Silvia Corbella                                                               Fiorella Pezzoli

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Aspetti specifici della terapia di gruppo funzionali ad affrontare ed elaborare il trauma

 

 

 

 

Una sintetica premessa sul concetto di trauma e la sua pensabilità

 

 Lo studio sulle conseguenze di un trauma ci costringe a confrontarci con la nostra fragilità e vulnerabilità di fronte ad accadimenti incontrollabili e spesso evocativi di sentimenti angoscianti legati a eventi a volte inimmaginabili . La risposta più facile ed immediata è il ricorso ad una modalità di difesa arcaica quale la negazione; di fronte a sentimenti di orrore al limite dell’incredulità la prima reazione è cercare di bandirli dalla coscienza.  Tuttavia questa infantile difesa non riesce a evitare la consapevolezza che la negazione degli accadimenti traumatici non allevia la sofferenza delle vittime.  L’esperienza ci insegna che  proprio la possibilità di ricordare e raccontare la propria storia costituisce il requisito fondamentale per l’avvio di un processo di cura e,  quando è possibile, di guarigione della vittima. Con il termine trauma vogliamo intendere quell’evento che non è stato suscettibile di una elaborazione psichica rappresentativa,[1] che non è potuto diventare storia.

La gravità del trauma non è dunque un valore oggettivo e sempre oggettivabile ma è da considerarsi in relazione alla vittima, alla sua età, alla sua fragilità personale, alla sua capacità di poter elaborare e rendere pensabile il trauma medesimo. A questo proposito va ricordato ( Blum, American 2000)  che l’abuso punitivo del bambino è una pratica diffusa, un fenomeno multidimensionale che scavalca confini sociali educazionali, economici e culturali. Ovviamente consideriamo la disciplina e l’uso adeguato di regole , frustrazioni e limiti assolutamente necessari per lo sviluppo, ma ripetute mortificazioni narcisistiche punitive, aggressioni e violenza sono dal punto di vista dello sviluppo nocive e traumatiche. Le conseguenze a lungo termine dell’abuso punitivo sono variabili e comprendono sindromi distruttive ed autodistruttive , e in casi estremi il suicidio e l’omicidio. Spesso questi bambini traumatizzati  una volta divenuti adulti rischiano di diventare genitori punitivi e  abusanti, cosi il “peccato originale” si tramanda di generazione in generazione. In questi casi il bambino maltrattato può rappresentare per il genitore un aspetto di sé estraniato, dissociato e disprezzato. Il trauma come Ferenczi in più  opere descrive si caratterizza dunque per essere un grave fattore di disturbo nella strutturazione psichica e relazionale del soggetto poiché è contemporaneamente un’addizione e una sottrazione di qualcosa che modifica, mediante operazioni di intrusione ed estrazione, le funzioni mentali ed emotive dell’infante e del bambino.

I sintomi e cioè gli effetti di scissione e dissociazione nell’Io, con alterazione della consapevolezza, la scissione psiche-soma, lo strutturarsi di personalità come se, i disturbi di personalità che comportamenti genitoriali traumatizzanti  hanno prodotto, ci vengono inconsciamente portate dai pazienti come richieste di cura della ferita originari (Vallino 2001).

Come scrivono Giaconia e Racalbuto  la responsabilità della minore o maggiore incisività del  trauma va attribuita ai “fantasmi”[2], capaci di suscitare eccitazioni ed angosce poco controllabili e per questo traumatiche,  in grado cioè di danneggiare ad un tempo sia i pensieri che l’apparato per produrli.  (Di Chiara -2000) Nell’impatto con i “fantasmi” si sviluppano i meccanismi psicotici della negazione e della scissione che possono implicare l’idealizzazione del Sé e dell’oggetto, e formazioni deliranti e persecutorie dell’Io e del Super-io. Per questo il trauma  non è in grado di  diventare storia; rimane però la sua “memoria” concreta e diretta, senza collegamento con il preconscio. È allora che “l’azione sostituisce il pensiero impraticabile e gli affetti che lo colorano”(Giaconia- Racalbuto op.cit). Si viene così a costituire un circolo vizioso che parte dal fantasma per tornare ad altri fantasmi prodotti dalla memoria concreta del trauma stesso.

Non a caso le persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico oscillano continuamente tra il diniego dell’evento traumatico e la sua ripetizione compulsiva. Questi passaggi di stato del Sè, nella fase iniziale della sintomatologia , si possono considerare modalità adattative “fisiologiche” messe in atto dall’individuo per far fronte alla sofferenza ; con il passare del tempo tuttavia i sintomi relativi alla perdita di contatto con il proprio mondo interno, con la propria vita emotiva  e con il mondo esterno, si strutturano sempre di più come elementi caratteristici della personalità dell’individuo. Se non si interviene in modo adeguato e al momento opportuno la patologia può cronicizzarsi, provocando una sorta di “paralisi “ della mente. Sia il mondo interno che quello esterno sono vissuti come minacciosi e imprevedibili ; tutto questo provoca nella vittima vissuti di impotenza e di disperazione nel senso di senza-speranza.  A livello di comportamento le persone sono portate a restringere sempre di più il loro campo di azione e dunque anche i loro rapporti interpersonali. Spesso le vittime di un trauma , con lo scopo di crearsi un ambiente sicuro e controllabile che li protegga dalla paura pervasiva legata agli episodi traumatici, riducono le loro possibilità di vita e dunque la capacità di progettazione di investimento sul futuro e di integrazione nel sociale. Gli eventi traumatici anche quando avvengono in età adulta hanno comunque un effetto dirompente non solo sulla struttura della personalità, il senso di sé e l’autostima,  ma inevitabilmente anche sulle modalità relazionali dell’individuo e sul suo rapporto con in sociale.  Per queste ragioni la solidarietà di un gruppo può costituire una forma di protezione contro il terrore e la disperazione e un antidoto nei confronti delle esperienze traumatiche. L’azione terapeutica deve poter interrompere il blocco del pensiero grazie al contributo del  apparato mentale dell’analista e del gruppo tutto, in grado di elaborare il fantasma del paziente e favorirne la trasformazione in “fantasia”[3] . A mio parere l’essere in gruppo e il pensare di gruppo e in gruppo, costituiscono elementi facilitatori  di questo processo in quanto riattivano i collegamenti con il preconscio; preconscio che, non a caso, sappiamo  fondarsi nell’ intersoggettività, per cui  il gruppo può funzionare come un apparato di trasformazione dell’esperienza traumatica (Kaes -1998).

 

 Una parentesi introduttiva al lavoro terapeutico di gruppo

 

 

Statuto epistemologico fondante: paradigma della complessità della complementarità e della supplementazione, fondazione collettiva della soggettività: area di pensiero insaturo . Il mio pensare il gruppo e l’individuo come punti diversi di un continuum, permette il superamento di una presunta dicotomia ontologica tra individuo e gruppo, dal momento che l’individualità specificamente umana può essere intesa in termini relazionali così  che l’incontro tra più individui può essere considerato un incontro tra più gruppalità; in continuità con il pensiero di Foulkes (1964) che ha considerato l’individuo come risultante di una rete di rapporti e costituente un punto nodale della rete medesima e che in un certo senso era stato anticipato da Freud (1921) nel suo sostenere che : “ogni singolo è partecipe di molte anime collettive”. Nel divenire del processo gruppale, gli aspetti intrapsichici si rendono comunicabili attraverso le interazioni, che comprendono anche gli aspetti inconsci e arcaici della comunicazione e in questo modo si trasformano in esperienze socialmente condivise; di converso l'esperienza e la storia del gruppo divengono individualmente e internamente rappresentate, in uno scambio di reciproca trasformazione. In ambito psicoanalitico il nostro riferimento privilegiato sono i teorici  delle relazioni oggettuali che hanno arricchito la ricerca psicoanalitica del paradigma relazionale che sottolinea l'aspetto fondante dell'intersoggettività e quindi appunto delle relazioni oggettuali nella costituzione  e nello sviluppo del Sé. Si può dunque sostenere che all’interno del pensiero psicoanalitico, vi è stato un passaggio di attenzione dalla scarica dell'istinto, fondamento del paradigma pulsionale, ai fenomeni di interazione.  Anche a questo proposito però mi sia concesso fare riferimento al paradigma della complessità :“pluralismo psicoanalitico”. La consapevolezza della complessità  non induce affatto ad indulgere a un facile quanto superficiale eclettismo ma ci confronta immediatamente con il senso del limite, contro ogni trionfalismo scientista di stampo riduzionistico. Inoltre i vari studi  sull’applicazione del paradigma della  complessità consentono  di specificare le sue possibili articolazioni in funzione dei diversi oggetti di studio e i differenti approcci teorici; avendo ben presente che leggi e paradigmi non vengono più assunti con caratteri immodificabili di “Verità Assoluta”, ma sono funzionali a dare al meglio ragione della realtà osservata, percepita e vissuta ed anche del lavoro di gruppo. Così l’idea stessa di una realtà esterna, regolata da leggi proprie, ha perso il suo carattere  oggettivante  in quanto connessa strettamente al soggetto umano conoscente in un continuo rimando, osservato-osservatore, particolare –universale. Un costruttivo confronto con il limite è anche la risultante dell’utilizzo del concetto di “supplementazione”, sostenuto da Derrida (1967)  che fa riferimento alla presenza dell’eccesso, a quel plus di irriducibilmente inconoscibile che, mentre ci limita al contempo, come dice Levinas, “ci apre all’infinito”.

Sia il paradigma della complessità che il concetto di supplementazione  vengono a mio parere inverati nella prassi terapeutica gruppale.  Le nuove scoperte della fisica e della biologia ci insegnano infatti che  non esiste un mondo fisico con leggi “per sé”, ordinate in modo univoco e atemporale e indipendenti dal soggetto che le percepisce, ma viceversa esiste una realtà in continuo farsi, in continua riorganizzazione: è il ritorno di una sorta del “panta rei” eracliteo riempito di sempre nuovi contenuti. In particolare il paradigma della complessità ci permette di sostenere la presenza di molteplici “verità” relative ai vertici e ai dispositivi di osservazione usati, dunque di punti di vista multipli per comprendere i fenomeni, e di operare la sostituzione della logica della disgiunzione con quella della congiunzione. ( Niels Bohr (1958) che, per spiegare le apparentemente contradditorie proprietà della luce, ha utilizzato la nozione di complementarità affermando che sia l’ipotesi delle proprietà ondulatoria della luce che quella corpuscolare erano corrette e che le dualità di base potevano essere accettate senza dover arrivare alla loro mutua dissoluzione o riduzione). La logica del pensiero epistemologico attuale dunque  non si articola più nella hegeliana dialettica degli opposti, che conduce ad una sintesi che a volte rischia di essere riduttiva, ma in quella crociana dei distinti.  che al desueto aut-aut sostituisce un più costruttivo et-et che “tiene insieme e contiene paradossi non risolti che si manifestano come contraddizioni, prospettando nuove soluzioni” (Lopez-1999).

  Possiamo quindi concludere che i concetti di complementarità e di complessità ci aiutano, insieme  alla teoria analitica delle relazioni oggettuali a comprendere le dimensioni multiple di realtà espresse nel gruppo e a considerarle all’interno di una prospettive epistemologica coerente e al contempo insatura e quindi sempre perfettibile.

Ritengo utile per comprendere le specifiche dinamiche gruppali sottolineare che nello spazio del gruppo ( gruppi aperti, misti, numero dei pazienti da 6 a 10, sedute bisettimanali della durata di un'ora) sono contemporaneamente presenti quattro elementi che hanno una loro evoluzione complementare e parallela: 1)l'individuo con il suo mondo interno, 2) le interazioni dei membri fra di loro, 3) i fenomeni transpersonali, 4) il gruppo nel suo insieme, con tutte le rappresentazioni fantasmatiche che quest'ultimo può assumere.

I fenomeni transpersonali vanno intesi sia in senso sincronico che in senso diacronico. Nel primo senso i fenomeni transpersonali sono collegati a modalità di funzionamento arcaico dell'io, pre-verbali, i cui presupposti sono la non separazione fra sé e gli oggetti, e  che compaiono nell’hic et nunc della situazione gruppale, sia come difesa dall'angoscia di frammentazione e di separazione, sia come potenzialità evolutiva per il soggetto e per il gruppo. Sono  identificabili nell'atmosfera, nel tono di fondo che caratterizza i diversi incontri, nel medium, negli effetti della mentalità primitiva e degli assunti di base. In senso diacronico invece la funzione del transpersonale è una sorta di "precipitato" che contribuisce alla costituzione del sé.  (Menarini- 1995) Il transpersonale è inconscio ed è la radice dei comportamenti interattivi connessa con la storia dei gruppi umani, con la famiglia di origine.(Rouchy -1998) La cultura familiare viene  incorporata dall’infante già nella fase in cui non vi è distinzione fra fisico e mentale, e fonda l'identità collettiva del soggetto e il sé non individualizzato. L'incorporazione culturale è la base dello spazio e del tempo relazionali e li condiziona. Essa funziona all'insaputa del soggetto come automatismo, in condotte programmate e non “mentalizzate”, che grazie al lavoro di gruppo possono essere viste e comprese, e quindi, divenute coscienti, possono essere  integrate o, se riconosciute come patologiche, rifiutate. Per quanto riguarda invece la comprensione del gruppo in quanto tale, va ricordato che l'orbita simbiotica madre-infante costituisce la base rudimentale di "fantasticare il gruppo come un tutto". È proprio questa possibilità che consente la dialettica (Corbella -1988) , specifica del gruppo, fra fusione e individuazione, nella quale avvengono trasformazioni positive, sia per i singoli membri sia per il gruppo nel suo insieme.

 Sarà  compito del terapeuta, consapevole del valore superiore del paradigma dell’et-et rispetto a quello dell’aut-aut, operare in modo da evitare il predominio di una fase sull’altra e mantenere invece un’area dinamica di scambio fra esse, dal momento che entrambi sono essenziali per lo sviluppo evolutivo dell’individuo e del gruppo come insieme.

Il tempo del gruppo

 

 Questo movimento dialettico attraversa il tempo gruppale e si costituisce nel tempo  del lavoro del gruppo,  tempo che è ben rappresentato dalla metafora della spirale. La figura  della spirale ruotante intorno ad un asse, ci consente infatti di sintetizzare la pluralità di dimensioni e di movimenti che costituiscono la nostra esperienza temporale nel gruppo. Si va dunque avanti ma con la possibilità di ritornare allo stesso punto relativamente alla distanza dall'asse, anche se su piani diversi, dal momento che in ogni seduta e per ogni individuo sono contemporaneamente presenti anche per il tempo, livelli multipli di realtà. Quando uso il termine  fusione nel gruppo faccio riferimento non solo alla possibilità di riattualizzare simbolicamente la fase della simbiosi con l'oggetto primario, che è  fondamentale per lo sviluppo dal momento  che consente di riparare il percorso del sè grandioso, base per lo sviluppo del vero sè , ma anche a quella di poter condividere ulteriori e più evoluti momenti di fusionalità. Infatti si possono distinguere stati arcaici di fusione da stati maturi, di condivisione profonda, poiché in questi ultimi viene mantenuto il senso di separatezza in modo tale che il fondersi coesista con l’individuazione. La metafora della spirale è dunque particolarmente indicata per evidenziare come  il setting gruppale consente, con modalità proprie che lo distinguono dall'analisi individuale, di muoversi "liberamente"nel tempo sia all'indietro che in avanti, in situazioni dove passato, presente e futuro, sono potenzialmente sempre fruibili e interagiscono fra di loro nell’hic et nunc di ogni seduta. Questo muoversi “liberamente” però raramente può essere vissuto come un gioioso fluttuare ma, viceversa, è spesso accompagnato da confusione, angoscia , senso di perdita dei parametri di riferimento.

 Nel gruppo dunque non solo è possibile, come ho già detto , tornare alla fase fusionale arcaica ma anche  riattraversare tutte le tappe fondamentali della maturazione personale e  riaffrontare in modo costruttivo le problematiche rimaste irrisolte, fino a  poter   "provare" modalità  nuove e più evolute rispetto al proprio consuetudinario modo di essere, e quindi  proiettarsi nel futuro attraverso l'assunzione di ruoli utilizzati anche per presentificare posizioni emotive mai assunte precedentemente; il tutto ovviamente attraversando momenti di crisi, resistenze e desideri di fuga.

 

 Il costituirsi della possibilità di  sognare e pensare di gruppo e in gruppo.

 

Il pensare ed il sognare nel processo analitico gruppale si situano all’interno della complessa dialettica individuo- gruppo ed hanno la possibilità di occupare sia le polarità estreme, dove il pensiero ed il sogno sono produzioni specifiche di tutto il gruppo o  dell’individuo nel gruppo, sia i diversi punti del continuum che unisce le due polarità, in un costante gioco di interscambio potenzialmente evolutivo e creativo.

Inoltre il lavoro di gruppo permette di evidenziare che il sognare ed il pensare sono risultanti da processi molto simili, in alcuni casi quasi sovrapponibili.[4] E’ dunque “naturale” che il racconto di un sogno nel gruppo analitico divenga immediatamente costitutivo del pensiero gruppale. Infatti i costituenti del filo conduttore  che costruiscono la trama  del processo gruppale sono il preconscio cioè la forma più complessa ed elevata di pensiero che oltrepassa e sintetizza a un livello superiore l’irrazionale con il razionale, il libidico-emotivo con la coscienza, la realtà esterna con quella interna” (Lopez-Zorzi, op.cit),e uno  stato di coscienza differenziato da quello della quotidianità, dal cui incontro ed interazione vengono prodotti sia il sogno  e le relative associazioni da parte di tutti i componenti nel gruppo, sia il pensiero di gruppo.

L’attenzione privilegiata al contenuto manifesto dei sogni e all’aspetto rivelatore della situazione libidico emotiva del sognatore  ci riporta ancora una volta al lavoro di gruppo. (Lopez-Zorzi) : “ Il sogno è la presentificazione da parte del preconscio superiore della sintesi della situazione libidico-emotiva esistenziale del paziente (….) I sogni, al di là del rapporto con il passato, danno, volta per volta, l’indicazione esatta del movimento libidico-emotivo di trasformazione dell’individuo, del suo carattere, del ripresentarsi e riattualizzarsi dei conflitti incistati nella realtà relazionale della vita attuale” .

All’interno della storia della psicoterapia di gruppo l’attenzione data fin dalle origini a ciò che accade nel qui e ora di ogni seduta,  stimolando i partecipanti all’interazione, ha spostato l’interesse, anche per quanto riguarda il sogno, dalle dinamiche intrapsichiche  al significato interpersonale presente nel contenuto manifesto.  Del resto tutti gli autori che si sono occupati del sogno nei gruppi hanno sottolineato l’importanza dell’interazione e delle associazioni dei singoli pazienti così che il sogno viene spesso considerato come specchio del rapporto fra il sognatore ed il gruppo o addirittura della situazione gruppale del momento.

Se attraverso la “scena” del contenuto manifesto del sogno il preconscio si esprime mediante la costruzione di una realtà virtuale composta di immagini viventi e in movimento, di personaggi ed oggetti interni che hanno non solo evidenza concreta ma anche simbolica, nella “scena” del gruppo il preconscio attraverso il transfert potenzialmente multiplo che, a seconda dei casi, si focalizza su di un partecipante o si articola sui diversi partecipanti o sul gruppo tutto, permette di comprendere nel qui e ora dell’interazione gruppale il mondo interno del paziente nelle sue configurazioni vincolari relazionali.  Nel sogno dunque così come nel gruppo a volte il preconscio compone rappresentazioni e pensieri stravaganti ed evasivi che rinfrancano e risanano la mente dalle ristrettezze, dai compiti, dalle convenzioni della vita quotidiana. Nel sogno e nel gruppo si viene  quindi messi a confronto con modalità “strane” in quanto diverse (dalle proprie solite) di affrontare i problemi e si possono riproporre al soggetto  problematiche esistenziali  rimaste irrisolte ed incomprese malgrado e a causa della coscienza a volte caratterizzata da un pensiero saturante e dalla coazione a ripetere sterili copioni. Il preconscio  costruttore del sogno è il protagonista, o meglio uno dei due protagonisti principali del sogno, dei quali il secondo è il sé sognante o io sognante che, oscillando tra passività ed attività, assiste allo spettacolo, reagisce, interviene e, a volte, perfino agisce all’interno della realtà onirica presentatagli dal preconscio e che svolge opera di mediazione tra quest’ultimo e la coscienza della veglia. Il sogno è dunque da considerarsi come il prodotto dell’incontro-scontro dialettico e dinamico tra i due suddetti attori, il cui rapporto  trova la sua massima espressione sintetica e formale nel contenuto manifesto.

 In un gruppo che inizia, il terapeuta  dovrà fare propria la capacità  di mediazione specifica del soggetto sognante fra stato di sonno e stato di veglia per poter far comprendere ai singoli membri, ancora legati ad una logica aristotelica razionalizzante dominata dal principio dell’aut-aut, nuove connessioni creative e trasformative che nel tempo costruiranno le fondamenta per lo specifico della cultura e del pensiero di gruppo. Al contempo il terapeuta dovrà anche essere il primo portavoce della consapevolezza del preconscio superiore. Vorrei a questo punto formulare l’ipotesi  che il pensiero specifico gruppale si viene costruendo attraverso un alternarsi e un’interazione di ruoli quali quello di io sognante e di preconscio superiore, di coscienza. Questi ruoli  vengono assunti nel tempo e nello spazio transizionale gruppale dal terapeuta, dai singoli partecipanti e dal gruppo inteso come un tutto.  Il terapeuta infatti, rappresentante di un sapere più  complesso e articolato, dovrà prendersi cura con delicata attenzione della coscienza dei singoli partecipanti (che all’inizio del lavoro tende ad essere particolarmente vigile, perché alle prese  con aspettative e  timori), consapevole che  la  coscienza rappresenta un sistema fragile e inerme che come vedremo compare per ultimo  nella costituzione del Sé.  Possiamo però sostenere che fin dalla prime sedute (poiché come sappiamo il partecipare ad un gruppo rende estremamente labili i confini dell’io e quindi modifica lo stato  di coscienza dei singoli membri) le affermazioni relative alle specificità del sé sognante ci riportano, a mio parere, a caratteristiche analoghe a quel particolare stato di coscienza di cui ogni partecipante ad un gruppo è potenziale portatore.  Inoltre nel divenire del tempo ogni singolo partecipante, proprio come il sé sognante, dovrebbe acquisire sempre di più le qualità derivanti dalla consapevolezza e dall’azione responsabile, anche perché  la cultura condivisa del gruppo dovrebbe essere  caratterizzata da un pensiero nomade e insaturo, capace di mettere tra parentesi i pre-giudizi della coscienza. Il divenire del gruppo nel tempo a spirale ci permette infatti di sostenere che i diversi passaggi che più volte si ripropongono fra movimenti di fusione ed altri di individuazione permettono una sempre maggior consapevolezza di sé dove il senso maturo di responsabilità prende il posto della colpa onnipotente. Mentre per partecipanti  la maggior permeabilità dei confini del loro io è un processo di gruppo di cui non hanno coscienza,  per il terapeuta l’assunzione  di uno stato di coscienza diversa da quello consuetudinario della veglia, è inizialmente un’operazione eseguita con consapevolezza che però nel corso del tempo diverrà un automatismo. Egli dovrà a volte essere il primo portavoce della coscienza del soggetto sognante, capace di stupirsi e di commuoversi e di non avere pre-giudizi razionali saturanti, questo stimolerà la costituzione di una cultura e  di un pensiero specifici e derivanti dall’essere in un gruppo terapeutico. Abbiamo visto  però che il conduttore dovrà, se necessario, anche essere capace di uscire dall’atmosfera dominante del pensiero gruppale per pensare “da solo” in gruppo, quando sarà funzionale stimolare un movimento verso l’individuazione. Infatti nella vita di ognuno come in quella del gruppo è il libero fluire del gioco fra preconscio e coscienza della veglia e del sogno (dunque anche del libero fluire delle associazioni dei partecipanti del gruppo, terapeuta compreso)  che apre spazio alle potenzialità creative e trasformative; sia il sogno che lo stato di veglia ed anche il pensiero, sono manifestazioni di realtà relazionali in costante interazione. La mia ipotesi è che il  campo gruppale a volte si presenti come  uno stato mentale complesso in cui interagiscono come nel sogno il preconscio superiore, quello inferiore e l’io sognante delle cui funzioni, a seconda della situazione, un membro del gruppo, il terapeuta o il gruppo inteso come tutto si fanno portavoce, per la costruzione di un pensiero condiviso.  Altre volte il campo gruppale  funge da contenitore “neutro” e stabile  per la creazione di un pensiero di gruppo o in gruppo. Infatti anche il pensare di gruppo e in gruppo partecipano dei movimenti verso la fusione e di quelli verso l’individuazione e il conduttore deve saper riconoscere e sostenere quei processi di pensiero che di volta in volta la situazione richiede per un procedere evolutivo. Il gruppo necessita che la mente del terapeuta si emancipi dai criteri di causalità e di intenzionalità logica a favore del concetto di contestualizzazione emotiva, sviluppando  al massimo le potenzialità di empatia.  L’atto terapeutico trasformativo ha bisogno di svilupparsi nella ricerca di un pensiero che possa cogliere una verità imprevista che è favorita da empatia e unisono con la parte ancora indifferenziata e muta del gruppo; il terapeuta dunque dovrebbe avere una buona dimestichezza con il suo preconscio per  cogliere i metodi di transito tra inconscio e coscienza e le trasformazioni che si realizzano nel “durante” (Gaburri-2000). Ecco quindi che ancora una volta ci troviamo a confrontarci con il concetto di preconscio, luogo del durante, perché  è  proprio il preconscio che nel gruppo stimola il costituirsi della catena associativa e quindi del pensiero gruppale. In accordo a questo proposito con Kaes che sostiene : “ La formazione e l’attività del preconscio ha per condizione di essere inscritta nell’intersoggettività (...) infatti è tributaria dell’altro , essenzialmente nella sua attività di rappresentazione di parole indirizzate ad un altro. Questa funzione è primitivamente sostenuta dalla madre che si costituisce come porta-parola di fronte alle stimolazioni interne ed esterne dell’infante: in questo modo e su questo modello la formazione del preconscio è fondamentalmente legata all’intersoggettività.

Mi preme dunque sottolineare il valore dello sviluppo del gruppo in uno spazio e in un tempo spiraliforme che permette il riattraversamento dei diversi processi evolutivi ed anche la possibilità di ripresa, nel campo gruppale, per l’individuo e per il gruppo stesso, di funzioni fondamentali che la patologia può avere atrofizzato o bloccato all’origine. Nel divenire gruppale del tempo a spirale e nel livello preconscio del pensiero avviene un’integrazione fra sistemi più arcaici e quelli che si vanno a costituire nel corso dell'esistenza, secondo il paradigma  della complementarità. Abbiamo visto infatti che la potenza costruttiva del preconscio ha le sue radici proprio nel nucleo più profondo e  antico della psiche;  il preconscio affonda la sua origine nella primitiva area relazionale dove la madre “preconsciamente”  riesce a dare accoglimento e pensabilità alle diverse  tensioni emergenti. Questa funzione elaborativa e trasformativa si esercita anche all’interno del campo gruppale ed è in grado di eseguire  operazioni trasformative sugli elementi sensoriali ed emotivi generando in tal modo  pensieri gruppali onirici, mitici e di organizzare una barriera di contatto  atta a differenziare il conscio dall’inconscio nell’ambito della struttura gruppale.”

(Bion -1962) Questa funzione  è presente  sia nel sonno che nella veglia e, secondo Bion,  collegabile alla rêverie;  questo termine sembra proprio sottolineare la continuità  fra il sonno e la veglia, fra il sognare e il pensare. Per analizzare la fondazione del pensare e del sognare di e nel gruppo abbiamo ritenuto necessario fare riferimento alla sua fondazione più arcaica. In seguito, l’affrontare i movimenti di separazione e di individuazione consentirà, al gruppo nel suo insieme e ai singoli partecipanti, la riattualizzazione di movimenti integrativi interrotti o solo parzialmente raggiunti che modificheranno anche la modalità di pensare e di relazionarsi agli altri, permettendo di accedere all’accettazione e a volte alla valorizzazione dell’ambivalenza. Passaggio fondamentale per passare dalla logica dicotomica dell’aut-aut a quella della complementarità dell’et-et, dalla intolleranza alla tolleranza intesa come apertura dialogica al diverso. Nel gruppo, a mio parere, i movimenti verso il consolidamento del Sé appaiono ancora più chiaramente di quanto non accada nella situazione duale. In questa fase gli individui si fanno portavoce di movimenti verso l’individuazione e alternano momenti di partecipazione attiva con altri di silenzio partecipe. A volte intervengono dopo un numero considerevole di sedute in cui sono stati silenziosi, evidenziando sia la loro empatica partecipazione sia la necessità di consolidare in solitudine il loro punto di vista e di esperire fuori dal gruppo l’avvenuta trasformazione di alcune loro modalità di relazionarsi con il mondo. In un secondo momento, garantiti dalla  possibilità più volte esperita  di avere e sostenere opinioni diverse da quelle degli altri, si confrontano con il gruppo con il piacere di aver potuto pensare “con la propria testa”, di poter pensare nel gruppo, oltre e grazie all’aver potuto, nell’interazione preconscia e conscia con gli altri, pensare di gruppo. . Il consolidamento del senso di sé fornisce le basi per la costruzione  di un rapporto oggettuale autentico, di un rapporto d’amore; il bisogno dell’altro comincia a lasciar spazio al desiderio per l’altro. Lo stadio della formazione dell’oggetto e del pensiero che implica nell’infanzia un processo lungo e penoso verrà attraversato più e più volte nella spirale del tempo gruppale e troverà la possibilità di un suo ulteriore consolidamento durante  quella fase del gruppo in cui avviene la riattualizzazione simbolica dell’adolescenza .Il gruppo, dopo aver esercitato per i singoli componenti, più e più volte  a seconda della necessità di ognuno, una funzione empaticamente supportiva, offrirà al paziente la possibilità  di  comprendere il potere dei simboli verbali per contenere e organizzare  pensieri, sentimenti e sensazioni in modo da poterli comprendere al meglio e trasformare. In particolare la riattualizzazione  della fase adolescenziale  stimola processi di identificazione e proiezione  che riattivano movimenti regressivi; come nell'adolescenza,  precedenti identificazioni  possono essere destrutturate  e parzialmente riproiettate e ripersonificate. Così nella matrice di gruppo il sistema pre-costituito di ruoli, leggi e necessità che condizionano la propria immagine di sé e del mondo può essere modificato. Conflitti inter e intrapsichici tendono ad essere presentificati e agiti in relazioni con vissuti tipicamente adolescenziale, di irrequietezza e confusione.  I conflitti si giocano più che mai nell'hic et nunc dalla situazione gruppale e spesso le modalità relazionali apprese in famiglia, in parte incorporate e in parte consapevolmente introiettate,  vengono agite nell'interazione gruppale; ma mentre di solito sono così profondamente radicate nella struttura dell'io maturo da non poter essere riconoscibili, in questa situazione faticosa ma potenzialmente positiva, vengono rispecchiate nel e dal gruppo e quindi rese riconoscibili divengono, in un secondo momento, pensabili e, quando è il caso modificabili. Il presentificarsi di “familiari” e stereotipate modalità di relazionarsi gli uni con gli altri mi ha portato a comprendere che è  spesso presente una stretta connessione fra la patologia sofferta dai pazienti e il senso di colpa, i  diritti e doveri appresi in famiglia; questa connessione è a mio parere più facilmente rilevabile  nella terapia di gruppo che in quella individuale. Infatti non di rado la parola colpa viene gettata come un sasso nello spazio drammatico gruppale, e permette così all'individuo che la usa di apparire vittima o colpevole. (Connessione colpa-onnipotenza).  Nella riattualizzazione della fase adolescenziale, nel corso del divenire gruppale, si affrontano anche tematiche relative ad aspetti trasgressivi riguardanti la sessualità; accade così che riemergano episodi tenuti fino a quel momento segreti, sottesi da vergogna e, appunto, da sensi di colpa. In particolare, in un mio gruppo, durante la riattualizzazione della fase adolescenziale  due donne ed un uomo raccontarono, con sofferenza ma con la fiducia che finalmente  avrebbero potuto essere capiti, di aver subito atti di violenza sessuale da parte di adulti,  quando erano preadolescenti. La cosa che colpiva chi ascoltava era il fatto che ognuno dei "narranti" si attribuiva in qualche modo,  una parte di colpa rispetto all'accaduto e quindi   anche per questo provava  una profonda vergogna nel riferirlo. Mi fu facile far comprendere, attraverso un'analisi puntuale delle vicende riferite, cui partecipò con profondo coinvolgimento tutto il gruppo, come il sentirsi in colpa derivasse  da un bisogno di non essere annichiliti dall'impotenza; impotenza che negli episodi narrati sembrava essere stata così atroce e annichilente per le persone in causa, già segnate da una particolare fragilità,  da non poter essere tollerata all'epoca in cui  la violenza sessuale era stata perpetrata. Sentirsi in parte colpevoli li aveva preservati dal senso di annichilimento totale che l 'impotenza assoluta provoca. Compreso questo fu possibile  dar  voce al segreto, sfogandosi nel raccontare i particolari mai confessati,  dal momento che finalmente vi erano  testimoni benevoli che consentivano di superare la vergogna e di ricevere la comprensione e le cure che erano mancate al momento del trauma. Uomini e donne potevano, senza paura, piangere insieme, oltre qualsiasi antagonismo di genere.  La condivisione solidale di questi accadimenti portò ad un'ulteriore aumento della coesione del gruppo e  migliorò ulteriormente il livello della comunicazione. Il gruppo può accogliere la rabbia mai espressa derivante dall'impotenza e consente di modificare il ricordo, facendosi garante della memoria. Così il passato può diventare finalmente passato e non allunga più la sua ombra distruttiva sul presente. Ombra che aveva fino a quel momento impedito, alle donne che avevano vissuto la violenza, di avere un rapporto di autentica fiducia nei confronti degli uomini ed anche di avere stima e fiducia per sé medesime, ed anche all'uomo, di ritrovare la stima e la fiducia verso di sé, base fondamentale per un rapporto costruttivo con gli altri e quindi anche con le donne. Se il passato si modifica allora si può costruire un nuovo finale e non continuare a ripetere la stessa storia; si comincia davvero a credere alla possibilità di un cambiamento, alla possibilità di una fiduciosa intimità nella relazione uomo-donna grazie ad una comunicazione autentica e profonda. Comunicazione che per molti è stato possibile sperimentare per la prima volta all'interno del gruppo e che ha permesso di superare il disastroso modello di non comunicazione fra uomini e donne appreso nella famiglia di origine e di cominciare ad intravedere che oltre alla logica della soppraffazione esiste quella della reciprocità che consente di passare dalla dialettica degli opposti alla dialettica dei distinti, dove l'altro, il diverso, non è più un nemico da abbattere nell'ottica di: "mors tua, vita mea", ma anzi l'altro è necessario per comprendere meglio sé. Il viraggio dall'esibizione della colpa all'assunzione di responsabilità si affronta però come tema gruppale, come visto nell'esempio, essenzialmente nelle situazioni in cui nel gruppo si riattualizza la fase adolescenziale, o gruppo "dei pari". Perché il gruppo nel suo insieme raggiunga questa fase, è però prima necessario che per la più parte dei componenti ci sia stata la possibilità di condividere momenti di fusionalità profonda e costruttiva e di sperimentare un vissuto positivo di appartenenza così  che si sia potuto  costruire o consolidare il senso di Sé che poi, nei movimenti verso l'individuazione, si è più realisticamente e  meglio definito. Solo se si sono fatte esperienze di riconoscimento da parte degli altri e  si è acquisita la  consapevolezza del proprio diritto ad essere nel mondo e al rispetto di sé si può divenire capaci di vedere gli altri nella loro totalità, riconoscere i loro  diritti e rispettarli e quindi divenire responsabili di sé e per gli altri. Nel lavoro di gruppo si evidenzia come la rimessa in discussione dei diritti e dei doveri ha una importante duplice funzione, sia relativamente al senso di sé e della propria autostima, sia relativamente al rapporto con gli altri. Permette di passare dalla logica dell’aut-aut che caratterizza l’area onnipotente della colpa, alla logica dell’et-et che caratterizza l’area di potenza adulta della responsabilità, in una costante dialettica fra sé e l’altro.Il poter divenire responsabile si situa all’interno di questa dialettica perché il termine responsabile, se da un lato richiama la capacità di rispondere di sé, dei propri pensieri (fornendo un sostegno alla possibilità di pensare da solo in gruppo)  delle proprie azioni ed emozioni, dall'altro significa anche la consapevolezza di poter rispondere per e verso l'altro . Nel gruppo analitico la tensione verso il divenire responsabili viene sostenuta non solo dal terapeuta, ma a turno dai singoli pazienti, anche se attraverso momenti difficili e tentazioni regressivanti. Ognuno attinge dalla fase condivisa quegli aspetti che al momento può affrontare ma anche, grazie al lavoro degli altri, può cominciare ad intravedere nuove soluzioni. L’assunzione della responsabilità verrà affrontata più e più volte nell’evolversi del percorso terapeutico da ogni membro.  Il valore del senso di responsabilità accompagnerà, come un viatico, la persona dopo la fine della terapia, insieme alla  avvenuta valorizzazione della propria storia individuale e della storia condivisa gruppale. Come ho già detto è proprio il recupero della storia ciò che permette di sentirsi responsabili del proprio presente e di progettarsi verso il futuro.   Inoltre  il costitursi della storia del gruppo consente ad ogni partecipante di acquisire la consapevolezza di poter essere ricordato nel e dal gruppo e questo stimola il presentificarsi di antichi ricordi valorizzando la memoria. In questo modo diviene possibile sperimentare magari per la prima volta (nei casi di patologie gravi) un senso profondo di continuità di sé che consente di affrontare non con angoscia ma con piacere i movimenti di separazione e nel corso del tempo perfino la solitudine. Infatti in momenti diversi ogni partecipante osa affrontare nel lavoro gruppoanalitico la solitudine relativa , in quanto condivisa, che inevitabilmente, come  sottolinea Bion (1970), il pensare implica quando il pensiero non è un pensiero puramente tecnologico ma  è “un pensiero che si assume la responsabilità del pensiero”. Come afferma Bion(op.cit),  la possibilità di assumersi la responsabilità del pensiero passa attraverso due momenti. Un primo ineludibile momento di presa di distanza dal gruppo e dunque di  accettazione della propria solitudine e un successivo momento di rinnovato accoglimento della propria appartenenza gruppale, che permette ed anzi stimola lo scambio di quanto individualmente pensato.  In alcuni casi spesso in questa fase di individuazione si  discute ancora di ruoli, di autoritarismo e di autorevolezza, di diritti e di doveri, di trasgressione e di colpa . Il tutto avviene in un clima di tolleranza; si comprende che riconoscere i limiti dei genitori consente di accettare anche i propri ma questo avviene con difficoltà, e la colpa viene ogni tanto richiamata in causa per poter recuperare l’illusione di onnipotenza e di libertà totale, scevra da condizionamenti. La logica della responsabilità può sostituire quella della colpa solo quando si accetta la realtà del limite, e quando si raggiunge la consapevolezza che viviamo appunto in libertà limitata. La consapevolezza dei limiti propri e altrui non porta però alla rassegnazione ma, nell’assunzione delle propria potenza che realisticamente a seconda delle situazioni sarà possibile esprimere,  permette  che il desiderio onnipotente si trasformi in volontà rigenerativa, volontà consapevole che implica slancio e responsabilità. All’inizio del lavoro di analisi di gruppo il terapeuta che vuole responsabilmente costituire una cultura terapeutica gruppale dovrà, per primo assumersi la responsabilità di pensare in gruppo e di gruppo proprio per permettere ai partecipanti di arrivare prima a  pensare di gruppo e poi a pensare in gruppo e poi ancora di gruppo e in gruppo, nell’alternanza dialettica del divenire nella spirale del tempo. Pensare in gruppo a volte non sarà un movimento da tutti alternativamente partecipato ma potrà implicare anche momenti di coraggiosa solitudine. Sappiamo che il portavoce di questa possibilità all’inizio é il terapeuta, per esempio quando deve far superare al gruppo una fase di stallo fusionale e stimolare movimenti verso l’individuazione. La possibilità data ai partecipanti sia di poter pensare di gruppo sia in gruppo è sostenuta, nel divenire del lavoro non più e non solo dal terapeuta ma dalla particolare qualifica di “intermedio” che Fasolo (1995) attribuisce al pensiero gruppale. Il “ pensiero intermedio è quella distanza mobile e inquietante, che siamo invitati a lasciar essere , piuttosto che a colmare.(...) Accetta e supporta la   coesistenza di pezzi differenti di realtà.(..) Il pensiero intermedio non è tanto un pensiero, un fatto cognitivo, quanto piuttosto un affetto pensabile, un procedere affettuoso. E’ l’esperienza dell’affettuosità intermedia che fa terapeutico il piccolo gruppo”. Il gruppo terapeutico  funziona coma una coppia genitoriale  adeguata che permette  il passaggio da una modalità di pensiero satura ad una insatura e che stimola una ripresa della comunicazione là dove si era interrotta; grazie al pensare intermedio diviene possibile la comprensione non solo della realtà esterna ma anche di quella interna di ogni individuo. La comunicazione fra diversi aspetti di sé diviene più fluida intaccando anche quella strutturazione rigida del Sé che spesso è la risultante di un trauma che ha segnato una discontinuità nello sviluppo del processo evolutivo. Così si crea uno spazio per la memoria che rende possibile il recupero del senso della continuità della propria storia esistenziale.Diviene possibile comprendere come aver cancellato il ricordo ha portato ad una discontinuità nel senso di sé, i ricordi che non sono potuti diventare esperienza vissuta hanno impedito il proseguimento del percorso  evolutivo creando un circolo vizioso desolante.  Uno degli scopi del lavoro terapeutico è l’integrazione nel Sé, nell’organizzazione matura della personalità la parte del Sé impotente, spaventata, negata e dunque rimasta isolata.

 

A sostegno di quanto detto, vorrei portare una breve esemplificazione clinica.

In un mio gruppo una paziente, Carla, dopo qualche mese di partecipazione al lavoro terapeutico,  in una seduta in cui, come precedentemente riferito, in un clima di fiduciosa partecipazione, si parlava di sessualità e di violenza, riporta, quasi senza dare molta importanza a ciò che dice, un’esperienza di abuso sessuale subìto all’età di sette anni, e rispetto alla quale dal racconto si evince che i genitori si erano comportati in modo inadeguato spaventandola e quasi colpevolizzandola. Carla  sostiene di non ricordare molto in proposito e di non ritenere che quello sia stato un episodio importante per la sua vita. 

Dopo quasi due anni di partecipazione al gruppo, in una seduta in cui sono affrontati argomenti relativi alla sessualità, la paziente ripropone in modo molto diverso lo stesso episodio. Dice di aver visto la sera precedente e per caso, alla televisione, una trasmissione sui pedofili, e di essere rimasta a guardarla quasi “incantata”. Le pareva di essere ad una seduta del gruppo e, spenta la televisione, si era messa a parlare con se stessa quasi sdoppiandosi, o meglio dividendosi in più persone del gruppo. Dimostrando così come sia corretta l’affermazione di Kaës: "preconscio, attività parlante e intersoggettività sono legati in maniera fondamentale”.  In alcuni momenti poteva finalmente dar voce alla bambina spaventata di allora, altre volte si ripeteva cose che io avevo detto nel gruppo, ed altre ancora vissuti riferiti da altri membri del gruppo stesso. Il tutto assolutamente consapevole di quello che stava facendo, provando per la prima volta un dolore profondo stemperatosi in lungo pianto liberatorio. Aggiunge, a questo racconto emotivamente intenso, che non vedeva l’ora di venire al gruppo a riferire tutto, per verificare le sue ipotesi e per confrontarsi con noi. Il gruppo accoglie commosso le sue parole e ciascuno interviene, permettendo di chiarire ulteriori passaggi e di elaborarli. L’“enigma” si svela e si riempie di significati in un clima di accoglimento profondo; la memoria “concreta” lascia spazio al ricordo, e il ricordo diventa comunicazione e modifica la memoria con conseguenze positive per il presente e il futuro della paziente e del gruppo stesso.

Quanto detto costituisce un ulteriore sostegno alle affermazioni di Kaës:” Il gruppo funziona come un apparato di trasformazione dell’esperienza traumatica…La riorganizzazione dell’après-coup produce le condizioni psichiche della messa nella storia, cioè in una configurazione condivisa, discorsiva e ordinata nel tempo, di un’esperienza traumatica che fu fuori dal tempo e dalla parola”.

Quanto riferito però è potuto avvenire quando la paziente, distinguendo il gruppo terapeutico dalla sua famiglia di origine, si è sentita in un contesto che non giudica ma accoglie, un ambiente in grado di dare significato alle emozioni permettendo ed anzi stimolando la simbolizzazione.

Il trauma divenuto pensabile permette la convivenza anche con gli aspetti fragili di sé e in altri momenti potrà ampliare spazi di pensabilità anche per aspetti non ideali di sé che in questo modo potranno essere integrati. Mi piace concludere con il concetto di integrazione riferito da Tagliacozzo “ Il concetto di integrazione non ha il significato di mescolarsi alla legge del più forte (Super-Io) accettandola, ma piuttosto di riunificare le parti scisse secondo un modello che tenga conto delle qualità accettando i limiti e rinunciando alla confusività e all’onnipotenza ”. 

A proposito delle parti meno accettabili di sé infatti  Tagliacozzo (op.cit.) sottolinea l’importanza della integrazione grazie al loro essere divenute “pensabili”; con il termine “pensabilità” egli non intende un passaggio dal concreto al simbolico , ma l’acquisizione di una tolleranza per le differenze, una sorta di democrazia della mente che si richiama al concetto bioniano, a noi particolarmente caro di responsabilità del pensiero. Egli infatti cosi scrive: “ Il pensare, inteso alla luce del concetto di pensabilità , è poter pensare le parti meno accettabili di Sé, riconoscerne l’esistenza e conviverci consapevolmente (...). Diventare consapevoli è una via alternativa, rispetto all’agirle, al rifiutarle o al forzarle dentro una o più altre persone (...) La pensabilità implica il coraggio e la disponibilità interna a rielaborare e a comprendere anche i ruoli meno accettabili che parti del proprio Sé mettono in gioco, sotto la spinta di angosce persecutorie.”

Queste trasformazioni integrative nel senso della pensabilità divengono possibili  perché il gruppo può contenere l’ansia, e in alcuni casi anche l’angoscia, relative alla perdita delle precedenti certezze. Nell’interazione gruppale è possibile sperimentare che le contraddizioni possono essere un mezzo di sviluppo e l’affrontare i conflitti un potenziale strumento di progresso. Inoltre il terapeuta di gruppo si mostra come modello in azione di un’autorità che anziché imporre leggi apriori, consente un confronto diretto che permette la comprensione dei diversi accadimenti

Il caso cui ho fatto riferimento è da pensarsi all’interno di un gruppo terapeutico dove il ricordo rimosso del trauma è emerso nel corso del lavoro e dunque non ha costituito apriori un’indicazione specifica al lavoro di gruppo.

Viceversa ci possono essere gruppi cosituiti appositamente per elaborare specifiche esperienze traumatiche. La Hermann sottolinea la difficoltà di costituzione di questo tipo di gruppi in cui le potenzialità distruttive sono pari a quelle terapeutiche.  Infatti l’autrice evidenzia che i conflitti che emergono all’interno di questi gruppi possono far correre il rischio, a causa dell’identificazione con l’aggressore, di ricreare dinamiche ripetitive dell’evento traumatico che accomuna i diversi partecipanti. La Hermann sostiene che questo tipo di gruppi omogenei, come in realtà qualsiasi tipo di  gruppo omogeneo, deve avere obiettivi chiari e ben focalizzati e creare una struttura che sia protettive e sintonica con gli obiettivi che si prefigge. L’autrice sostiene anche che a seconda delle specificità e livelli di strutturazione delle vittime , si potranno costituire diversi tipi di gruppi, a seconda dei diversi gradi di elaborazione ed elaborabilità del trauma raggiunto dalle vittime stesse.

In particolare la Hermann distingue tre livelli di elaborazione dell’esperienza traumatica a cui corrispondono tre tipi di gruppo che si differenziano per obiettivi e struttura. Il primo tipo di gruppo si pone come compito di infondere sicurezza e fiducia, é particolarmente attento al qui e ora dell’incontro ha un intendimento didattico pedagogico e permette la ripresa della cura di sé. 

Il secondo tipo di gruppo ha l’obbiettivo di rielaborare le memorie traumatiche permettendo una rivisitazione del passato che permette di rendere pensabile il trauma; il terzo tipo di gruppo si pone in un presente che, liberato dall’ombra del passato, si proietta verso una progettualità futura che permette una miglior integrazione a livello intra e interpersonale. Tutti e tre i gruppi si pongono dei limiti temporali che, se da una parte stabiliscono dei confini stimolando l’emergere di emozioni intense dall’altra rassicurano i partecipanti di una durata limitata e dunque tollerabile rispetto alla  partecipazione emotiva richiesta. I gruppi attingono a livelli di esperienza diversi, da quelli più pedagogici a quelli più specificamente terapeutici. L’obbiettivo comune di questi tre diversi gruppi è la possibilità data ai partecipanti di abbandonare l’identità della vittima per acquisire quella di persona in tutte le possibili articolazioni.

Queste  differenti modalità di conduzione dei gruppi con gli specifici obbiettivi prefissati si presentificano nel tempo a spirale dei gruppi terapeutici aperti e permettono, ad alcuni dei partecipanti, di divenire coscienti di ricordi traumatici rimossi; questo consente di affrontare le tematiche sottostanti aprendo nuove aree di pensabilità e di integrazione. 

 

Altri casi clinici

 

 

Vorrei premettere che il trauma non è solo l’abuso ma qualsiasi elemento improvviso ed imprevedibile che colpisce inaspettatamente un individuo e che non è suscettibile di una elaborazione psichica rappresentativa.

Nella mia esperienza terapeutica ho riscontrato come l’abuso spesso colpisca persone che hanno già subito altri traumi e come, in molti casi, questo specifico trauma si aggiunga a circostanze in cui altre situazioni traumatiche hanno già prodotto i loro danni.

I casi che presenterò descrivono situazioni in cui l’abuso si situa in un contesto traumatico precedente e, probabilmente, è reso possibile proprio per questa ragione.

 

 

Alice è una giovane donna di 29 a. e, da qualche tempo, soffre di gravi disturbi che l’hanno portata più volte in pronto soccorso. Dopo aver escluso ogni componente organica, mi viene inviata in psicoterapia con la diagnosi di “attacchi di panico”.

Si presenta come una persona molto ansiosa, un poco appesantita nel fisico e sovrastata dai doveri familiari: è sposata e madre di due figli, inoltre, lavora a tempo pieno nel settore amministrativo di una media impresa.

Si sente inadeguata nell’educare i figli e si ritiene fortunata di essere sposata ad un uomo che sa assumersi le responsabilità educative nonché quelle della gestione economica della famiglia.

Anche nel campo lavorativo è molto insicura e teme sempre di sbagliare. Il rapporto con i colleghi e le colleghe è improntato al timore di essere da loro sopraffatta (lamenta infatti di non saper mai dare la risposta appropriata quando le viene rimproverato qualcosa immeritatamente) e, nello stesso tempo, è facilmente preda di sensi di colpa apparentemente immotivati.

Mi appare evidente che si tratti di un deficit nella strutturazione del Sé e perciò le propongo una psicoterapia di gruppo perché, come abbiamo visto, questo tipo di trattamento è particolarmente indicato in questi casi. In attesa dell’inserimento nel gruppo, la vedo qualche volta individualmente e, in una di queste sedute, Alice, incidentalmente, senza dare alcun peso all’evento, mi riferisce di essere stata oggetto di un tentativo di molestie sessuali da parte del cognato, non sa riferire se verso i 9/10 a. oppure verso gli 11/12 a. Il fatto viene raccontato per spiegare come lei s’informi malvolentieri della sua salute nonostante egli soffra di gravi problemi cardiaci.

Nei primi tempi dopo il suo inserimento nel gruppo, Alice è piuttosto taciturna: le poche volte in cui è la prima a parlare riferisce, con evidente fastidio, i dettagli sui suoi disturbi. Si vergogna moltissimo di sentirsi male e, soprattutto, si arrabbia molto con sé stessa quando si sente sopraffare dalla paura di stare male.

Quando gli altri componenti il gruppo parlano delle loro situazioni, lei è molto attenta e visibilmente coinvolta ma interviene poco.

Per qualche tempo, il gruppo si accontenta di quello che lei porta ma, ben presto, inizia a pretendere di più da lei. Verso la decima seduta, dopo il racconto dell’ennesimo malessere, Alfio (un giovane universitario che soffre anche lui di problemi di somatizzazione e che si trova in una fase di riduzione della sintomatologia) le dice: “Noi sappiamo ormai tutto quello che ti succede quando stai male, ma non sappiamo quasi niente di te”.

Alice riconosce di aver detto molto poco di sé ma, aggiunge: “E’ che il resto della mia vita quasi non esiste! La mia vita è normale!” (da come lo dice, il termine più appropriato sembrerebbe essere “banale”)

Tutto il gruppo rumoreggia. Marina dice: “Come dire che quello che diciamo e facciamo noi non è normale…..”

Alice si corregge: “No,… voglio dire che la mia vita è sempre la stessa: lavoro, mestieri, figli, marito ecc…….”

Il gruppo, portando ad esempio situazioni riferite e discusse nelle ultime sedute, le fa capire che anche gli altri hanno un vita che potrebbe apparire banale  ma che, invece, poiché è la loro, è molto importante.

La sollecitazione, effettuata dal gruppo, è molto efficace più che se fosse giunta dalla terapeuta, perché avviene tra pari ed è perciò meno carica di aspetti superegoici.

Da quel momento, infatti, Alice inizia a raccontare di sé, ben inserendosi nella vita del gruppo.

Si viene a conoscenza dei suoi rapporti con la sorella maggiore (di ben 16 anni più grande di lei) improntati ad una ambivalenza spesso rabbiosa e dipendente. Poiché la sorella non ha avuto figli, lei lascia che si occupi dei suoi, ma questo fa sì che spesso si senta espropriata dai momenti decisionali relativi alle scelte educative e di vita dei ragazzi.

Alice diviene consapevole di ciò man mano che racconta e riesce, attraverso le reazioni del gruppo, ad individuare gli aspetti prevaricanti degli interventi apparentemente affettuosi della sorella. Precedentemente, quando s’infastidiva per le sue intrusioni, si sentiva cattiva e ingrata. Col passar del tempo, invece, trova anche la forza di opporvisi e si avvia un processo di riappropriazione delle sue funzioni materne.

Il gruppo è di grande aiuto in questo processo offrendole la possibilità di confrontarsi con gli altri componenti che, a seconda delle situazioni, si identificano o con lei o con la sorella o il marito oppure con i figli, riportando spaccati di vita familiare che, nel dialogo e con l’aiuto a volte defilato e a volte più presente della terapeuta, diventano chiarificatori dei propri ed altrui diritti.

Questo lavoro, ovviamente, non è utile solo ad Alice ma ognuno ne trae beneficio in modo personale alimentandosi nella relazione. Relazione che la terapeuta ha contribuito ad impostare nel verso dell’accoglimento valorizzante delle esperienze di ognuno.

E’ in questa atmosfera accogliente che Alice, poco per volta, ricostruisce un quadro significativo della sua famiglia d’origine. La mamma, affetta da una grave menomazione agli occhi, svolge con le figlie una funzione di controllo spesso malevola. Lei, infatti, la ricorda come una persona molto giudicante che, benché non si occupasse dell’andamento domestico a causa della sua quasi totale cecità, era sempre pronta a criticare le figlie se qualcosa non andava bene. Chi faceva tutto in casa era il padre che, oltre al lavoro, le accudiva amorevolmente. Per non aggravare il carico di lavoro già estenuante del padre, Alice si sente in dovere di non creare difficoltà né a scuola né in altri ambiti. Diviene infatti una bambina e una ragazzina modello, frequenta l’oratorio e cerca di allontanare da sé tutti i sentimenti che le appaiono inaccettabili.

Infatti, inizialmente, non ricorda nessun sentimento negativo verso chicchessia. Sembra inoltre non aver attraversato l’adolescenza con il carico di rivolta che solitamente comporta.

E’ attraverso l’interazione col gruppo che, progressivamente, emergono acuti sentimenti di rabbia nei confronti della mamma che lei sospetta aver tratto vantaggi secondari dalla sua situazione di handicap.

Riporto qui uno stralcio di seduta che illustra questi movimenti emotivi.

 

Marina si rivolge a Costanza dicendo, con evidente sforzo, che alla fine della seduta precedente, dopo essere usciti dallo studio, mentre il gruppo si scioglieva salutandosi, lei aveva avuta la sensazione di non esistere per Costanza, come se fosse trasparente. Non sa se Costanza ne sia consapevole o meno ma questa sensazione le è già capitata altre volte ma non aveva dato peso alla cosa, quasi non fosse sufficientemente sicura che quello che provava era dovuto al comportamento di Costanza, ma questa volta ne era certa.

Costanza cade dalle nuvole, non si è accorta di non averla considerata, attribuisce l’avvenimento al fatto che era di fretta perché aveva un appuntamento. Le dispiace ed ha l’espressione di chi si sente attaccata e non sa bene che fare.

Marina aggiunge che, dopo l’ultima seduta, le è risultato chiaro di essere arrabbiata con la cugina che la sollecita a riprendere i contatti col fratello maggiore che invece la ignora. Mentre ne aveva parlato non se ne era accorta. Aggiunge che, per lei, riconoscere i sentimenti di rabbia è molto difficile. Ricorda che quando è bruciato il collegio dove si trovava, si era sentita in colpa come se fosse stata colpa sua poiché molte volte aveva desiderato distruggerlo.  Anche la malattia e la morte della mamma le aveva procurato profondi sensi di colpa, come se fosse stata a causa sua che la mamma si era ammalata e poi era morta.

Alice dice che a lei capita di sentirsi molto male al pensiero che il marito o i figli possano essere ammalati .Quando qualcuno non sta bene, lei sta malissimo. Qualche giorno fa, la collega lamentava mal di testa perché doveva assumersi delle responsabilità d’insegnamento verso altri colleghi, e lei stava malissimo al posto suo.

Io collego la rabbia al sentimento di “non esistenza”, di “sentirsi trasparenti” e metto in rilievo come questo sentimento, scisso dalla causa che l’ha generato conduce a sensi di colpa o a confusione tra Sé e l’Altro.

Alice, a questo proposito, aggiunge che lei era molto arrabbiata con sua mamma e che ha più volte pensato che non fosse vero che non ci vedeva. Le sembrava fosse una scusa per non occuparsi della casa e dei familiari, mentre riusciva ad andare a trovare le sue amiche.

Ognuno riferisce situazioni familiari che avevano generato rabbia che, a prima vista non era sembrata giustificata, così era stata negata e scissa provocando in alcuni depressione, in altri attacchi di panico, in altri ancora inibizioni intellettuali

 

Possiamo qui ricollegarci a quanto ha detto la dottoressa Corbella prima, a proposito dell’equivalenza gruppo di terapia/gruppo di appartenenza primaria.

Come si può vedere, il gruppo, riproducendo emotivamente l’ambiente primario, permette il riaffiorare di sentimenti scissi che, grazie all’atmosfera “sufficientemente buona” creatasi al suo interno, è capace, come scrivono Menarini e Pontalti, “di creare, nella stabilità della relazione di accudimento, le strutture mentali che permetteranno….di categorizzare gli avvenimenti, di trasformarli in eventi mentali, di stabilire tra gli eventi relazioni significative”. Gli autori aggiungono che la crescita dell’individuo si fonda sull’introiezione e mentalizzazione dell’organizzazione antropologica di cui fa parte. Il gruppo di psicoretapia fornisce una nuova “organizzazione antropologica” entro cui sono possibili nuove introiezioni e mentalizzazioni.

L’organizzazione antropologica nella quale Alice era cresciuta permetteva di muoversi solo entro i limiti di una rigida morale sacrificale in cui l’unica debolezza accettabile era la malattia organica e in cui lo spazio per il desiderio e il piacere era fortemente limitato se non addirittura permesso solo se malati. Infatti era la mamma che poteva andare a prendere il tè con le amiche, al padre non restava che lavorare ed occuparsi della casa e dei figli.

Anche i sentimenti di oppressione per la costante presenza della malattia, sembravano inammissibili. Alice infatti riferisce che il padre era sempre allegro e gioioso e ricorda sé stessa come riverberante gli stati d’animo del padre.

Vediamo invece dal protocollo della seduta come, in realtà, i sentimenti circolanti fossero ben diversi ed anche come, attraverso l’interazione tra i vari componenti il gruppo, possano venire progressivamente svelati.

 

Dopo circa tre anni di psicoterapia riemerge il trauma relativo alle molestie sessuali.

Più volte, durante questi anni, il gruppo aveva affrontato tematiche sessuali ed Alice aveva lamentato mancanza di desiderio ed una certa difficoltà a lasciarsi andare ma l’episodio che mi aveva riferito tangenzialmente sembrava sepolto.

Inaspettatamente, durante una seduta in cui il gruppo sembrava attraversare un momento simile al sonnacchioso periodo postprandiale in cui, satolli, ci si abbandona all’attività di digestione e metabolizzazione di quanto ingerito, Alice riferisce che, a seguito di un programma televisivo sulla pedofilia, aveva riflettuto sul periodo in cui era stata oggetto degli interessi sessuali morbosi del cognato e ne aveva potuto parlare col marito.

Si scopre che non si era trattato di un tentativo di molestia ma piuttosto di un vero e proprio abuso durato per circa un anno. Emerge anche un altro elemento importante e cioè che, durante questi tre anni, mentre il gruppo affrontava a più riprese il tema della sessualità, Alice aveva parlato a lungo di questo episodio col marito ed insieme avevano potuto anche perdonare il cognato che ormai è gravemente cardiopatico .

Ora sente di doverlo raccontare nel gruppo, come per ringraziarlo del lento e paziente lavoro che aveva accompagnato il suo riflettere assieme al marito su quanto era avvenuto.

Il racconto è ascoltato dal gruppo con grande emozione. Vengono resi noti particolari che evidenziano il sentimento di confusione e di svalorizzazione di sé che aveva accompagnato e seguito il periodo traumatico. Il gruppo li collega al suo senso di inadeguatezza e di timore che aveva caratterizzato il periodo iniziale della terapia. C’è chi è dispiaciuto che gran parte del lavoro di elaborazione del trauma sia avvenuto clandestinamente anche se è chiaro a tutti che, senza il gruppo, questi non sarebbe potuto avvenire.

Che dire di questa eleborazione collaterale che ha affiancato quella che avveniva nel gruppo?

Dalla storia di Alice emerge chiaramente il suo vissuto di non avere diritti. Anche se non ricorda che questo le sia mai stato esplicitato, l’ambiente di origine le ha trasmesso proprio il senso di non aver diritto ad una vita qualitativamente buona. Sentimento che ovviamente si oppone al naturale esuberante desiderio di felicità che accompagna ogni crescita. Alice si trova così a dover assumere atteggiamenti adattati e falsamente compiacenti che le procurano un diffuso ed angosciante senso di colpa. A questo si aggiunge, in un momento cruciale del suo sviluppo, l’esperienza dell’abuso, con tutto il suo portato di colpevolizzazione e confusione.

Come sappiamo, quando l’abuso avviene nell’ambito familiare ha una prognosi ben più infausta di quando è perpetrato da persone esterne alla famiglia.

Come si verrà a sapere successivamente, per Alice il fatto avviene in concomitanza dell’imminente matrimonio della sorella e questo rende per lei impensabile la denuncia.

Per Alice si costituisce così un’area segreta che inficia il suo sviluppo psico-affettivo, divisa com’è tra un’immagine idealizzata del rapporto con gli altri (legata alla sua esperienza oratoriale) e la sua realtà interna, gravemente compromessa dai molteplici elementi che, come abbiamo visto, hanno disturbato la costituzione del Sé.

Il setting gruppale “proprio in quanto consente la riattualizzazione delle tappe cruciali del processo evolutivo, tra cui,….anche (la riattualizzazione) di fasi di arcaica ‘serena’ fusionalità” (S.Corbella) mai genuinamente esperita nella situazione familiare, è quello più indicato per affrontare situazioni come questa.

“La situazione fusionale che il lavoro di gruppo permette di sperimentare in modo adeguato per la prima volta, inizialmente però può suscitare ansia e timore….Infatti anche un ambiente caldo ed accogliente, pur nella sua positività, (può rappresentare) … proprio quel ‘nuovo’ ed ignoto che, in quanto tale, fa paura e induce a reazioni di difesa.” (S.Corbella)

In questa situazione, come dice Gaddini, “Ciò che viene richiesto all’analista non è un compito facile, ma è di essenziale importanza. Egli deve rendersi disponibile e attendibile per quella parte inconscia del paziente che lavora. Deve imparare a scoprire e decifrare i messaggi in arrivo senza renderli pubblici. Deve, in altre parole, accettare un’alleanza terapeutica clandestina. La sola comunicazione di ritorno che conta, non meno cauta e silenziosa, è che il suo alleato clandestino giunga a fidarsi di lui, a convincersi che qualcuno c’è, lì fuori, che è in grado di capirlo e di proteggerlo, qualcuno su cui può contare quando, debitamente cresciuto e irrobustito, potrà uscire con meno terrore dalla clandestinità.”

La funzione analitica, nel gruppo, è stata facilitata in quanto, al suo interno, già da tempo si era instaurata una cultura di attesa e rispetto dei tempi di ciascuno, inoltre l’atmosfera di calda fusionalità che più volte il gruppo le aveva permesso di fruire, ha fatto sì che Alice potesse sentirsi al sicuro senza essere costretta ad uscire dalla clandestinità prematuramente. Solo dopo essersi “irrobustita” le è possibile esporsi.

Dopo la seduta che possiamo chiamare della “rivelazione”, inizia per Alice un periodo di grande cambiamento anche fisico: diviene più snella e piacente, più sicura di sé tanto che sul lavoro può assumere ruoli di maggiore responsabilità, gli attacchi di panico diventano sempre meno frequenti e durano sempre meno, riesce sempre più a godere di situazioni di divertimento col marito e con i figli, anche sessualmente è più disponibile e, nel gruppo, diviene sempre più una presenza calda, comprensiva e matura.

Ritengo di poter considerare tali modificazioni comportamentali come indice di una migliorata strutturazione del Sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’episodio che desidero ora raccontare riguarda un gruppo che è costituito già da qualche anno (circa 4) ed è formato da tossicodipendenti in età compresa tra i 25 e i 35 anni.

Alcuni di loro sono in fase avanzata del processo di recupero mentre altri sono entrati nel gruppo da qualche mese.

In questa seduta il gruppo è impegnato in tematiche lavorative.

Mario riferisce che, oltre all’invio massiccio di curricula, sta procedendo alla visita porta-a-porta di tutte le aziende della zona che lui ritiene possano aver bisogno della sua figura professionale.

Maurizio è ammirato dalla capacità di Mario e dice che lui non riesce proprio a proporsi con tanta sicurezza, lui ha bisogno di sentirsi appoggiato dall’assistente sociale ed ha anche la necessità di non doversi nascondere, non potrebbe mai offrirsi per un lavoro pensando di dover celare la sua storia. Dice: “Se mi chiedono cosa ho fatto negli ultimo otto anni, cosa dico? Che ho preso una pausa di riflessione?”

Il gruppo ride e Alberto, che si trova in una fase più arretrata del processo dice: “Certo che è un bel problema, io non ce l’ho ancora, ma come si fa ….. se dici che sei stato un tossico non ti vogliono, se non lo dici ti senti a disagio bah!….”

Jole aggiunge :”Per me è anche peggio. Io domani devo andare a fare un colloquio presso una cooperativa che si occupa del reinserimento dei tossici ma ho paura lo stesso. Non ho il problema del dire o non dire della mia esperienza, ma ho paura, ho paura!!"

Mario dice: “Beh! Anch’io ho paura ma vado lo stesso”.

Io intervengo dicendo che mi pare importante cercare di avvicinarci di più a questo senso di paura, e commento : “Per Maurizio la paura è di essere scoperto, di dover rivelare qualcosa di cui si vergogna…. ma per gli altri?….”

Il gruppo rimane un poco in silenzio, poi Jole dice: “Non c’entra niente, ma quella che mi è venuta in mente adesso è l’immagine di mia madre ammalata. Io in quel periodo (aveva 12 anni), sono stata ospite per un week-end da una mia amica. Stavamo organizzando una festa e tutti ci davamo da fare. Ad un certo punto mancava qualcosa, non ricordo più cosa, e uno del gruppo decide di andarlo a prendere a casa sua e mi chiede di accompagnarlo. Io accetto. Una volta a casa sua, lui inizia ad accarezzarmi e poi tenta un rapporto sessuale. Io cerco di sottrarmi ma lui abbandona le buone maniere e mi violenta.”

Il gruppo è attonito. Qualcuno chiede cosa è successo dopo. Jole riferisce che poi sono tornati alla festa come se non fosse successo niente. Ne parla il giorno dopo con la sua amica, ma la cosa non viene presa seriamente anzi l’amica fa qualche battuta sul fatto che il violentatore è un bell’uomo.

Tornata a casa Jole non ha il coraggio di parlarne con la mamma perché è gravemente ammalata (infatti morirà poco dopo a causa di un tumore) né con la nonna, donna rigida e ossessiva che non era stata in grado di esserle vicino durante l’infanzia e che diviene sempre più inadeguata man mano che Jole propone problematiche pre-adolescenziali ed adolescenziali.

Va detto che Jole vive, sin dalla nascita, con la mamma, abbandonata dal marito appena rimasta incinta, e con la nonna paterna. Jole ha buoni ricordi della mamma durante la sua infanzia, infatti anche se costretta a lavorare per mantenere la famiglia, la mamma, al ritorno dal lavoro, gioca con lei e non le fa mancare nulla. Mentre la nonna è una donna bigotta e ossessionata dalla pulizia. Non le permette di invitare le amiche a giocare per paura del disordine che potrebbero provocare, per questo tende ad espellerla da casa e contemporaneamente si lamenta del suo essere costantemente fuori insinuando ogni sorta di cattive attività.

Il gruppo, dopo il racconto, si stringe affettuosamente intorno a Jole e le permette di chiarire altri elementi che completano il quadro entro cui si è sviluppato l’evento.

Jole riferisce che, in un primo momento, le attenzioni di quell’uomo l’avevano fatta sentire importante, lei di 12 anni che interessava un uomo di 36 anni, ma poi si era molto spaventata e avrebbe voluto scomparire.

Qualche tempo dopo l’episodio, subito dopo la morte della mamma, Jole va via di casa (aveva 13 anni), non tollerando più la convivenza con la nonna e va a vivere con un tossicodipendente molto più grande di lei che aveva un negozio presso cui si era rivolta per cercare lavoro.

Io collego la sua paura ad affrontare il colloquio di lavoro dell’indomani con questi eventi e lei riconosce che, in effetti, non sa come vestirsi, come presentarsi.

Giorgia le fa notare che ultimamente la sua femminilità viene molto mortificata da un abbigliamento piuttosto mascolino.

Mario dice: “Adesso capisco anch’io la mia paura. Dopo la morte di mio padre, l’azienda dove lui lavorava mi ha offerto una possibilità di lavoro molto buona ma che mi costringeva ad allontanarmi da Milano. Io l’ho accettata perché ero diventato il capofamiglia, ma poi non ce l’ho fatta. Ora ho paura che tutto si ripeta.”

 

 

In questa seduta, nel gruppo sono presenti spinte evolutive tendenti verso un’affermazione ed una autonomizzazione, frenate però da elementi che inconsapevolmente si frappongono ad una realizzazione dei desideri emancipatori.

La disponibilità della terapeuta ad accogliere i sentimenti di paura fa si che la situazione non volga verso un agire forzato e cieco che avrebbe riprodotto le condizioni nelle quali si erano sviluppati i meccanismi di fuga in avanti risultati così pericolosi.

In questa occasione il gruppo si lascia guidare facilmente e risponde adeguatamente alle sollecitazioni della terapeuta perché l’accoglimento delle emozioni è ormai diventato cultura del gruppo.

Possono così trovare spazio le associazioni che permettono un contatto con il mondo interno, la formulazione di ipotesi interpretative e la ricostruzione di una trama narrativa che si era spezzata.

Lo scambio intersoggetivo che avviene nel gruppo permette un “rilancio del preconscio”, il gruppo diviene così il contenitore mentale in cui poter esprimere gli stati affettivi che, con l’aiuto del terapeuta, possono essere connotati, riconosciuti e sviluppati.

Il processo associativo gruppale ha reso possibile l’emergere di ricordi ed emozioni precedentemente scissi e resi incomprensibili, permettendone la ricostruzione e l’attribuzione di significato.

Per Jole e per Mario si apre da questo momento la possibilità di rielaborare ed approfondire la tematica dell’angoscia per la malattia e per la perdita del genitore (primo trauma) e per Jole anche quella relativa alla riappropriazione di una femminilità penalizzata dagli eventi traumatici descritti.

 

 



[1] Vedi a questo proposito relazione di G. .Di Chiara al C.M.P. del 5-10-2000.

[2] I “fantasmi” sono espressioni di formazioni  psichiche inconsce non elaborabili in rappresentazioni, anche se legate a tracce mnestiche grezze. 

[3] “Le fantasie sono formazioni psichiche che hanno subito un’elaborazione anche in termini di processazione linguistica primaria, in grado dunque di inserirsi nel discorso” ( Di Chiara op. cit.).

[4] Con questa affermazione intendo differenziarmi da Anzieu che considera il gruppo analogo al sogno come mezzo per la  realizzazione dei desideri inconsci infantili. Come si vedrà dalla trattazione infatti non mi riferirò al sogno così come, in stretta continuità con il pensiero di Frued , fa Anzieu; quindi non tratterò i fenomeni gruppali come se fossero espressioni manifeste derivate da contenuti latenti,  né considererò ciò che accade nel gruppo come la risultante di un conflitto fra un desiderio inconscio che vuole realizzarsi e le difese messe in atto rispetto all’angoscia della realizzazione. Ritengo l’ipotesi di Anzieu  una delle possibili chiavi di lettura degli accadimenti gruppali che in alcuni casi può anche essere adeguata, ma che certamente non  le esaurisce tutte.