelatore, nel forno, perchÄ stesse al caldo e poi pensava di riprendere la gravidanza. E a quel punto, ha detto, l'ho guardato ed era strano, dottoressa, era come E.T. , personaggio del film profondissimamente umano e nello stesso tempo disumano, mostruoso e nello stesso tempo tenero e accattivante. Ed Ć cosô. L'abuso Ć l'interruzione della gravidanza mentale, che si porta avanti fino a quando i figli sono grandi. Ú come se, improvvisamente, ci si trovi un figlio che non Ć piŁ il proprio, che Ć dovuto uscire  da questa costruzione ideale della realtł, da questo investimento, precocemente per un'azione traumatica da parte di qualche cosa che non c'entra con te, con la tua volontł e con la fisiologia. E a quel punto ti trovi di fronte a uno che Ć tuo figlio, ma Ć un mostro,  completamente deformato. Questo sentimento di avere delle figlie  trasformate dall'abuso in mostri, tra virgolette, di cui non capisci piŁ le espressioni, come ha spiegato la signora di prima, che senti che  stanno malissimo o a volte vanno incontro a delle espressioni molto pericolose, specialmente sul versante sessuale (╔) Sessualizzazione, Ć quello che esprime questa altra signora che voi vedete.

(╔) sente un dolore fortissimo, piange la notte (╔) ho parlato, appunto, alla pediatra di quello che era successo. Secondo la pediatra potrebbe essere anche un╔ sono dei dolori mentali, che si auto╔ che lei si convince che li ha╔ ma il test sembra che (╔) la pediatra cosô che l'ha visitata, non mi accusa piŁ. Perś il dolore di gambe Ć proprio una cosa costante. Lei mi dice che magari possono essere dolori di crescita, perś sono dolori atroci. PerchÄ ho provato per vedere se la allontani (╔) e adesso vedo di portarla dall'ortopedico, dall'angiologo, qualcosa per capire che cos'Ć perchÄ dagli esami non risulta niente. Adesso non vorrei mai anche che sente questi dolori╔ non so neanche io cosa fare.

(╔) io lo faccio lo stesso, perchÄ (╔) questo da quando Ć piccola perś adesso, per esempio, in mezzo alle gambe, cioĆ proprio all'interno delle gambe, a lei piace essere fatto il solletico. Arrivo fino ad un certo punto (╔) cioĆ, glielo faccio, perchÄ ho come paura che poi magari lo chiede a qualcun altro, capito?

(╔) l'altro giorno ho pianto tantissimo, perchÄ stavo spiegando appunto che non la vedo bambina, non lo so. CioĆ, per me non ha fatto la sua, le sue tappe di bambina, capito? CioĆ la vedo gił una ragazzina, cioĆ una bambina nello stesso tempo che╔ cioĆ, ad esempio, mamma voglio mangiare, perchÄ cosô mi viene il seno grosso╔ che una bambina di 5 anni e mezzo non dovrebbe pensare╔ invece le ha. oppure, vuole crescere, vuole diventare presto grande.  Ha questo desiderio╔ poi appunto ho parlato con (╔) mi sono fatta rispiegare che cosa la bambina╔ e dice che, appunto, vuole diventare grande, per fare, per dare i baci. Poi quando si abbraccia e mi dł i bacini, non sono bacini di una bambina (╔) cioĆ, ti abbraccia con quella passione che magari vede la scena del film, due che si baciano, si avvicina e ti bacia calorosamente anche lei. Perś, d'altronde, devo reagire, cioĆ, nel senso, devo riuscire a farla crescere╔ quello che ho capito Ć che la bambina non la lascio mai a nessuno. Non che la bambina, per l'amor di Dio╔ lei, nella sua incoscienza, Ć molto aperta e non capisce che quello che sta facendo non deve farlo. Io non voglio farglielo capire in un modo sbagliato, perchÄ, sinceramente, anche mia madre mi diceva che non si fanno certe cose, ma mi ha fatto proprio il terrore. CioĆ mi ha messo su il terrore, se devo essere sincera (╔). E la stessa cosa non voglio che succeda a mia figlia, cioĆ non voglio che veda queste cose in un modo sbagliato, brutto, sporco, perchÄ se no poi (╔) allora niente, cercherś di starle dietro, di lasciarla meno possibile con altra gente. PerchÄ, magari, lei lo fa in modo╔ come lo fa con noi, in un modo senza sapere che non Ć una cosa da fare, magari c'Ć che se ne puś approfittare. Cosa devo fare?

(╔) sessualitł perchÄ dice: "A me mi avevano messo il terrore e poi con quello che mi era successo, il terrore mi era aumentato". Nel senso che lei aveva avuto proprio un rifiuto della sessualitł e, fortunatamente, poi aveva trovato un marito paziente, eccetera. "Non voglio che mia figlia cresca come me, perś non voglio neanche che si butti in situazioni che possono essere di pericolo e quindi cosa devo fare? Devo reagire" dice questa povera donna "devo starle dietro, non la darś a nessuno. CioĆ, farś in modo che non stia con altri, con estranei perchÄ con noi, magari, se fa questa cose noi le capiamo in un certo modo, ma se le fa con altri, puś anche trovare qualcuno che ne vuole approfittare". Quindi, potete immaginare╔ Adesso vi leggo una riflessione scritta, sempre di questa serie: come le madri vedono le loro bambine. Una riflessione scritta di un'altra madre; si tratta di una separazione conflittuale di cui si stava facendo una valutazione ; la bambina aveva  quattro anni,  quando si Ć scoperto un abuso sessuale da parte del padre. La signora ogni tanto  prendeva degli appunti, nonostante fosse abbastanza illetterata; essa stessa era stata istituzionalizzata fin da quando aveva due anni.

Ieri, eravamo al primo febbraio, alla mia domanda se per caso il papł le avesse fatto male, anche quando non giocavano, perchÄ  le prime rivelazioni della bambina riguardavano situazioni di gioco, Chiara ha risposto che lui non le aveva mai fatto del male. Era stata lei stessa mentre si grattava. Questa Ć una bambina che ha subito atti penetrativi orali, anali e genitali, quindi un abuso gravissimo, con un esito di sinechia alle piccole labbra.

 Nonostante questo, ci sono queste continue altalene,  anche nella vittima,  e il ricorso alla negazione come modo per non morire╔ Chiara ha risposto che lui non le aveva mai fatto del male. Era stata lei stessa mentre si grattava. C'Ć da dire, che, qualche giorno prima, io le avevo chiesto proprio questo, in quanto l'assistente sociale, mi aveva posto questa domanda:" Per caso Chiara puś essersi masturbata?" in alternativa all'ipotesi che avesse subito abuso,  poteva esserci un'origine di masturbazione. In questi giorni la bambina mi ha raccontato molte cose che mi risultano nuove, per esempio dice che faceva il bagno con il papł e lo lavava tutto e quando lavava il pisellino il papł le diceva che gli faceva il solletico. Un giorno l'ha messa a letto di pomeriggio e quando lei si Ć girata il papł le ha fatto male al culetto. Papł voleva giocare con lei e con le bambole, perś a lei non piaceva perchÄ lui voleva fare la femmina, mentre lei doveva fare il maschio e questo gioco la disturbava. Il padre Ć anche un omosessuale, un bisessuale, che ha mascherato nella bisessualitł l'omosessualitł, lui stesso era stato abusato; quindi, chiedeva anche alla moglie delle prestazioni da omosessuali, di essere penetrato analmente. Tutte queste cose mi sono state raccontate nella settimana che va dal 27 gennaio al 1 febbraio. Ú possibile, allora, che il giorno 1 febbraio una bimba neghi tutto quanto? Ú possibile che una bambina arrivi ad accusare un adulto e che poi accusi se stessa nel tentativo di difenderlo? Allora le ho detto che dovevamo chiedere scusa al papł, perchÄ non era giusto tenerlo lontano dalla sua bambina, se non era successo niente e che sarebbe potuta tornare da lui. Quando ho detto questo Chiara ha risposto: "No" e ha cominciato a piangere. perchÄ  quando le chiedo il motivo di questo comportamento non mi risponde? Le domando: "PerchÄ vuoi andare da papł"? E lei risponde: "PerchÄ mi manca". Allora posso dire che ora va tutto bene e che puoi tornare dal papł? E risponde: "Non dirlo". Alla domanda perchÄ non devo dirlo, Chiara non risponde oppure dice che sta bene con me. PerchÄ non riesco a parlare con mia figlia?

Si chiede. Ú quella sensazione di muro che vi dicevo prima. Muro dietro il quale sta una deformitł, che non si sa come governare. E tutto questo deve essere governato, quando la madre stessa si sente, come diceva la prima, tutta rotta. Tutta rotta, con il crollo della propria vita. Vi faccio vedere uno spezzone di come si sente un'altra madre.

I genitori sono due medici ed Ć la bimba, Martina di sei anni, che ad un certo punto rivela un abuso sessuale da parte del padre, padre biologico, diciamo. Si tratta di una famiglia ricostituita e gił da sette anni erano sorti dei sospetti di abuso sessuale sulla figliastra, che la signora ha avuto dal primo marito. Anche il secondo marito ha avuto un figlio dalla prima moglie. La coppia ricostituita ha due figli, di cui Martina Ć la primogenita.La prima figlia della signora, fin da quando si era ricostituita la famiglia, aveva parlato alla madre, lamentandosi per i comportamenti sessualizzati che il patrigno aveva nei suoi confronti. In questa situazione  c'Ć stata anche la responsabilitł di chi Ć intervenuto dal punto di vista psicologico, che ha, come posso dire,  considerato tutto come fraintendimento da parte della ragazza, per ostilitł verso questo patrigno. C'Ć poi stata la rivelazione di Martina. Questo che voi vedete Ć il momento in cui chiedo alla signora quali sono i suoi pensieri; ha appena raccontato la rivelazione, di cui ha saputo tre giorni prima. Quindi siamo proprio nell'immediato, trauma fresco.

╔dunque, i miei pensieri da quando Ć successa questa cosa (╔) subito, la prima reazione Ć stata quella: adesso mi ammazzo subito, perchÄ mi sembra giusto cosô.

 Poi ho chiamato, immediatamente╔ho detto "un attimo",  prima di ammazzarmi, chiamiamo un attimino la dottoressa e il mio avvocato, che Ć un mio amico. E mentre parlavo con loro╔. e mentre parlavo con loro╔perchÄ, parlando con le altre persone si riesce a capire meglio quello che si pensa, perchÄ, da soli, in queste situazioni non si riesce a pensare. Bisogna parlare per sentire i propri pensieri. E allora ho detto: non lo ammazzo, perchÄ le bambine, cosô, rimangono senza papł e senza la mamma e scoppia uno scandalo, che, forse, a loro fa peggio. Quindi, non lo ammazzo. E ho deciso di non ammazzarlo. E non ammazzarmi, perchÄ mi sembra che adesso io sia importantissima e quindi non penso che sia giusto che io mi ammazzi. Assolutamente no. allora, ho pensato a quest'uomo e ho pensato che Ć malato. Io adesso, qualsiasi cosa voi diciate, io sono convinta che lui sia malato. E questo╔ che venga fuori che le bambine hanno interpretato, come Fabrizia, forse male, che forse╔ a me non mi convincete piŁ╔

╔non abbiamo nessuna intenzione di convincerla, assolutamente╔ credo che╔

Forse sono aggressiva, abbia pazienza╔

╔ no, non aggressiva. Lei Ć traumatizzata e quindi giustamente reagisce come una persona ipervigilante, perchÄ ha avuto un trauma. E dice: non potete piŁ contraddire, non potete piŁ contraddire la percezione che io ho. E la sua percezione Ć che questa cosa sia grave. La mia percezione Ć che questa cosa sia grave.

╔se anche lui non ha fatto niente╔

No, ma lui ha fatto╔

╔ non importa, anche se lui non ha fatto niente. A me non interessa quello che ha fatto lui a me interessa quello che le bambine pensano. E le bambine pensano di avere subito una violenza sessuale. E a questo va messo riparo. Punto. Lui puś non aver fatto il gesto sessuale, perś ha fatto credere alle bambine, comunque, di aver avuto dei rapporti sessuali con loro, perchÄ, come ha detto la dottoressa╔ le ho detto: io non le ho violentate, stuprate, non ho messo il pene dentro, non so e la dottoressa le ha detto: a questo punto, sarebbe stato assassinio. PerchÄ penetrare una bambina di 4 anni, la ammazzi (╔). Quindi, voglio dire, che cosa Ć il sesso? Anche perchÄ, mi sto eccitando╔ quando io, dopo aver parlato con la dottoressa e con l'avvocato, venerdô sera sono andata su e gli ho detto: "Massimo ci risiamo, adesso Ć Martina". Lui ha detto. "No, non Ć possibile, allora sono un mostro. Cosa faccio, mi ammazzo?". Ho detto: no, calma, perchÄ se no ti avrei gił ammazzato io. Quello non lo puoi fare. Lui subito ha detto:" Non, non Ć vero, non mi ricordo". E poi mi ha detto: "Mi ricordo Ć Martina che una volta mi ha fatto delle avances sessuali e io l'ho allontanata". A quel punto ho capito che Ć malato. PerchÄ non mi puś trovare questa giustificazione╔ io i miei figli ce li ho sempre╔ il bambino con il pisellino duro che gira per casa e Martina che Ć erotizzata da matti e parla solo╔ fase erotica e parla solo di sesso, ma non mi hanno mai eccitato. E quindi lui Ć malato, perchÄ una persona non puś dire che una bambina fa delle avances... sua figlia delle avances sessuali a lui e per cui l'ha allontanata. E quindi Ć malato ed Ć da curare. Allora, io l'ho amato tantissimo e non so se ancora adesso ho smesso di amarlo. Di sicuro, ho lottato come una bestia per avere questa famiglia e sono ritornata ad essere sua moglie, cioĆ a farmi toccare da lui dopo che Ć successa la cosa di Fabrizia. Io ho patito le pene dell'inferno.

 Ho avuto un periodo, quando siamo tornati assieme dopo che avevamo deciso di tornare assieme, per cui mio marito ha voluto subito essere di nuovo marito e moglie, in cui io perdevo sangue dappertutto. Perdevo sangue dal naso, perdevo sangue dal culo, dappertutto. Io non potevo fare niente che perdevo sangue. Le dico un po' la veritł: mi faceva persino piacere, perchÄ dicevo: bene io almeno lo vedo che soffro. Sono l'unica persona che lo vede, ma io lo posso vedere che soffro. Non sono ancora riuscita a piangere da lunedô, forse adesso finalmente╔ perś avevo detto: se devo farlo per mia figlia, perchÄ non pensi che╔ per la mia famiglia e tutto, lo faccio. Lui non m'ha dato tempo╔ Gli dicevo: per favore dammi tempo di riabituarmi a questa cosa, ritroviamoci, riscopriamoci. Diamoci il tempo di ritrovare l'affetto, la stima, di lottare assieme per ricostruire la famiglia. Quando abbiamo visto che abbiamo lottato assieme per ricostruirla, diamoci tempo di riscoprirci anche noi come persone. Perś lui, essendo malato, non l'aveva questo tempo. Quindi, adesso siamo qua che lui Ć il malato e a me manca gił tantissimo la mia famiglia, la mia casa, lui come l'uomo che io credevo che fosse e del quale mi ero innamorata. Quindi, mi creda, dottoressa, certe volte vorrei mettere un coperchio sopra e fare finta di niente, perchÄ sarebbe piŁ facile per me. Anche al diavolo le bambine. Ho dei momenti in cui dico╔ sono meschina, ma dico: le mie vacanze, con la mia famiglia. Delle cose proprio stupide, capisce? Che perś mi mancano e mi manca l'idea di questo uomo vicino che forse io ho amato piŁ di quanto credessi. PerchÄ sa come quando muore una persona, che dici: "Cazzo, quanto l'ho amato e come mai abbiamo litigato che l'amavo cosô tanto". E ovviamente sono dei momenti molto brevi, in cui io, perś, per fortuna, ripenso che questo uomo Ć malato, che va curato e io voglio salvare le mie bambine, voglio salvare me stessa. PerchÄ io penso che sia un mio dovere salvarmi me stessa. Non voglio piŁ essere sacrificata per le bambine. Anche perchÄ non Ć servito a un cazzo, quindi non vedo perchÄ dovrei farlo. Ma poi, anche se non fosse per quello, io non voglio piŁ salvare le bambine a mio discapito. Io voglio che ci salviamo tutte e tre.

╔ penso che solo questo spezzone vi abbia gił dato l'idea di come Ć questa terribile dilemma tra vedere e morire, non vedere morire lo stesso. PerchÄ, cosô, quello a cui fa allusione la signora, tanto brevissimamente perchÄ voi lo ricostruiate, Ć che in questa lunga storia di segnali e di continue lamentele di Fabrizia, la figlia piŁ grande, rispetto all'abuso che subiva da parte  del patrigno, c'Ć stato poi un episodio clou, avvenuto tre anni prima della rivelazione di Martina, per cui siamo lô in quel momento. E l'altra persona  presente Ć appunto la neuropsichiatra infantile, che aveva fatto, all'epoca, la terapia familiare per ricongiungere questa famiglia in base all'ipotesi del fraintendimento, che, cioĆ, Fabrizia avesse frainteso gli atteggiamenti del padre. "Lui Ć malato": la signora cerca di razionalizzare qualche cosa, guarda, per un attimo, la propria sofferenza e dice. "Forse adesso riesco a piangere". Da lunedô, quando Ć venuta fuori la bomba di Martina,  non era riuscita a spremere una lacrima da sÄ. Provate a mettervi nei panni di chi non riesce neanche ad esprimere il proprio dolore, perchÄ la paralisi, il trauma Ć troppo forte╔ "e gił mi manca, so che lo devo fare, so che devo salvarmi, salvo me, salvo le mie bambine, ma gił mi manca". Gił mi manca la mia vita di prima. Certe volte vorrei mettere un coperchio e dire: al diavolo le bambine. Sarś meschina, ma mi mancano le mie vacanze, mi manca la mia famiglia, sa come quando muore una persona eccetera, eccetera.

 E dici: cazzo, quanto l'amavo e perchÄ abbiamo litigato. Quindi, questo sentimento di paralisi, di grave crollo╔ voi qui vedete una persona che Ć un medico, una persona di alto livello sociale, socioculturale; forse cerca di sostenersi anche un po' con la rabbia. Questa situazione Ć, perś,  molto difficile da sostenere; quindi bisogna potersi occupare, per la madre, della bambina tutta rotta, i cui comportamenti sono diventati non decodificabili, incomprensibili, strani, dietro un muro, irraggiungibili, nello stato psicologico del crollo della propria vita.