TITOLO
Relatore Dott. Dazzi
 
Il mio progetto di questa sera, non e' quello di dirvi che cos'e' in realta' un borderline, quanto piuttosto, di individuare le coordinate all'interno delle quali si basa il pensiero su quello strano fenomeno, che oggi in maniera piu' o meno propria viene definito come borderline.
Coordinate che a partire, grosso modo, dagli anni trenta hanno, da un lato determinato il corso del pensiero teorico, dall'altro sono state determinate le influenze esterne (nel senso che, lo sviluppo del pensiero, non e' mai stato lo sviluppo del pensiero sotto vuoto).
E' stato lo sviluppo di pensiero che ha risentito delle continue modificazioni dell'intersecarsi di numerose aree.
Fatta questa confusa premessa vorrei citare solo alcune cose iniziali.
Attorno agli anni settanta Andrea Green, in un articolo di estrema rilevanza sulla concettualizzazione della patologia borderline, sostiene che ormai borderline sono i pazienti del nostro tempo, cosi' come l'isterica era la paziente dei tempi di Freud.
Il borderline diventa il paziente degli anni settanta/ottanta, gia' questo implica comunque la discussione.
Lo stesso Robert...diceva: "se Edipo era il prototipo mitico della prima fase della storia della psicoanalisi, Amleto diventa il prototipo di questa fase".
Detto questo non e' che le cose cambino molto.
Potremmo dire, se nella prima fase dello sviluppo del pensiero psicoanalitico, il prototipo mitico e' il prototipo dell'evoluzione psico-sessuale, allora, il prototipo mitico degli anni settanta non e' il prodotto dello sviluppo psico-sessuale, ma il prodotto di processi che ruotano attorno ad altro, cioe', l'identita', il se', oppure la relazione transfert contro transfert.
Focalizziamoci ora su questi due elementi: cosa si intende per passaggio dalla centralita' dello sviluppo psico-sessuale delle fasi di evoluzione, che ruotano attorno a zone di primarieta' erogena allo sviluppo del se'?
Sono quanto meno due universi di discorso completamente differenti.
D'altra parte, se noi, nell'operazione scientifica dal punto di vista epistemologico, sosteniamo che in fondo noi vediamo il mondo cosi' come lo pensiamo e non viceversa, la prima domanda che ci poniamo e' questa:
  • Vediamo pazienti diversi?
  • Abbiamo a che fare con un'utenza diversa, oppure al contrario, vediamo cose diverse negli stessi pazienti?
  • Cambia l'oggetto della nostra indagine, o cambia lo sguardo della nostra indagine?
  • Cambia il modo nel quale noi osserviamo il fenomeno.

Credo che la grossa rivoluzione, sia avvenuta a cavallo degli anni cinquanta/sessanta. Non possiamo prescindere dal nostro discorso dall'utilizzazione di certe modalita' concettuali, come possono essere la struttura, lo sviluppo del se', le relazioni dei cosiddetti oggetti parziali, concetti che sono stati imposti dall'evoluzione del pensiero psicoanalitico.
Da un lato, vediamo che le coordinate attorno alle quali si cerca di capire che cos'e' un borderline, vengono in qualche modo dirette dagli sviluppi di pensiero, indubbiamente le ricerche evolutive, le ricerche di tipo interdisciplinare, organizzano le coordinate e i modi di leggere, cioe' i cosiddetti stati mentali preventivi; dall'altro lato queste stesse coordinate, non solo ci fanno vedere la patologia primitiva, (anche in pazienti che si presentano con una patologia apparentemente piu' strutturata, quanto addirittura l'inverso, ci permettono di aggredire e ci hanno permesso direttamente di aggredire, pensate soltanto alla popolarita' tra gli anni cinquanta e sessanta del trattamento delle psicosi) ma ci permettono di andare accanto a quei quadri che storicamente la psicoanalisi doveva tenere al di fuori del proprio universo di pensiero, il senso di questa confusione ci viene dato da alcuni articoli; ricordo un articolo di quegli anni (fine anni 70), riguardo una discussione a posteriori dell'uomo dei lupi. ......................... ??? Io credo sia un discorso molto complesso, e cio' che abbiamo appena detto puo' servire soltano come inizio.
Io lo vorrei approfondire partendo dallo sviluppo storico, e di come ci si e' trovati a dover affrontare qualche cosa che in sostanza non era prevista.
La grave patologia borderline nasce sostanzialmente per un fraintendimento, perche' il rapporto tra la teoria e la teoria della tecnica, comincia a stridere nel senso che i conti non tornano.
Le esperienze cliniche degli autori che hanno cominciato a scrivere su questi pazienti, riguardano i problemi clinici ingestibili, cioe' problemi che sembrano gestibili e poi non lo sono.
E' la storia di pazienti che apparentemente presentavano indicazioni per un trattamento analitico, e che all'interno del setting analitico sviluppavano dei fenomeni regressivi non piu' controllabili da una tecnica, o dalla stessa tecnica che aveva come obiettivo la produzione di quella stessa regressione.
In altri termini cio' che veniva considerato un prodotto del lavoro, si manifestava come un prodotto sbagliato, come qualche cosa di anomalo e di indotto.
Ed e' la storia di questi famosi pazienti, che, sulla base di concettualizzazioni posteriori vengono definiti come pazienti schizoidi, narcisisti, che sviluppano un falso se', pazienti che, sulla base dell'unita' di misura di indicazioni e trattamento davano un segnale di positivita' solo all'interno del trattamento, presentavano un qualche cosa che non era stato visto prima.
Lo stesso si puo' dire dai dati che provengono dalle discipline contigue.
In Italia, non abbiamo una tradizione di ospedalizzazione psichiatrica o di psicoterapia, all'interno di una istituzione di ricovero; nei paesi anglosassoni dove questa tradizione e' presente da anni, gli stessi fenomeni si presentavano anche negli altri tipi di trattamento: per esempio, nella valutazione
psicodiagnostica, Margherita Lang vi parlera' in uno dei prossimi seminari.
Ho visto dall'aspetto diagnostico, cosa emergeva nella questione psicodiagnostica, che pazienti che rispondevano a livelli di processo di pensiero secondario, in un setting non strutturato, davano manifestazioni di rispondenza psicologica da processo primario, ed anche cio' cominciava a trovare una
difficile spiegazione.
Un altro setting e' quello ospedaliero, il cosiddetto reparto psichiatrico; pazienti che venivano ricoverati per questioni che potevano sembrare gestibili, manifestavano fenomeni regressivi di una intensita' tale, sia sul piano del controllo delle pulsioni, sia sul piano del controllo del comportamento, che imponevano una riflessione totalmente diversa sul livello della diagnosi delle loro patologie.
Quindi troviamo due ordini di problemi:
- il primo riguarda lo sviluppo della teoria;
- il secondo, i rapporti con altre figure professionali che si occupano della stessa area di patologia, cioe' quella psichiatrica.
Approfondiro' questi due punti. Il secondo punto che puo' sembrare in qualche modo opzioso non lo e', perche' ha influito, o ha generato una sensibile influenza sull'elaborazione del pensiero, tanto teorico che
diagnostico, in ambito psicoanalitico.
Il primo punto riguarda lo sviluppo della teoria, ed e' gia' stato accennato con la cosiddetta centralita' della relazione dialica del transfert contro transfert.
Indipendentemente dal fatto che si cominciasse a lavorare con le patologie gravi, sottolineo indipendentemente, la questione e', che la psicoanalisi o il riflettere teorico sulla psicoanalisi, comincia a mostrare uno spostamento a livello di stuttura logica, come sostiene Galli in un articolo di qualche anno fa, la questione sembra essere che, la relazione terapeutica cambia concettualmente in questo senso: da cosa dipende il cambiamento nel paziente che abbiamo di fronte.
Fino a quando la cosiddetta controversia Kleiniana ha assunto proporzioni molto rilevanti (agli inizi degli anni quaranta), cio' che rendeva vero un intervento e che produceva la verita' dell'intervento terapeutico, era
un'interpretazione e la relazione analitica in questo senso, era data dal favorire la produzione di un insieme di fenomeni rispetto ai quali, l'analista utilizzava uno strumento che gli derivava dall'analisi personale, derivava dalle supervisioni, dalle letture (a quel tempo ancora poche), da una serie di preparatori dello strumento, che lo mettevano in grado di produrre l'atto finale.
Il cambiamento clinico del paziente verso la guarigione era l'interpretazione: interpretazione del transfert........???
La prima visione di transfert di Freud, fu vista come un settore che potesse generare dei dati da interpretare, e non come il settore progressivo dello sviluppo del pensiero psicoanalitico.
A questo arriviamo mediante il contributo delle controversie Kleiniane (che cominciano a definire l'io come un apparato ricco di strumenti fin dalle sue prime fasi); con i contributi che derivano anche dalla psicologia dell'io, nel senso che, in aree non Kleiniane la psicoanalisi non e' piu' solo una psicoanalisi delle pulsioni, ma diventa una psicoanalisi del rafforzamento dell'io e della sua espansione.
Non piu' l'analisi dei contenuti, ma la cosiddetta analisi delle difese.
Questo genera uno spostamento, per cui non abbiamo piu' la verita' dell'interpretazione, o meglio, passiamo dalla verita' dell'interpretazione, alla verita' del setting.
Il setting diventa un concetto debole, rispetto al concetto forte che e' l'interpretazione, ma diventa un concetto portante cioe', il setting, non e' altro che una cornice, uno spazio delimitato, o che delimita un qualcosa all'interno del quale avvengono situazioni che io posso interpretare.
E' chiaro che, nel momento in cui, se approfondiamo il discorso dell'importanza del setting, cio' che emerge e' che, la centralita' del lavoro analitico, non e' piu' l'attenzione del terapeuta alle libere associazioni ed ai sogni, ma diventa l'attenzione del terapeuta agli scambi.
Non e' piu' la produzione inconscia deformata dal paziente quanto piuttosto le modalita' con le quali il paziente diventa il centro del lavoro analitico.
Di qui se l'interazione, clinicamente diventa lo spazio piu' importante, bisogna fare i conti con gli altri concetti.
Per esempio alla fine degli anni sessanta Anna Freud dice:" tutto questo sviluppo dello studio dell'io, aveva a che fare con l'essersi messi a curare gli psicotici, ha determinato uno spostamento dell'indicatore dell'attenzione, non si interpretano piu' i sogni, non si chiede piu' alla gente di associare liberamente, non si sta piu' ad ascoltare i derivati del materiale inconscio, sembra che tutti gli analisti per forza debbano lavorare sul transfert; e poi aggiunge una cosa che a quel tempo e anche negli anni successivi getto' un clamore eccezionale, disse:
ma queste sono cose molto delicate che bisogna lasciare da parte"(questo e' un articolo del sessantotto).
Perche' e' una cosa delicata? Anna Freud aveva capito benissimo che non puo' essere considerata l'indagine della relazione terapeutica, come qualche cosa da unire ad un lavoro piu' oggettivante, o si fa l'uno o si fa l'altro.
Se assumiamo che l'importanza principale diventa lo studio della relazione, o delle transazioni tra il paziente e l'analista, e' molto difficile non farvi entrare anche le produzioni piu' oggettivate o piu' oggettivanti, come puo' essere il racconto di un sogno all'interno di una relazione.
Ma questa e' una questione politica che ad Anna Freud poteva dare un po' fastidio, perche' si cominciava ad avvicinarsi troppo a quelle scuole che centralizzavano tutto il lavoro sullo studio delle relazioni; lo sviluppo Kleiniano da un lato e lo sviluppo interpersonale dall'altro.
Detto questo Anna Freud a quel tempo aggiunse anche qualcos'altro,...........??? disse che la questione era anche dovuta all'estremo impulso che aveva avuto la cosiddetta psicoanalisi evolutiva, cioe' lo studio dell'interazione madre-bambino.
Lo studio dell'evoluzione era cambiato in maniera radicale dagli anni trenta agli anni sessanta, Borghi sostiene che il processo evolutivo secondo lo sviluppo degli stati psico-sessuali e' animato da una sorta di progressionismo deterministico, cioe': il corso evolutivo in atto lungo una sequenza di fasi discontinue nel loro vario dislocarsi secondo le rispettive zone erogene.
Che cosa vuol dire? Che in sostanza lo sviluppo era visto come qualche cosa di determinato, per cui, se non esistono grosse fissazioni di fase, se non esistono dati costituzionali particolari lo sviluppo e' predittibile nel senso che queste fasi comunque seguiranno una all'altra.
Lo sviluppo non e' solo predittibile ma e' anche in qualche modo oggettivato, e' come se deterministicamente tutto fosse gia' stato segnato. Borghi sostiene che poi le cose cambiano, nel senso che progressivamente lo sviluppo non viene piu' visto come un alternarsi di fasi discontinue, ma viene visto come qualche cosa di ben poco predittibile, per una semplice ragione, che lo sviluppo non e'
piu' legato unicamente ad una serie di fasi, per cui il bambino per conto suo entra, ma e' legato ad una interazione; la madre entra massicciamente nel generare o nell'indirizzare le fasi di sviluppo una dopo l'altra.
Winnicott e' solo l'esempio piu' clamoroso di tutto questo, egli porta all'estremo la posizione nel momento in cui definisce: non esiste una cosa detta bambino, esiste un bambino con una madre, esistono questi due in interazione.
Detto questo, passiamo da una fase in cui il bambino viene visto come un piccolo meccanismo, che se funziona, passera' regolarmente attraverso tutte queste fasi.
Passiamo ad una visione della madre (questo sara' estremamente importante, perche' nella visione della patologia borderline al giorno d'oggi e' ancora estremamente presente, anzi rappresenta un modello di interpretazione psico-patologica, percio' abbiamo bisogno di interazioni in cui il bambino e', o meglio lo sviluppo del bambino, e' unicamente o quasi totalmente legato a quello che Winnicott defini' la madre, una madre abbastanza buona con funzioni materne abbastanza buone).
La posizione Winnicottiana sostiene che il bambino, non arriva all'interazione con la madre neanche nelle fasi piu' precoci, privo di quella serie di strumenti che oggi i ricercatori della psicologia evolutiva ci insegnano, che il bambino abbia la madre e' si importante, ma la buona funzione materna non sufficiente a
generare uno sviluppo.
Cio' che ci interessa e' che, nel pensiero psicoanalitico di tipo educativo entra (e non meno importante delle fasi psicosessuali) l'interazione tra l'individuo e l'ambiente.
Sostiene che esiste la fase psicosessuale, la fase orale, la fase anale e la fase fallica, pero' queste fasi rappresentano delle modalita' di rapportarsi con il mondo, possono svilupparsi solo nella misura in cui, l'ambiente garantisce all'individuo la possibilita' di interagire secondo queste stesse modalita'.
In seguito le cose sono cambiate e si arriva alle ricerche attuali, in cui, come tutte le discipline, anche la psicoanalisi che non e' piu' cosi' giovane, ha dovuto fare i conti con un problema, cioe' il problema dei procedimenti interdisciplinari cioe' ha dovuto confrontarsi con persone che si occupavano degli stessi
argomenti, pero' in una locazione scientifica diversa, una e' la psicologia evolutiva l'altra e' per esempio l'etologia umana.
Questo concetto e' estremamente importante e fondante per lo sviluppo delle cosiddette personalita' primitive.
Il concetto dell'indipendenza dall'ambiente e il concetto dell'ambiente soggettivamente esperito: cosa significa cio'?
Se l'ambiente e' importante, cosa garantisce l'interazione con l'ambiente?
Il fatto che un individuo raggiunga uno stato di soggettivita' con l'ambiente puo' essere buono per tutti? Assolutamente no.
Quello che entra in gioco, e' la rilevanza dell'ambiente soggettivamente esperito, cio' e' curiosamente un punto del quale oggi la cosiddetta genetica delle popolazioni o la biologia evolutiva viene sottolineato da ricercatori extra psicoanalitici e non da psicoanalisti; in sostanza, quello che e' rilevante, e' che
cio' che viene introiettato e' un'esperienza di interazione.
Se siamo tutti d'accordo sul livello dell'importanza dell'esperienza o delle esperienze precoci, come aree dello sviluppo o dell'arresto dello sviluppo e come indicatori di cose che vanno bene o che vanno male, quello su cui non siamo piu' d'accordo e' sul come avviene intrapsichicamente questa
esperienza, in quale modo viene registrata e come diventa qualche cosa che rimane nell'individuo e in quale modo puo' legarsi alla patologia nevrotica, narcisistica, e a quella borderline.
Questo, e' il punto in cui, a mio parere, le ricerche sul cosiddetto bambino clinico si allontanano concettualmente, e io non so se sia possibile trovare un punto di accordo, in ogni caso le ricerche del bambino clinico, si allontanano da quello che viene definito il bambino ricostruito, cioe' il bambino che noi
ricostruiamo nella clinica, tramite il rapporto paziente e il nostro lavoro.
Si separano le aree tra una possibile ricerca o una possibile area di ricerca evolutiva, e un ambito di pensiero di tipo psicoanalitico.
Questa e' una mia opinione che approfondiro' dopo.
Veniamo alla seconda area di cui parlavo prima, cioe', i rapporti con la psichiatria.
Nel rapporto con la psichiatria abbiamo degli eventi curiosi in quanto fino agli anni sessanta, borderline poteva voler dire quasi tutto.
Addirittura in un suo articolo.....trova che borderline e' un aggettivo che si applica a quindici o diciotto sostantivi diversi, cio' non e' un merito della teoria psicoanalitica o del concettualizzare psicoanalitico, ma e' merito della ricerca psichiatrica empirica e della ricerca clinico-descrittiva.
A cavallo degli anni sessanta avviene una netta separazione diagnostica tra la patologia borderline e la schizzofrenia.
Fino ad allora cio' che era borderline era considerata una variante meno pazza dell'area piu' pazza che si potesse conoscere, cioe' la schizzofrenia.
Una schizzofrenia poco grave, veniva considerata borderline, troviamo la cosiddetta schizzofrenia pseudonevrotica, quella borderline, quella ambulatoriale ecc.
Grazie ad una ricerca che spesso viene riportata nell'ambito della letteratura psicoanalitica, ma che non arriva dal pensiero psicoanalitico, bordeline viene concettualizzato non come qualche cosa che non e' qualcos'altro, ma attraverso cio' che e'.
Questa ricerca e' della fine degli anni sessanta, di uno psichiatra che aveva una certa familiarita', ma senz'altro non una grande simpatia per la psicoanalisi che si chiama....
Insieme ad altri fece una ricerca impeccabile sul piano clinico metodologico, si cerco' di capire cosa hanno in comune tutti i soggetti definiti borderline, in sostanza ne emerse un quadro abbastanza variegato, lui lo defini' attraverso quattro sottogruppi.
Queste definizioni non furono molto diverse da come fu definito in seguito il paziente borderline: un paziente con una notevole difficolta' nelle relazioni interpersonali, con una grossissima difficolta' nello sviluppare una identita' stabile con problemi di regressione comportamentale, manifestazioni psicotiche intermittenti, disturbi dell'identita' a tutti i livelli e con un tono dell'affetto generalmente depressivo; questo e' in sostanza il grosso quadro che ne emergeva, e veniva definito proprio attraverso quattro sottogruppi.
Uno era abbastanza vicino alle nevrosi l'ultimo sembrava proprio a un passo dalla nevrosi.
Cio' che e' importante definire e' che cosa...per la prima volta la patologia borderline diventa una sindrome, questo e' importante per la riflessione psicoanalitica perche' il dibattito si trasferira' all'interno del pensiero
psicoanalitico.
Sindrome significa che quella cosa e' quella, anche se non se ne conoscono le cause, significa che un gruppo di pazienti con una frequenza piu' che casuale presenta un insieme di sintomi e di segni omogenei.
La definizione di borderline da parte di...fu spesso utilizzata come punto di riferimento nella psichiatria di orientamento psicodinamico.
Vediamo che ripercussioni puo' avere nella diagnosi e nel modo di diagnosticare questa definizione all'interno del pensiero psicoanalitico.
Indubbiamente lo psicanalista che piu' si e' occupato di definire diagnosticamente la patologia borderline come categoria, e' senza dubbio...non tanto perche' dica qualche cosa di nuovo, o dica tanto di nuovo, quanto perche'
lo affronteremo a due livelli: il primo livello di cui parliamo adesso, e' il modo in cui lo diagnostica; Il secondo livello di cui parleremo dopo, nel momento in cui mi riallaccero' alle questioni di ordine psicopatologico o alle questioni introduttive di cui ho parlato prima, perche' mette insieme le cose che altri hanno detto, cogliendo a livello di alcuni autori generalmente di provenienza piu' che diversa, direi opposta, le fondamenta concettuali, e cercando di costruire un edificio autonomo, cioe' in sostanza cosi' come la psicoanalisi ha costruito un edificio concettuale per la patologia nevrotica.....Si prova a fare lo
stesso per la patologia borderline.
A piu' tardi l'aspetto patologico, l'aspetto diagnostico gia' lo porta a fare unascelta di campo, la scelta di campo e' quella che impone di non poter parlare di sindrome nel campo del borderline in quanto si puo' parlare di organizzazione di personalita'.
L'organizzazione di personalita' e' un qualche cosa che sul piano del funzionamento intrapsichico, definisce le modalita' attraverso le quali un individuo funziona, quali sono i meccanismi di difesa, quali le modalita'
oggettuali, quelle allo stato di funzionamento dell'io ecc.
Come tutte le operazioni di sintesi anche quelle di .....ha pregi e difetti ed ha un prezzo da pagare.
Per quanto riguarda i pregi, e' l'unico a riuscire a definire una costellazione di funzionamento attorno ai famosi criteri, come la sindrome di dispersione dell'identita', l'utilizzazione di difese primitive, il mantenere intatto l'esame di realta', questi possono essere i cosiddetti segni piu' o meno osservabili o piu' o
meno dinamici.
Questi segni sono osservabili sia nella clinica che nell'interazione con il paziente, e quindi in qualche modo comunicabili e validabili, che rinviano a modalita' specifiche del funzionamento intrapsichico, come vedremo dopo tutta la storia che ruota attorno a quella sorta di marcatore intrapsichico che e' la
scissione.
Questi sono i vantaggi perche' nessun altro prima di...era riuscito a mettere insieme con tanta chiarezza e definitivamente un quadro patologico...................???
Se questi sono i pregi, cioe' di riuscire a dare al pensiero psicoanalitico una diagnosi, una credibilita' scientifica, da poter essere anche sottoposta ai cosiddetti criteri validanti della ricerca psichiatrica, dall'altro paga un prezzo, e' il prezzo che altri pensatori gli hanno evidenziato, specialmente quelli scuola non pasicoanalitica.
Questi sono criteri molto ampi che possono venire applicati a quadri clinici molto difformi; grosso modo tutti i disturbi di personalita' possono orientare una diagnosi di organizzazione di personalita', questo non vuol dire che le cose vanno male perche' non si puo' creare diagnosi piu' ristretta, altri pero' ci provano e c'e' chi si chiede: e' possibile fare della patologia borderline una sindrome?
Tra questi c'e' uno psichiatra ricercatore, che fra poco verra' conosciuto anche in Italia, perchè io e Maffei ci siamo dedicati a tradurre un suo libro sulla psicoterapia....borderline, però, ha una visione diagnostica della patologia borderline totalmente diversa o almeno molto diversa sostanzialmente....dice:
bordeline è una sindrome, quando diciamo sindrome diciamo che abbiamo dei segni di sindromi che si presentano in modo piu' che casuale.
Però, se questa popolazione si definisce attraverso gli insiemi di questi segni, questi dovranno pur avere qualche cosa in comune ad un qualche livello.
Possono averlo a livello genetico, a livello aerocostituzionale, a livello familiare, però non possono averlo a livello intrapsichico.
Perchè non utilizzare tutto quel patrimonio?
Si chiede Gaus che deriva dalla clinica psicoterapica, psicoanalitica, e che ha fornito molte ed interessanti concettualizzazioni, per vedere se esiste una sorta di marcatore intrapsichico ben definito, che possa riferirsi e rappresentare il punto di partenza dei cosiddetti quadri clinici borderline....................???
Se l'esame di realta' lo guardiamo dal punto di vista descrittivo, lo dobbiamo sottoporre ad una indagine del tutto nulla, nel senso che c'e' o non c'e', se lo guardiamo e lo analizziamo dal punto di vista della funzione dell'io, vediamo che l'esame di realta' è un segno che noi possiamo evidenziare lungo un.....
Il problema a questo punto è trasformare questa ipotesi clinico-teorica, in un concetto di funzionamento intrapsichico impresa non da poco e.....perchè l'io, probabilmente non può.
La funzione dell'io almeno sino ad ora non puœ essere sottoposta ad una indagine di questo tipo , se ne sceglie perœ un'altra, che viene dalla teoria delle relazioni oggettuali orientate secondo lo sviluppo dell'io, e cioè, quel dato clinico da molti sottolineato negli anni passati, che la patologia borderline e' legata ad uno specifico danno dello sviluppo o meglio ad una sottofase dello sviluppo, ma e' possibile trasformare questo concetto clinico in una sorta di marcatore ultrapsichico.
A questo punto arriviamo ai giorni nostri e qui le cose si fermano, nel senso che dal punto di vista diagnostico esistono questi due indirizzi con i quali oggi dobbiamo convivere>; un indirizzo e' la possibilita' di definirlo come organizzazione di personalita' che ci costringe ad una certa vaghezza nei segni
che lo contraddistinguono e ad una certa imperfezione dei modelli teorici a cui facciamo affidamento.
Occorre aspettare che la ricerca riesca a definire una sorta di marcatore psicodinamico che chiarisca meglio e più specificamente la patologia adulta a livello di indagine della fase di sviluppo.
Io non sono molto d'accordo sul fatto che si possa gettare un ponte tra il danno, o tra una sottofase dello sviluppo andato a male con un quadro patologico adulto estremamente complesso; così come non sono estremamente convinto che si possa ricondurre tutta la patologia borderline ad una sindrome, per provare a discutere questo, dobbiamo affrontare un aspetto che ci riguarda molto meno nelle vesti di operatori di una scienza, e molto più rispetto ai ruoli di pensatori di una disciplina che ancora genera ipotesi, cioÞ dobbiamo metterci a parlare di metapsicologia.
Dobbiamo discutere dei rapporti tra la metapsicologia e la psicopatologia, questo forse puo' provare a definire meglio come stanno le cose, nel senso che, se definiamo meglio sul piano metapsicologico come stanno le cose, potremmo meglio chiarire i punti di riferimento, non certo aver chiaro tutto
l'argomento, c'è molta confusione di linguaggi e di referenti concettuali.
Dal punto di vista psicopatologico, oggi la schiera dei teorici e dei clinici che parlano di borderline, si divide in due gruppi, c'è chi dice:"la patologia borderline è il frutto di un conflitto", e c'è chi dice:" niente affatto, la patologia borderline è una patologia dei deficit" nel senso che l'io del paziente borderline non sa che cosa sia il conflitto; non può funzionare, perchè per avere un conflitto, bisogna essere in grado di produrre forze che lo generano, bisogna avere un io che riesce a strutturare funzioni in grado di animare un conflitto.
L'io del paziente borderline è troppo deficitario per poter vivere un conflitto.
Io ho la sensazione che questo sia un modo senz'altro vantaggioso di porre problemi, perchè ha un facilissimo riscontro nella clinica, nel senso che se vediamo un paziente borderline come un paziente che ha dei conflitti, lavoriamo in un certo modo, se invece lavoriamo con un paziente che ha dei deficit,
lavoriamo in modo diverso.
Se nel primo caso ci preoccupiamo di interpretare le forze del conflitto, o le difese, prima di tutto rispetto a questo conflitto dobbiamo preoccuparci di costruire, o quanto meno di ricostruire.
Trovandoci a parlare di deficit, a parte i vantaggi di questa facile trasmissibilita' clinica, io credo che di altri vantaggi non ce ne siano, ma ci sia invece una facile possibilita' di creare delle confusioni a livello di impostazione psicopatologica.
Proporrei di discuterlo e di raffrontarlo in termini lievemente diversi; quando parlavamo della diagnosi, vi ho accennato a questo sviluppo delle modalita' di intendere lo sviluppo evolutivo, di questo passaggio: la centralita' dell'interazione e la centralita' del modo in cui l'interazione diventa una esperienza.
E' importante che questa esperienza sedimenta o diventa una struttura o diventa il super io.
Le strade si dividono, e su questo quanto meno siamo tutti d'accordo.
La patologia borderline, e' una specifica patologia delle relazioni oggettuali, o delle relazioni che esistono tra una cosa, che definiamo se', e quella serie di referenti che definiamo oggetti.
Questo e' il livello minimo di accordo, anche perche' al di la' di questo accordo, nascono disaccordi, e i disaccordi secondo me sono estremamente importanti, perche', le posizioni fondamentali sono due, una e' quella che sostiene che e' una patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate, l'altra, la definisce come una patologia delle relazioni oggettuali, e qui e' necessario qualche chiarimento, nel senso che le cose diventano piu' complesse.
Ancora una volta senza entrare nel merito potremmo prendere come parametro indicatore i rapporti tra l'interno e l'esterno, detto piu' semplicemente, Kerber sostiene che la patologia borderline, e' una patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate e dello specifico affetto che le lega, lui dice ad un certo punto dello
sviluppo noi ci troviamo delle rappresentazioni per questioni che trascuriamo; adesso ci creiamo delle unita', delle isole quando il se' si separa dall'oggetto, cioe' quando io ho la consapevolezza di essere io, che non vuol dire che ho la consapevolezza che l'altro e' l'altro, solo quando io ho la consapevolezza di
essere io.
Quando succede questo la tappa successiva e' che si costituiscono delle isole, nel senso che indubbiamente (e qui non si puo' dare torto gli affetti sono una forza motivazionale importantissima) queste isole vengono costituite da un' immagine che l'individuo focalizza nella propria mente, da un'immagine
dell'oggetto, e queste due immagini , legate da uno specifico affetto, quello che succede e che e' indispensabile e' che queste isole non comunicano.
E' proprio questo il punto nella teoria evolutiva che scandalizza gli psicologi evolutivi tipo... il quale dice, l'importante e' che qui la rappresentazione di me e della mamma legata da un effetto di piacevolezza o dalla mamma buona che mi da' le cose buone e' viva in me, ma e' viva nella misura in cui io riesco a tenerla
separata da un'immagine di me e della mamma cattiva che mi da' le cose cattive.
Dio non voglia che queste due cose vengano in contatto; deve esistere una funzione che tenga separate queste due isole qualitativamente cosi' diverse, questa e' la scissione: il paziente borderline, e' un paziente che riesce a raggiungere determinati obiettivi ma non altri, e' riuscito evolutivamente a raggiungere questa tappa, ma non la tappa successiva, cioe' ad abbandonare la scissione come organizzatore della sua esperienza psichica.
Non riesce a fare in modo che la scissione venga rimpiazzata da difese di tipo piu' alto.
Questo che cosa significa? E' riuscito a fare in modo che la sua esperienza o la sua soggettivita' si coaguli in un determinato modo, detto in altri termini e' riuscito a raggiungere un certo sviluppo del se'.
Cito per chiarire questo punto quello che qualitativamente da' al borderline la sua specificita'.
I borderline di....e' il borderline delle contraddizioni, o meglio degli stati contradditori; vediamo che sul piano dell'evoluzione e' connesso a cio' che non ha raggiunto , tradotto in termini oserei dire fenomenologici dice:"...questi pazienti hanno autoconsapevolezza a differenza degli psicotici, ma non un concetto integrato di se'; hanno piena coscienza nel senso clinico del termine, ma non una identita' consolidata per cio' che concerne continuita' storica o trasversale del se'.
Un paziente mi dice nella seduta del lunedi': "le cose non cambiano, quindi tutto questo non serve a niente, perche' niente nella vita e' utile, niente cambia, ieri ero quello che ero, ieri pomeriggio ero in casa non avevo niente da fare, mi annoiavo, tonalita' affettiva identica, addirittura avevo i capelli tagliati come li ho
adesso.
Per questa paziente l'esperienza soggettiva e' il ricordo che emerge.
La paziente sa benissimo chi sono io , sa benissimo che cosa faccio, non mi confonde, e' in un certo senso integrata perche' l'esame di realta' funziona, la paziente lavora benissimo ma e' una paziente che non ha il senso di continuita' storica del se'.
Questo e' il senso dell'interpretazione che...fondamentale della patologia, questo e' uno degli aspetti.
Il secondo aspetto e' che queste isole sono tutte nella mente del paziente, nel senso che, esiste una barriera tra cio' che la paziente vive dentro e cio' che ella vive al di fuori; questo e' l'altro punto importante perche' quando si attivano le...non esistono differenze tra le difese intrapsichiche e quelle interpersonali,
nel momento in cui si attivano le difese intrapsichiche si attiva la necessita' che, io, diventi l'oggetto cattivo, non esiste la possibilita' come vedremo nel secondo punto nella seconda linea di pensiero, che in qualche modo l'esperienza diriga la rappresentazione interna.
Sono due cose completamente divise; la primarieta' e' rispetto alla struttura interna, perche' il borderline ha una struttura intrapsichica. ...............???
Lo strumento fondamentale della terapia del paziente borderline, non e' dargli un'esperienza nuova, ma e', essere in grado di produrre delle chiarificazioni e delle confrontazioni.
Solo chiarificando a lui, che cio' che deve fare e' di tenere separate queste due isole (nel senso che quando mi dice che sono il piu' buono del mondo e allo stesso modo mi deve parlare di sua madre che e' la piu' cattiva del mondo; o quando un giorno mi dice che sono il piu' buono di tutti il giorno dopo mi deve
dire che sono il piu' cattivo di tutti).
Non e' tanto cosa ha determinato la sua esperienza della mia cattiveria o della mia perfezione che interessa Kent, quanto il fatto che esiste un processo interno a lui atto a tenere separate queste due cose, per cui riguardo al paziente in questo senso, ancora noi non parliamo ne di io, ne di se', ne di super io, in questa fase non possiamo parlare di queste strutture.
La visione di Kent, spiega per esempio il fatto che, il dato clinico, o chiunque e comunque veda questi pazienti gravi, ci mostri come questi pazienti ci spieghino le loro fantasie sessualizzate, le loro fantasie a contenuto fortemente edipico, le loro avversioni fortemente sessualizzate, e ci facciano capire che
sono fantasie che sembrano apparentemente a tonalita' edipiche ma strutturalmente con l'edipico non hanno niente a che fare; in quanto non hanno mai subito dei processi intrapsichici tipici della fase evolutiva, detto per inciso, non sono mai stati rimossi.
Questa e' una cosa da tenere sempre presente perche' non dobbiamo lasciarci fuorviare dal materiale del es che emerge in superficie.
I pazienti borderline prendono materiale pulsionale conscio, molto chiaro, mescolato a tasti chiaramente egoici, ma non e' quello il segno preoccupante, il
segno patomnemonico o il segno distintivo della patologia, e' la contradditorieta', e' il fatto che questi pazienti tengono attivamente separati questi stati misti, io e es, e questo e' un procedimento puramente intrapsichico.
Questo lo potrete constatare quando vedrete o leggerete il modo in cuiKemberg intende l'identificazione proiettiva, e' un modo di interpretare il femomeno in un senso quasi totalmente intrapsichico, questa e' la modalita' funzionale al di la' di come la definisce lui, di vedere lo sviluppo psichico e la patologia, come una patologia di relazioni oggettuali interiorizzate, cioe', nell'interno non c'e' alcun canale di comunicazione con l'esterno, il se' in questo senso e' una tortura, e' una rappresentazione della mente.
L'altro modo di intenderlo invece e' quello piu' esperienziale delle relazioni oggettuali, quello che fa riferimento a quella scuola di sviluppo che dagli anni quaranta in poi ha portato contributi di grandissima rilevanza ed e' la scuola di....soprattutto di Winnicott; nel senso che il se', non e' una struttura, ma e'
un'esperienza e la patologia borderline non e' il frutto di una difesa, ma il frutto di un modo di cercare di bilanciare il danno subito in una delle fasi evolutive, un danno o un trauma dovuto alle relazioni.
Per esempio ci sono delle difese o meglio, ci sono dei fenomeni, che vengono solitamente definiti come la non comunicabilita' o la non affettivita' nel senso di...,cio' non e' una difesa, ma un frutto della difesa, e non e' qualche cosa su cui noi lavoriamo.
Il distacco affettivo dello schizoide, la non comunicativita' del bravo paziente narcisista, non sono i modi di intendere la relazione a...
Questi sono i frutti osservabili di un processo intrapsichico che li ha generati, la differenza con la scuola delle relazioni oggettuali e' che esiste uno scambio diretto, un canale semplice aperto tra l'interno e l'esterno per cui la non comunicativita' e' il modo in cui questo paziente si difende, su questo noi lavoriamo.
E' chiaro che visto in questa ottica, quello di cui noi ci dobbiamo piu' preoccupare e' di fare, gradualmente, quelle famose manovre tecniche (che in maniera magistrale Winnicott ci ha insegnato, di distanza e di vicinanza) e' al di la delle interpretazioni, cogliere i movimenti del paziente nello spazio
interpersonale, in modo tale da poterlo aiutare a sviluppare non tanto il superamento di determinati problemi, quanto, sviluppare modalita' nuove di funzionamento.
Un altro aspetto molto piu' pregnante, e' il cosiddetto fenomeno dell'identificazione proiettiva.
C'e' un libro che Bollati ha pubblicato edito da...in cui si trova un articolo di...sull'identificazione proiettiva.
C'e' un esempio clinico di una paziente narcisista che funziona a livelli borderline cio' che permette a...di capire il fenomeno dell'identificazione proiettiva, (cioe' il fatto che questa paziente stesse proiettando su di lui un aspetto del suo se') avviene tramite processi introspettivi, coglie dentro di se' l'impossibilita' a pensare, scopre che lui non riesce piu' a funzionare nella relazione terapeutica in un certo modo, c'e' una sorta di ostacolo, c'e' un nodo che non riesce a superare quindi l'esperienza soggettiva e' quella.
Se andiamo a vedere come intendono l'identificazione introiettiva gli autori che lavorano piu' nello spazio delle relazioni oggettuali, il vissuto oggettivo e' completamente diverso come disse un autore...in un suo articolo.
Egli disse ad un certo punto dopo l'incontro con il paziente:" tutto quello che sentivo io era il desiderio di parlare con qualcuno, non mi importava con chi avessi voglia di parlare, ne che cosa volessi dire, sentivo il bisogno di parlare.
Da questo bisogno di parlare...si e' messo a riflettere e dopo aver riflettuto ho capito il profondo stato di solitudine che io stavo vivendo, e solo cogliendo lo stato di solitudine che stavo vivendo, ho potuto capire che lo stato di solitudine e' qualche cosa che la paziente ha messo dentro di me.
Io mi fermerei a questo punto perche' altrimenti temo di confondere anziche' chiarire, spero di avervi tolto quelle poche certezze che forse voi avevate venendo qui, ma d'altra parte credo che la ricchezza del dibattito consista proprio nella ricchezza degli scambi, viviamo in un'epoca di dubbi.
Oggi non esistono piu' le scuole, in sostanza parlare nei termini di una scuola e' un ritirarsi su posizioni di retroguardia...mentre invece credo proprio che vivere la ricchezza del dubbio, ci permetta di cogliere anche le coordinate degli spostamenti del dibattito.

Un libro che ha avuto un grandissimo successo e' quello di David...sulla nascita del se'; e in un ambito di ricerca extra analitico Stern invalida l'ipotesi che l'esperienza intrapsichica venga organizzata secondo una precisa divisione fra esperienze buone ed esperienze cattive.
A questo punto viene da porsi una domanda di metodo, che cosa e' la teoria psicoanalitica?
Qual'e' il referente con lo sviluppo?
Quale rapporto ci puo' essere con il bambino normale e la ricerca evolutiva, ed il bambino che noi ricostruiamo sulla base di cio' che il paziente fa e dice?
Qui ancora una volta i dubbi rimangono, nel senso che, uno dice, il bambino clinico deve corrispondere al bambino ricostruito, per cui se io sostengo che il paziente borderline si rapporta nella relazione transferale, secondo modalita' di relazione oggettuale di tipo transizionale, io devo trovare, oppure deve esserci nella storia evolutiva di questo bambino qualche problema, che lui ha dovuto attraversare
per abbandonare le sue modalita' di relazione oggettuali di tipo transizionale; il problema diventa come organizzare questi progetti di ricerca, inizialmente e' da discutere sul piano epistemologico, se ha un senso; in secondo luogo e' da discutere sul piano del metodo; io devo trovare qualche cosa di specifico, un
marcatore nel funzionamento dello sviluppo di un essere umano, che mi spieghi perche' ha quella patologia da adulto.
Molti psicanalisti sostengono che questo e' semplicemente impossibile, ancora una volta invece siamo nella situazione di essere costantemente nel dubbio.
In piu', ci sono ricerche molto piu' semplici che tendono a validare strumenti di ricerca diagnostica, le cosiddette interviste piu' o meno strutturate.
Teniamo presente che nel momento in cui lo facciamo, noi validiamo quello strumento.
Cio' non comporta che sul piano concettuale o sul piano della "verita'" della teoria, noi abbiamo detto molto di piu', anche perche' non sappiamo bene quali livelli di verita' puo' raggiungere la teoria psicoanalitica.


Domanda
..................................???

DAZZI: C'e' da dire che e' estremamente difficile trovare le coordinate in un modo di vedere la patologia borderline, perche', se non ci fermiamo, se non siamo soddisfatti a livello descrittivo della patologia, se andiamo a vedere le dinamiche, e' chiaro che le dinamiche borderline sono confuse, perche' non fanno altro che ripetere o riproporre le vecchie diatribe del modo di teorizzare la psicoanalisi, nel senso che tornano fuori quasi tutte.
E' vero anche che come dice...si sono stemperate le lotte fra scuole, in quanto ci sono grandi elementi di accordo (per esempio nel ruolo delle interazioni precoci nello sviluppo della soggettivita' del se', o della centralita' del se' come oggetto di indagine) questo e' importante per capire che fine fanno le relazioni
oggettuali.
Per esempio: maturazione che cosa significa?
Vuol dire assumere una progressiva indipendenza dall'ambiente come diceva ...?
O vuol dire semplicemente riproporre modalita', anche se nuove, nel senso che noiriproponiamo sempre le relazioni oggettuali che abbiamo detto?
Credo che innessun ambito (e forse e' anche questo l'interesse che suscita la patologia borderline al di la' del grande interesse clinico, perche' se non altro lavorare con un paziente borderline, non ci fa venire sonno, al di la' di questo e al di la' dell'estrema vivezza della relazione) l'interesse delle riflessioni cosi' come la difficolta' del parlare delle teorie sul borderline, nascono dal fatto che, in questa area, gli scontri e i punti di disaccordo tra le varie scuole, assumono una rilevanza quasi totale, nel senso che impongono diverse visioni di intendere il problema, io credo che grosso modo possiamo individuare sempre su quei due indirizzi le diverse modalita' di esporre la teoria.
Non sono semplicemente due indirizzi, sono due oceani, per...maturare vuol dire creare delle strutture interne, crearsi l'io, il super io come strutture stabili indipendenti dall'ambiente, il se' e' una struttura, il se' e' qualcosa di diverso, e' una rappresentazione endopsichica, e' un'esperienza, il se' e' la persona in
questo senso.
Forse abbiamo raggiunto il punto di non commensurabilita', forse non e' piu' possibile andare avanti.
Semplicemente potremmo riportare come diceva...,forse c'e' un terreno di adesione e di accordo, e poi c'e' quello clinico, in fondo io ho forzato la mano per fare vedere le differenze, ma sono abbastanza convinto che sul piano clinico sono molte di piu' le cose che accomunano tutti i terapeuti per quanto
riguarda cio' che fanno rispetto alle cose differenti.
Sono maggiori le similitudini, i punti di contatto che non i punti di disaccordo.
Quando si analizza, man mano che ci allontaniamo dall'esperienza, e' chiaro che i livelli di estrazione si alzano e le modalita' di concettualizzare sono piu' arroccate.

Domanda
....................................???

DAZZI: Alla prima domanda rispondo non lo so, ma presumo di si, non che io ne sia a conoscenza, ma semplicemente mi occupo di questioni diverse, di interventi di tipo diverso.
Il mio giudizio e' che in effetti se vogliamo provare ad utilizzare il parametro intrapsichico, rispetto all'intervento che farei, senz'altro puo' essere possibile che diverse unita' di rappresentazione del se', dell'oggetto che noi definiamo fisso, con le tecniche che lei propone, possono venire integrate con maggiore facilita'.
Credo che sia possibile in questo senso, perche', non e' che ci si trova di fronte a fenomeni rimossi, noi non li abbiamo, non diciamo che il paziente borderline non arriva al......, il paziente borderline passa attraverso i conflitti tipici della fase edipica, ci arriva con una strumentazione difettuale o arriva con una strumentazione di tipo diverso, in cui le modalita' o le conflittualita' di tipo edipico vengono risolte con strumenti che non sono consoni alla fase edipica; cioe', non si struttura la rimozione, il fatto..... la scissione, semplicemente significa che il contesto di questa.....terapia i contenuti che cognitivi, direi affettivi possono emergere senz'altro con piu' facilita' di quanto non emergano in una terapia di un nevrotico.
Questo e' il mio parere non e' confortato danessuna indagine di studio ne da nessuna esperienza personale.

Domanda
...................................???

DAZZI: Questo e' forse un ambito che tende ad accomunare molti interventi terapeutici di impostazione molto diversa.
Non e' solo la questione della psicoanalisi, l'accento sull'interazione o sulle transazioni tra due esseri umani, indubbiamente e' un dato del funzionamento psicologico del rapporto tra l'interazione o tra gli scambi emotivi.
Tra due esseri umani non puo' essere disgiunto dal modo in cui uno dei due funziona psicologicamente, o entrambi funzionano dal punto di vista psicologico, per cui e' chiaro che un dato che deriva dalla biologia dell'evoluzione, e'quello che, l'ambiente e' estremamente essenziale perche' un quadro genotipico si presenti all'ambiente oggettivo quando l'ambiente e' soggettivamente percepito, non e' la famiglia ma e' l'esperienza soggettiva della famiglia che l'essere umano nelle prime relazioni ha, questo e' estremamente significativo, questo e' un aspetto che ci porta al pensiero psicoanalitico, e a uno dei due concetti attorno ai quali la psicoanalisi ha lottato tanto, quello del trauma.

Domanda
..............................???

DAZZI: Credo anch'io che l'effetto dell'ambiente sia abbastanza significativo per l'approccio diagnostico, credo comunque che, quando intendono duale, intendono modalita' specifiche di organizzare una relazione, sia questa all'interno della famiglia o sia questa all'interno del gruppo, o sia questa nella
zona terapeutica.
Non credo cambi di molto, puo' cambiare il setting se cambia lo scenario o se cambia il palcoscenico, ma io non credo che ci siano delle differenze che ci permettano di vedere cose diverse in contesti diversi, credo che le modalita' specifiche di relazione che noi oggi definiamo di relazione parziale del paziente borderline, emergono comunque in tutti i setting, e credo che ogni setting sia un ottimo terreno di indagine e che l'osservazione sulla famiglia possa essere molto importante, non tanto per cogliere segni di patologia,quanto per cogliere la... di relazioni distorte, e credo che valgano anche per le terapie di gruppo, c'e' molta gente che lavora con pazienti borderline in gruppo.

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