RELAZIONE: DOTT.SSA DANOVI

 

 

“LAVORO PSICOLOGICO E GIURIDICO”

 

Pensando al percorso che la nostra società sta vivendo, al processo di cambiamento intervenuto ormai da tempo, e alla necessità di affrontare questa nuova stagione del diritto di famiglia, ci si rende conto di quanto sia necessario adeguare i modelli normativi i che invece sono rimasti immutati dalla legge di riforma del 1975. La conclusione è quella per cui stiamo ancora affrontando una nuova famiglia con le stesse precise indicazioni normative di circa 40 anni fa.

Sperando di recuperare prima o poi un legislatore attento ai reali problemi della famiglia, vale la pena di rivedere come oggi siano stati ridisegnati, dalle esigenze sociali, i ruoli di coloro che sono i protagonisti dei giudizi  in cui si discute dell’interesse di un minore.

Noi abbiamo nel giudizio contenzioso (quando le domande non sono congiunte ma opposte l’una all’altra), che vede contrapposti due genitori, queste figure fisse: i genitori, ciascuno obbligatoriamente munito di una difesa tecnica (solo in una separazione consensuale è consentito avere una difesa autonoma), gli avvocati delle due parti e i figli. Davanti a queste figure c’è il giudice che per un lungo tratto di percorso svolge il suo compito da solo e già nella prima udienza (udienza presidenziale) può ridisegnare la vita della famiglia.

Le due parti compaiono davanti al presidente che li sente sia separatamente che congiuntamente; se la conciliazione non riesce il giudice deve emettere i provvedimenti provvisori collegati questi ultimi a tre punti fondamentali:

 

v  Affidamento dei figli;

v  Assegnazione della casa coniugale, che quasi obbligatoriamente viene data al coniuge che ha avuto l’affidamento dei figli, indipendentemente dal diritto di proprietà in capo all’altro coniuge o a terzi;

v  Frequentazione del figlio con il genitore non affidatario e il contributo al mantenimento che deve essere corrisposto a favore del figlio, sicuramente, e a favore, se ricorrono i presupporti, del coniuge più debole.

 

Dopo aver sentito le parti e dopo aver preso atto delle documentazione che gli avvocati hanno dato, il giudice emette i provvedimenti ed emettendo i provvedimenti, da un giorno all’altro, viene ridisegnata la vita dell’individuo. Il coniuge affidatario rimarrà infatti nella casa con quel figlio che è nato dal matrimonio, l’altro coniuge dovrà fare la valigia ed entro un termine, che viene dato quel giorno, dovrà trasferirsi e poco importa che questo coniuge non abbia ancora una casa dove andare, non abbia magari una grande disponibilità di denaro, abbia comunque una situazione di grande difficoltà, o ritenga che questo matrimonio sia andato  male per colpa dell’altro…tutto questo poco importa di fronte alla decisione del giudice. C’è una fuoriuscita dalla casa da parte del coniuge non affidatario che è sottoposta a un ordine preciso del giudice e come tale può e deve essere eseguita anche con la forza pubblica, se necessario.

Faccio questo preambolo per fare capire, da un lato, l’arma che ha in pugno il coniuge affidatario, perché a figlio affidato consegue assegnazione della casa; dall’altro lato per far capire che molte volte nei nostri giudizi ci accorgiamo che alcune preparazioni preliminari all’uscita, sono state il frutto di anni di ricerca di prove per fornire al giudice una visione dei fatti tale da non fargli pensare neanche un minuto che quella madre o quel padre non dovessero avere immediatamente l’affido del figlio, e conseguentemente l’esclusione dell’altro dalla casa coniugale.

Nella conduzione di questi casi un’enorme responsabilità ritorna sulle spalle di coloro che sono i tecnici del giudizio, vale a dire gli avvocati. Ogni parte ha il diritto di essere assistita con il massimo della professionalità e della competenza, ma il massimo della professionalità e della competenza dell’avvocato è quello di allungare il suo sguardo a quello che accadrà in giudizio, se viene seguito un certo tipo di percorso o se invece ne viene suggerito un altro.

Io sono sempre stata nettamente contraria all’avvocato che invade le competenze altrui, ovvero si trasforma in analista, in psicologo, in mediatore familiare: l’avvocato deve stare al suo posto e utilizzare i propri strumenti e deve semplicemente prospettare esattamente alla parte che assiste, lo scenario che dovrà affrontare e le conseguenze che lo scenario comporta, ma non può esorbitare dalla sue competenze. L’avvocato deve far capire qual è il modo migliore di operare per dare al minore l’aiuto di cui necessita, deve accompagnare i coniugi a un percorso che, almeno ai limiti dell’umanità, li riporti su posizioni tali da non configgere in maniera da spaccare in due il minore.

Ci sono inoltre alcune leggi deontologiche che impongono all’avvocato un comportamento assolutamente rispettoso, anche delle esigenze del minore. Perché se è vero che la nuova riforma del diritto di famiglia ha ridato al giudice il potere di assumere, anche d’ufficio, provvedimenti riguardanti i minori, questo potere i giudici se lo prendono in pieno, per cui molte volte provvedono in maniera difforme dalle domande delle parti e possono farlo, dicendo che quello che loro decidono è fatto a tutela del minore.

Faccio un esempio: in un caso in cui i genitori, alla fine avevano concordato, in una separazione, di collocare il minore, di anni due e mezzo, dalla nonna paterna, che abitava a Bolzano (la causa si svolgeva a Milano), il Tribunale ha rigettato questa domanda, ha rimesso tutto in istruttoria, dichiarando che una simile situazione non pareva assolutamente necessaria, stante il fatto che i genitori, entrambi abbienti, anche se lavoravano, avrebbero pur potuto munirsi di aiuti e gestire il minore; secondo il Giudice era soprattutto inopportuno  un distacco così forzato del minore da due genitori di cui aveva profondamente bisogno, e lo avrebbe sicuramente danneggiato.

Il problema dell’avvocato è quello di “riallevare” i genitori a riprendere un percorso di competenza della loro funzione genitoriale, e di dare loro delle regole. L’avvocato a volte gestisce l’ingestibile che comunque necessita di regole molto chiare, concordate almeno tra legali (una delle regole per esempio è che nel giudizio entra ciò che è annotato nei verbali e non entra ciò che non è stato scritto).

Accanto ai legali occorrono altre figure come per esempio lo psicologo, che spesso viene vissuto da alcuni come una persona con un potere magico, da cui si va perché da un giorno all’altro tutto cambierà. Lo stesso vale per il consulente tecnico d’ufficio da cui le persone vanno a dire tutto quello che pensano, confidando che lui avrà un ascolto tale che porterà a modificare le cose come si vuole, ma questo non è così.

Nel processo gli avvocati riportano la consulenza del CTU e si lamentano di come a volte le consulenze procedono; gli avvocati si domandano com’è possibile che due persone, che hanno in mano in maniera molto più intima e diretta il vissuto delle persone di cui si prendono cura, possano dire due cose molto diverse e contrapposte tra loro. E la cosa si esasperando: viene dato ingresso alla consulenza, i due CTP dicono uno bianco e uno nero, il CTU nomina un esperto il quale fa fare una serie di protocolli, di esami, di indagini e per questo passano anni. Alla fine se uno dei due avvocati contesta i risultati dei protocolli è necessario ricominciare da capo, perché le regole del nostro giudizio, purtroppo, sono un binario tracciato e il giudice, avendo in mano anche un solo elemento che dice che è nullo tutto ciò che è stato fatto, non va avanti perché in futuro il tribunale andrebbe ad annullare la sentenza.

Il problema va riportato nei suoi termini perché queste consulenze abbiano un percorso che, in un modo o nell’altro, riporti ad un minima intesa su quelli che sono i dati essenziali. La domanda che mi viene da fare è la seguente: come mai vent’anni fa, quando nasceva l’idea della consulenza, nel Tribunale per i Minori, si arrivava sempre a consulenze che erano concordate nelle risultanze? Oggi noi abbiamo il giudizio nel giudizio.

Io sento la necessità di un difensore tecnico del minore che svolga il compito di portare nel Giudizio la voce del minore. Oggi la voce del minore non arriva al giudice assolutamente filtrata come dovrebbe essere, ma viene appannata da queste contrapposte situazioni e da questi conflitti esasperati. Spero che non rimanga un mio sogno: confido che prima o poi il minore arrivi in Tribunale con il suo avvocato, per evitare quello che sta accadendo, e cioè che il minore in Tribunale ci vada lo stesso, da solo, bigiando scuola, all’insaputa dei genitori, a bussare alla porta del giudice e a dire che tutto quello che sta accadendo non gli sta assolutamente bene.