Foto di famiglia in bianco e nero.

Dott.ssa Marisa Ferrario, psicologa e psicoterapeuta, dirigente dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli.

 

Credo che la fotografia costituisca la metafora migliore per dire come io faccio clinica. In una fotografia possiamo mettere in atto due movimenti: il grandangolo e lo zoom. Io sto scegliendo sempre piĚ di mettere il grandangolo: quando non capisco, allargo lo sguardo sulla situazione invece di stringerla e approfondirla, e allargando il campo capisco di piĚ. Il grandangolo permette di contestualizzare meglio e di vedere quali sono i personaggi inclusi. Io parto da questa premessa.

Parlando di genitorialitą oggi parliamo di un sacco di cose: di un fatto biologico, di un fatto giuridico e soprattutto di un’attribuzione di significato. Per le varie modalitą che esistono di diventare genitori, che non sono solo due (biologica ed adozione) ma molte di piĚ, si capisce sempre meglio che stiamo parlando di attribuzione di significato: nella nostra vita i fatti sono fatti, ma noi li possiamo leggere, e dipende dalla nostra lettura il significato che diamo loro. Attribuire la genitorialitą a qualcuno vuol dire che questo qualcuno esercita questa funzione; e questa funzione viene esercitata diversamente a seconda del contesto in cui siamo. Il concetto Ź quello della “costruzione della realtą”: la realtą la costruiamo, non esiste. In una nazione come l’Italia che, a parte i terroni e i polentoni, non ha mai avuto molte differenze, Ź stato sempre abbastanza semplice fare male il nostro lavoro, cioŹ dare tutto per scontato. E proprio perché non avevamo differenze: per cui se uno parlava della famiglia sapevamo gią tutto, perché bastava la nostra, quella dei nostri amici, e cosď via. La massima differenza era la classe sociale e la cultura: questo ci permetteva di capire come la famiglia dell’altro funzionasse, perché bastava capire il livello culturale e da dove arrivava e si capiva tutto. Oggi le differenze che esistono ci impongono di capire, e per capire bisogna chiedere. E per chiedere bisogna anche cominciare a formulare quali domande fare, perché non Ź cosď scontato. Io lavoro da trent’anni in un CPS e non posso certo applicare le mie categorie a chi ha una storia molto diversa dalla mia, perché Ź nato in Tanzania o perché Ź omosessuale. Ci sono molte storie, non Ź necessario venire dalla Tanzania, basta avere una storia differente da quella stereotipata che solitamente si immagina. Io credo che la prima cosa da fare sia quella di imparare a fare domande, vale a dire imparare a mettere a fuoco: per far ciė, non posso far altro che fare tentativi continui di aggiustamento, vale a dire (uscendo dalla metafora) fare domande che alla fine mi permettano davvero di ricostruire il significato che la persona che mi sta davanti dą alla sua storia, alla sua richiesta, al suo malessere. Quando non capisco dico: “non ho capito, mi spieghi meglio”. Forse perché mi occupo di formazione, ma ai miei tirocinanti dico spessissimo “per favore dimenticate di essere psicologi e fate le persone”, perché ci sono un sacco di domande che loro come persone farebbero, ma come psicologi no: non si capisce perché.

Io racconto spesso la storia di una famiglia che vedevo, in cui c’erano la bimba piccola di quattro anni, il padre, la madre e un fratellino di otto: erano venuti su richiesta della clinica pediatrica perché il bambino aveva la mucoviscidosi, ed i genitori sapevano fare la ginnastica per fargli espellere il catarro ma la vita famigliare era talmente caotica che passavano giorni senza che la facessero, e lui era sempre piĚ a rischio di morte. La signora Ź una di quelle che “troneggiano”, che si siede un po’ con le gambe larghe e vi appoggia la borsa: i suoi bambini da un lato e suo marito dall’altro; tutto ciė a noi ha gią dato un quadro, perė poi andiamo a vedere se realmente Ź cosď. Una delle domande che io faccio Ź: “che cosa vorresti cambiare nella tua famiglia”. Quando la faccio, la bambina di quattro anni risponde: “che non comandasse sempre la mamma”. Perė, siccome mi sono abituata a fare domande ho chiesto alla bambina: “e chi dovrebbe comandare?” La bambina mi ha risposto: “il buon senso”; questa Ź una risposta che non avrei avuto se non avessi fatto l’ultima domanda, dato che se non deve comandare la mamma poteva sembrare ovvio che dovesse toccare al padre. Questo esempio sottolinea come si capisca di piĚ se si fanno domande, sennė si inventa. Difficile farlo con i nostri simili, piĚ facile con persone diverse, perché in quel caso molte volte non capiamo davvero niente.

Qualche sera fa, sono andata in Internet e in quarantacinque secondi alla parola genitorialitą ho trovato duecentotrentamila voci. Di queste (me ne sono guardata centocinquanta) non ce n’era una che si riferisse agli stranieri: per trovare gli stranieri dovevi cambiare voce, ed era “genitore” e “famiglia straniera”. Allora lď ce n’erano ottocentottantasei. Perė erano proprio due strade distinte, come se la genitorialitą fosse dei bianchi. Di queste duecentotrentamila voci la maggioranza era su progetti di sostegno e aiuto: a volte Ź meglio che aiutiamo e sosteniamo meno, ma capiamo di piĚ. Qui da noi Ź piĚ facile, ma voi immaginatevi quando uno/a psicologo/a, piĚ giovane, dice ad un padre egiziano di cinquant’anni come si fa il papą: e magari il/la psicologo/a ha ventisette anni, non si Ź mai sposato/a e ha l’aria da ragazzetto/a; immaginiamoci come il papą sia pronto a prendere appunti su come si fa il papą! Non Ź che allora possano fare gli psicologi  solo quelli sopra i settantadue anni, il concetto Ź un altro: quale lavoro facciamo? Quale lavoro puė essere svolto anche da  una  ventiseienne con un signore di cinquanta, egiziano e con i baffi? Se si tratta di aiuto e sostegno in questi termini Ź fallimentare (in questo caso dovrebbe esserci la psicologa di settantadue anni, ché non Ź piĚ importante che sia donna o uomo e l’egiziano potrą fidarsi perché pensa  che sappia le cose).

Mi sembra perciė importante rivedere la modalitą del sostegno e aiuto.

In inglese per “costruzione della realtą” si usa il termine “co-costruction”, che Ź molto bello: Ź una costruzione che va fatta insieme, non per criteri morali ma perché si fa insieme, nel senso che l’attribuzione di significato Ź poi data da un gruppo (familiare o di lavoro), ma il significato da dare ai fatti viene costruito insieme. In questo senso allora credo che non si possa aiutare un cinquantenne egiziano a ventisei se il problema non Ź costruire insieme una realtą.

Due elementi sono molto gettonati, a mio giudizio per ragioni economiche: in primo luogo i gruppi monotematici: quelli per le signore depresse, quelli per il mobbing, quelli per i bambini adottati; se noi andiamo a vedere quali criteri scientifici siano alla base delle moderne scienze dell’apprendimento, vediamo che l’unica modalitą Ź quella per differenza. Quindi questi gruppi monotematici finiscono per essere dei gruppi di sostegno, dei gruppi dove ognuno racconta la propria disgrazia e ci si tira un po’ su di morale: ma l’apprendimento Ź difficile che passi. L’altro elemento molto importante Ź che il cambiamento (vale per psicologia, fisica, matematica e tutte le scienze moderne) avviene per sbalzi e non Ź una curva in continuum: anche questo ci deve aiutare a modificare le nostre modalitą di intervento o di lettura della realtą, perché non si tratta di un processo di accompagnamento gradino dopo gradino, ma il cambiamento avviene per sbalzi. Io per esempio sono una che dice che la cronicitą non Ź dei nostri utenti o pazienti, ma Ź nel nostro rapporto: loro non cambiano e noi non introduciamo piĚ nessun cambiamento perché non siamo piĚ in grado dopo che per un sacco di tempo non Ź successo niente, ed allora il rapporto diventa cronico. Noi ci tiriamo fuori dicendo “che brutto cronico quello lď”, in realtą Ź il nostro rapporto con loro ciė che impedisce un cambiamento; forse la stessa persona, con un altro psicologo, con un’altra storia, potrebbe mettere in moto delle cose.

Quello che so per certo Ź che io e questa persona insieme facciamo cronicitą, cioŹ non introduciamo cambiamento. Qualcosa di simile  avviene in moltissime famiglie dove c’Ź una situazione statica e cronica, senza essere ufficialmente patologica.

Il concetto di genitorialitą Ź inteso spesso come fatto biologico (puė nascere da un rapporto sessuale oppure da un’inseminazione, eterologa o omologa); poi abbiamo la modalitą giuridica, con l’adozione, dove Ź un tribunale che stabilisce questa volta la genitorialitą; e poi abbiamo una serie di esperienze che anche in Italia sono presenti, dove la genitorialitą viene data come attribuzione di senso: ad esempio Numa Delphia, la comunitą di don Zeno dove si stabiliscono  mamme e bambini, ed i bambini chiamano queste signore “mamma”; si tratta di un’attribuzione di significato, nulla a che vedere con l’aspetto biologico e giuridico. E potremmo elencare molti altri modelli.

C’Ź il modello classico ebreo, che nasce con MosŹ, del levirato: se in una coppia senza figli, il marito muore, suo fratello diventa automaticamente il marito di questa vedova ed i figli che faranno insieme avranno il nome del morto.

Nel Sudan esiste una cosa molto simile: se muore un marito che non ha ancora figli, suo fratello subentra ed i figli eventuali avuti con la vedova lo chiameranno zio: il papą, a tutti gli effetti, sarą il morto.

Poi ci sono tutte le situazioni monogenitoriali, dove c’Ź una sola persona che si occupa di un bimbo. Ci sono comunitą nel Tibet dove tutti i fratelli prendono un’unica moglie, che Ź la moglie di tutti: i bambini che nascono da questa donna sono del fratello piĚ grande.

In Kenya esiste un’etnia, i Nandi, i quali hanno un’organizzazione per noi molto complicata: se muore il marito, e non ha fratelli maschi ma solo femmine, la femmina subentra e diventa il marito della vedova (i bambini ovviamente ci sono gią, e la cognata diventa ufficialmente il marito, e sarą chiamata papą dai bambini). Se la signora Ź ancora in etą fertile, puė decidere anche di sposarsi e prendersi un compagnio maschio, con il quale farą figli e lei in questo caso farą da mamma e sarą chiamata mamma: quindi riveste per tutta la vita due ruoli, mamma per questi bambini e papą per quelli. Tutto ciė non reca turbamento perché Ź dentro una certa cultura e non Ź un fatto eversivo o un fatto che stupisce tutti, e quindi uno deve riflettere su questo; pensate a quante obiezioni facciamo noi per esempio alla questione dell’omosessualitą.  

All’inizio del Millenovecento, l’esperienza dei kibbutz apportava una concezione di genitorialitą completamente diversa, infatti ai tempi di Bettelheim si aveva una distinzione tra il gruppo affettivo ed il gruppo dei pari. L’adulto di riferimento era la metą pelet, cioŹ quella che si occupava all’interno del kibbutz dei ragazzini, ed i genitori avevano una funzione assolutamente accessoria.

A differenza dei nostri orfanotrofi lď era stato valorizzato il gruppo dei pari: i risultati erano che questi bambini erano bravissimi a lavorare in gruppo, poi, se andavano in universitą, dove si richiedeva un lavoro individuale allora avevano piĚ difficoltą.

Queste sono, grosso modo, le principali configurazioni di famiglia.

Quando si parla di genitorialitą, ci si deve chiedere di cosa si sta parlando e cogliere nelle diverse modalitą di diventare genitori quello che vi Ź di comune, perché alla fine Ź questo quello che interessa.

Partiamo dalla piĚ semplice da questo punto di vista:  l’adozione.

Rispetto ad una famiglia in cui, in una notte di passione, viene messo  in cantiere un bambino, che poi nasce, l’adozione ha tutto una preparazione precedente. Esiste un patentino che gli adulti prendono in cui degli psicologi valutano quanto la coppia richiedente sia in grado di fare i genitori. Dopo Ź quindi piĚ difficile riconoscere gli errori di percorso.

Da questo punto di vista il figlio adottivo Ź un po’ simile allo straniero: Ź un estraneo che entra in casa nostra e noi ci sentiamo, ci crediamo preparati ad  accoglierlo. A questo proposito Ź significativa l’espressione  “ vengano pure gli stranieri, purchŹ si adeguino”. Ma che vuol dire  adeguarsi, uniformarsi? Se significa imparare  a non sputare per terra sono perfettamente d’accordo, perché  in Italia la lotta contro la diffusione della TBC Ź stata vinta nei tempi passati con una strenua battaglia  educativa.

Sotto certi aspetti l’omogenizzazione  Ź opportuna e a volte necessaria, ma non deve prevalere l’idea che i nostri modelli familiari e culturali siano unici e che lo straniero debba necessariamente  adeguarsi anche perché da quanto emerge dalla cronaca  e dai colloqui professionali le nostre modalitą non sono sempre da imitare.

Lo straniero, sia esso bambino o adulto,  che entra nella nostra vita ha sempre  in se qualcosa di inquietante perché misteriosi sono la sua storia e le sue abitudini, i suoi valori  il suo  stile di vita  ecc.

Torniamo ora a  parlare del bambino adottivo che entra a far parte di una famiglia mononucleare, per osservare in particolare un fenomeno i genitori (tutti e due) osservano, commentano con sospetto gioia ed ammirazione l’Altro, ma questo Altro Ź solo  nell’affrontare i suoi  complessi sentimenti   ed emozioni che oscillano  fra timori e speranze di buona accoglienza.

I genitori sono in coppia, mentre il bambino Ź solo di fronte  all’impatto di questa nuova esperienza e questa situazione  sbilanciata va tenuta ben presente.

Questo fenomeno non si verifica  in famiglie con figli biologici, dove spesso i genitori  non concordano nel considerare  le caratteristiche dei figli  e sono frequenti le espressioni “tuo figlio”, “tua figlia”. Questa differenziazione non si verifica  tra genitori adottivi,  che permangono  uniti anche negli scontri perché né l’uno né  l’altro  si riconosce nelle manifestazioni del figlio adottivo che non sentono come proprio.

Quando insorgono complicazioni come  i difetti, il carattere, le difficoltą  di comportamento vengono attribuiti  ai genitori biologici con le fantasie  piĚ incredibili (erano tossici, sono morti di AIDS, il padre o la madre sono stati in  galera, non scatta una riflessione su di sé, sui propri parametri educativi perché sono stati  giudicati idonei  “mi hanno visto tre psicologi” “abbiamo tre patentini” e quindi le difficoltą sono sue, del bambino!

Analoghi meccanismi difensivi scattano  nel bambino adottivo che, quando  c’Ź  bufera in famiglia, esplode con “non sono neanche figlio vostro, vado dalla mamma” oppure “non posso essere figlio di questa qua” .

E’ come se in casa  vi fosse uno scrigno dove genitori e bambini adottivi  attingono, nei momenti di difficoltą, per incolparsi a vicenda.

Un altro aspetto particolare della famiglia con figli adottivi Ź costituito dal fatto che non possono fare ricorso alla genetica; la genetica ha due aspetti; uno Ź l’aspetto sanitario – medico e scientifico – l’altro Ź l’aspetto che viene utilizzato nel linguaggio familiare per l’attribuzione della colpa che permette di scoprire “chi Ź il colpevole in famiglia” “ tua madre ha il carattere di nostro figlio” ecc.

Come ho accennato precedentemente io conduco gruppi di sostegno con genitori nei loro compiti educativi, se i gruppi sono misti,  cioŹ composti da genitori biologici e genitori adottivi, sarą difficile far risalire i problemi che insorgono (es. disobbedienza, reazioni violente ecc.) all’adozione perché  attraverso  il confronto con i genitori biologici si potrą facilmente mettere in luce  come anche i figli biologici abbiano problemi analoghi.

Al contrario, se il gruppo Ź omogeneo, cioŹ composto esclusivamente  di genitori con figli adottivi, l’adozione balza in primo piano e diventa l’unica fonte di problematicitą e con ciė diventa arduo far riflettere sui possibili errori educativi che, se riconoscibili, potrebbero essere affrontati, attenuati o risolti.

Un’altra considerazione riguarda coppie miste in cui vi sia una marcata differenza nel colore della pelle. Se il bambino che nasce dall’uomo Ź di pelle nera, in caso di fallimento del matrimonio questa caratteristica diventa spesso difficilmente sopportabile.

Se riflettiamo possiamo osservare come normalmente i figli abbiano modi di atteggiarsi (il modo di muovere le mani, gli occhi, di arricciare il naso, di ridere) che ricordano la moglie o il marito. Se a queste caratteristiche, in caso di separazione, si aggiunge il colore della pelle, questo diverso elemento diventa un richiamo continuo al partner con tutti i relativi sentimenti connessi (delusione, odio, gelosia, rancore ecc.). Proprio in questi giorni sto seguendo una situazione di questo tipo, di una madre con due bambine che a me sembrano bellissime, mentre la madre le definisce con queste parole, “sa come sono gli africani, un po’ scimmie” ed io rimango attonita. Il colore della pelle, i modi di atteggiarsi hanno un grande peso nel momento del rifiuto o della separazione dei partners.

Torniamo a parlare dello straniero. Lo straniero che entra in Italia Ź cosď immerso  in una storia completamente diversa dalla nostra che determina facilmente relazioni difficili.

Il confronto tra la sua storia e la nostra Ź difficile anche perché spesso non si cerca un vero confronto ma un “errore”  nella sua storia per poter valorizzare la nostra e trovare un elemento rassicurante di connessione. Da qui derivano scarse o nulle possibilitą di intesa.

Anche quando lavoro in  psichiatria ogni storia che ascolto Ź particolare, unica e spesso, dal punto di vista autoctono, considerata assurda. Quando ascolto persone che vengono dal meridione,  ad esempio molte persone anziane  reagiscono ai lutti con manifestazioni del dolore molto evidenti, con pianti prolungati e da noi accolti con sufficienza e fastidio.

Oggi le reazioni prolungate al lutto sono meno frequenti anche perché a chi lavora Ź concesso un permesso di astensione dal lavoro di tre giorni e chi non si adegua viene considerato “un lavativo”; anche se questa convinzione potrebbe quantomeno essere discussa.

E’ cosď forte il bisogno di affinitą, di scoprire le radici comuni che, a proposito dell’Europa, poniamo le radici giudaico-cristiane (al di lą che ci siano o no) come elemento unificante “siamo uguali, abbiamo questa unitą di fondo”. Trovare elementi comuni tra popoli, culture, individui rassicura; siano esse le radici giudaico-cristiane  o quant’ altro.

Non conoscere le radici dell’Altro ci preoccupa, ma preoccupa perché non siamo in grado di leggerle.

Ad esempio anche gli psicologi, spesso irrigiditi  nel loro ruolo, non dimostrano una sufficiente curiositą per approfondire certe diversitą, e danno troppo presto  consigli che poi  risultano inadeguati. Spesso non chiedono: “mi racconti, come vi comportate in questo caso  nel vostro paese”, bensď: “signore, non deve fare cosď con il bambino”, cioŹ scatta la molla dell’omologazione che impedisce ogni possibilitą di comprensione.

A questo proposito devo segnalare l’orientamento della scuola purista parigina che ritiene sia meglio lasciare lo straniero al suo proprio stato (anche se tribale), ma a mio parere questo modo di pensare Ź sbagliato. Infatti lo straniero  che si Ź stancato della sua terra, che ha affrontato il viaggio  non Ź piĚ quello di prima. Da quando Ź partito a quando Ź arrivato Ź gią cambiato; un cambiamento operato dal viaggio. Si tratta di costruire una nuova realtą che non prevede necessariamente un omologazione alla nostra, ma neanche che torni alla sua, perché non ne Ź piĚ in grado. Il momento Ź delicato ed il nostro intervento psicologico deve essere consapevole delle molte sfaccettature di questo percorso.

Durante la mia attivitą ormai pluriennale  con tante coppie e famiglie straniere mi ha sempre colpito  il fatto che il membro della coppia che arriva per primo  nel nostro paese Ź colui che sa parlare meglio l’italiano, l’altro, anche se nel paese di origine aveva un livello culturale piĚ elevato, parla un italiano molto stentato e sgrammaticato e con continue inserzioni di parole nella propria lingua.

L’adesione al linguaggio e cosď pure alla cucina locale pur se con i propri tempi e modi  Ź un segnale forte del desiderio di inserirsi nella nuova societą.

Di solito sono prevalentemente le donne che si adeguano al nostro modo di vivere perché si confrontano quasi immediatamente con un clima che, per la maggior parte di loro Ź piĚ libero e che le induce ad uniformarsi alle nostre consuetudini.

La libertą viene pagata perė a caro prezzo per i ritmi incalzanti del lavoro a cui si sottopongono.

La libertą Ź anche qualche cosa di molto complesso che mette anche in crisi equilibri ed atteggiamenti educativi: ad esempio suscita dubbi sull’educazione dei figli perché si diventa incerti fra ricalcare i modelli originari od accogliere e trasmettere le nuove acquisizioni.

Torniamo al bambino adottato che entra nella nuova famiglia e vediamo che o cerca di sedurre i genitori adeguandosi ai loro modelli o se Ź spaventato per precedenti traumi, provoca un gran subbuglio: mette alla prova  i genitori, cerca di verificare il loro reale desiderio  di accoglierlo o meno e cosď via.

Analogo Ź il comportamento dello straniero adulto che, se accolto, si adegua, in caso contrario assume atteggiamenti che consapevolmente o meno tendono a mettere alla prova perché non Ź disposto ad abbandonare le sue tradizioni.

Io credo ora si stia formando un nuovo tipo di straniero che si destreggia fra i riferimenti del paese di origine  e quelli del paese ospite. Anche in questo caso perė il risultato Ź un grande disagio. Capita che lo straniero viva qua con l’idea di essere, ad esempio, africano e sperando di tornare in Africa. Ma quando riesce a farlo, in Africa si sente europeo e vuole tornare qua, a quel punto con una grossa difficoltą ad avere un punto di riferimento. Si assiste ad un grande sradicamento in entrambe le situazioni.

In questa riorganizzazione di Sé lo straniero Ź solo in quanto vive senza la famiglia di origine. In molti casi questa famiglia Ź importantissima anche perché spesso  Ź la stessa che ha combinato il matrimonio  o quella da cui non si Ź mai usciti.

Altro elemento importante all’interno della famiglia Ź il passaggio da due a tre, esso determina un tale cambiamento che proprio si ribalta tutto, perché Ź il passaggio piĚ faticoso da un certo punto di vista: diventare dispari.

Spesso capita che, con l’arrivo del primo figlio, il marito abbia la sensazione di non essere piĚ interessante per la moglie ma che la moglie Ź interessata al bambino, perché proprio subentra un gioco di alleanze che se si Ź in tre per forza le alleanze vanno da una parte o dall’altra a seconda dei momenti. Questo elemento delle alleanze prima esisteva, in parte, con le famiglie d’origine. In molti matrimoni le famiglie d’origine sono importantissime, sono addirittura la causa di certi matrimoni; o comunque la famiglia gravita su una delle due famiglie d’origine: difficilissimo che abbiano gli stessi rapporti con le due famiglie d’origine di lui e di lei. Di solito se ne sceglie una da cui ci si fa adottare, dentro alla quale oppure dalla quale non si Ź mai usciti: In realtą ti sei sposato/ta ma in effetti sei ancora lą nella famiglia d’origine.

Il meccanismo che si verifica con gli stranieri Ź perfettamente uguale. Loro con le famiglie devono tagliare i rapporti in quanto le famiglie sono lą e le devono mollare. Le famiglie in moltissime storie sono piĚ importanti delle nostre perché ci sono fior di situazioni dove i depositari della cultura dei bambini sono i nonni.

Ricordo un elemento che riguarda in particolare stranieri provenienti da paesi con una nozione del tempo diversa dalla nostra: il tempo non viene cosď ritmato, segmentato in ore, minuti, secondi, ma considerato con misure piĚ ampie e di conseguenza “gli anni, l’etą” sono spesso  parole senza significato; alla nostra domanda “quanti anni ha il bambino?” genitori e nonni rimangono interdetti non sapendo cosa rispondere. Se invece interrogati, ad esempio in un caso di gastroenterite,sull’alvo e la diuresi sanno rispondere perfettamente.

Al loro arrivo devono ben presto imparare che da noi tutto funziona in base all’etą. Ad esempio ad anni stabiliti i bambini devono  fare le vaccinazioni, a 6  anni iniziano le scuole ecc. ed a questa impostazione della vita ci si deve necessariamente adeguare.

Altro elemento di diversitą  Ź dato, in molti paesi, dall’esistenza  della poligamia e dal conseguente ordine gerarchico  in cui sono inseriti sia la moglie che i figli.

A questo proposito vi racconto  un episodio imbarazzante in cui si Ź  trovato un mio amico  missionario che lavorava con un gruppo  di persone che praticavano  la poligamia.

Ad un certo punto questo gruppo chiese  di volersi  convertire alla religione cattolica  al che il missionario rispose “non Ź possibile  perché avete tutti tre mogli”. Il gruppo se ne andė mogio mogio. Poco tempo dopo si ripresentarono  con il libro del vecchio testamento  dicendo:   “anche allora gli uomini  avevano piĚ mogli” e la logica del missionario fu messa a dura prova.

Torniamo all’ordine gerarchico riconoscerlo Ź indispensabile  se si deve capire il tipo di relazioni  esistenti in famiglia: ad esempio  quando si parla di madre ci si riferisce  alla madre biologica o alla moglie piĚ anziana,  chi in quel contesto assume le funzioni di  madre? Queste ed altre domande di chiarificazioni dei ruoli possono  permettere una comprensione della rete familiare.

A  proposito di poligamia  mi vengono in mente alcune scene molto tristi dal film  di Fellini “8 ½”: il protagonista convive con  moglie ed alcune amanti  che via via  che invecchiano sono costrette ad abbandonare il tetto coniugale.

L’ultima amante tenta un atto di seduzione  ballando appassionatamente “la danza del cigno”  finché non cade stremata a terra. Il tentativo fallisce e, piangente, viene allontanata da casa.

Questa Ź l’unica manifestazione  artistica italiana della poligamia ( o fac-simile) che ricordo.

La poligamia svolge in certi paesi  una funzione pratica, concreta: il matrimonio con una giovane donna Ź determinato dalla necessitą di aiutare la moglie anziana a svolgere lavori domestici e, tale moglie,  non solo acconsente, ma Ź lei stessa  a richiederlo. Una gerarchia  rigida  tiene sotto controllo la competizione e la gelosia  fra le mogli e permette che sotto lo stesso tetto  possano convivere anche 4 o 5 mogli. Ma non Ź tutto privo di conflitti

Torniamo alla  funzione genitoriale. In questo  periodo sto seguendo una coppia di lesbiche  di cui una Ź incinta. Con il gruppo dei  tirocinanti  ci siamo posti una serie di domande sul ruolo dell’elemento non gravido  della coppia, ed abbiamo fatto delle ipotesi: la donna incinta ha una posizione chiara ma “l’altra” chi Ź? La seconda madre, la compagna della madre, l’amica della madre, l’amica di famiglia, il padre?

Rimanendo in osservazione si sta vedendo quale strada viene imboccata. Per ora Ź molto simile a  quella di un  padre e, come tutti i padri, assiste la madre in questo percorso: la gravidanza, la nascita, ed in questo caso anche all’inseminazione. Anche qui Ź la madre che cambia forma,  che sente i movimenti del feto e  poi partorisce; quindi l’altra donna, quella non gravida assiste con curiositą  e partecipazione quanto avviene.

E’ qui interessante osservare come l’attribuzione di significato rispetto alla genitorialitą sia diversa nelle varie nazioni e diverse siano le regole che ne discendono. Ad esempio in Spagna non si comunica nessuna notizia  relativa al donatore di cui (se il Centro a cui ci si Ź rivolti Ź serio) viene garantito lo stato di buona salute. In Belgio  viene consegnato un CD con tutti dati del donatore a cui si puė fare sempre riferimento.

In 40 stati degli USA  il donatore puė essere sempre ritrovato e, in caso di morte della donna  che si Ź sottoposta all’inseminazione, puė esercitare la patria potestą.

Sempre negli Stati Uniti d’America analoghe regole sono state  stabilite per il figlio adottato che, in qualsiasi momento, puė accedere  ai dati dei genitori biologici; in Italia invece al figlio adottivo  Ź preclusa tale ricerca.

Questi diversi modi di regolamentare la genitorialitą  mi fanno pensare che la genitorialitą  non sia qualcosa di naturale bensď sia costruita attribuendole significati differenti  a seconda dei diversi  contenuti sociali e  familiari a cui si appartiene.

Esistono situazioni ancora piĚ complesse: ad esempio nel caso in cui una donna non riuscendo  a portare a termine la gravidanza puė “affittare” l’utero e il ventre di un’altra donna “ qual Ź la madre? Colei che ha  fatto crescere il bambino nell’utero  o l’altra donna?

La legislazione francese contempla  la possibilitą che  vi siano anche tre  padri e due madri, in relazione alle funzioni  che padri e madri hanno avuto  durante il percorso.

Come appare evidente, la situazione Ź complicatissima.

Parlare di genitorialitą significa parlare di qualcuno che esercita  tale funzione che,  come abbiamo visto all’inizio, varia  in relazione  al contesto  in cui si svolge ed Ź molto difficile mettersi in relazione con una funzione d’aiuto se si parte dalla convinzione di dover colmare un deficit piuttosto che co-costruire la relazione.

A questo punto il contatto, il confronto  con gli stranieri ci puė anche essere utile.

Mi pare importante citare la frase di un’anziana  signora “a furia di proteggere i nostri figli  che non sono mai maturi li facciamo morire”.

Noi abbiamo un modello di  genitori che esercita la sua funzione protettiva ad oltranza, tanto che gli adulti di  35 anni  dicono di se “noi ragazzi”. Solitamente gli stranieri non possono    sentirsi né comportarsi come ragazzi a 35 anni  perché nei loro paesi  ci si distacca dalla famiglia molto precocemente, anche se permane il legame  affettivo.

Ed ora affrontiamo   un altro tema molto complesso  relativo a persone il cui confine fra  biologico-fisico e psicologico Ź arduo: mi riferisco ai Viados.

Ho lavorato per anni presso  un CPS nei pressi della stazione centrale dove vi sono pensioni  frequentate da Viados .

Mi occupavo  di pratiche relative al servizio militare perchŹ dovevo  certificare lo stato della loro identitą sessuale nonché  esprimere un parere sull’opportunitą  o meno che questi soggetti  si sottoponessero ad intervento chirurgico per definire la loro identitą. Il lavoro era molto impegnativo e faticoso  anche perché non vi erano libri  da cui attingere. L’indagine  doveva svolgersi su piĚ versanti: innanzi tutto dovevo capire se il desiderio  di diventare donna fossa determinato da un temporaneo delirio psicotico; infatti qualora il soggetto  si fosse sottoposto ad un intervento chirurgico  avrebbe potuto successivamente denunziarmi per non aver capito che, al momento della richiesta, era in condizione delirante. Questo era il primo aspetto da  indagare.

L’indagine proseguiva poi su due filoni: si trattava  di mettere  a fuoco se l’interessato  era consapevole che diventare donna avrebbe inciso profondamente   anche sul suo lavoro perché era proprio  il possedere attributi maschili  e femminili che lo rendeva  piĚ attraente di una prostituta. Era altrettanto importante  che l’interessato  si rendesse conto che il cambiamento  di stato avrebbe avuto ripercussioni anche sul “proprio piacere”. A questo proposito, l’endocrinologo con cui collaboravo, avendo alle spalle una  vasta casistica  in questo ambito,  riteneva che i Viados non potessero avere  un vero e proprio orgasmo  perché, nei punti nevralgici mancano  le trasmissioni nervose,  nonostante ciė vi erano soggetti  che, aldilą della finzione, riferivano di avvertire sensazioni  cui attribuivano carattere di orgasmo.

Oggi questa tendenza di voler  definire la propria identitą sessuale  sta scomparendo, mentre sta emergendo  un nuovo modo di essere Viados, cioŹ mantenere  sia le caratteristiche  maschili che femminili: sta sorgendo  un  terzo sesso, anzi un supersesso ed un ampia  letteratura sta fiorendo in america.

Tutti questi fenomeni sono molto nuovi e difficili da categorizzare con i parametri noti ma, proprio per questo Ź possibile che scatti un’atteggiamento di curiositą che facilita la possibilitą di conoscere, Mentre in situazioni considerate piĚ note Ź possibile che ci si accontenti di informazioni superficiali che ci impediscono di conoscere i termini del problema per cui siamo stati interpellati.