Questioni interculturali nella famiglia multiculturale.

Dott.ssa Ida Castiglioni, ricercatrice e docente di Comunicazioni Interculturali, Universitˆ Milano Bicocca, autrice del libro ÒLa  Comunicazione Interculturale e Competenze PraticheÓ.

 

Come giˆ accennavo prima, cĠ molto spesso una sovrapposizione tra i termini multiculturale e interculturale. Sono sicura che molti di noi hanno superato questa impasse, per˜ in letteratura purtroppo si trova ancora moltissimo tale sovrapposizione: multiculturale significa semplicemente una convivenza o coesistenza di pi culture diverse in uno stesso contesto, interculturale presuppone invece che siano presenti in maniera consapevole delle relazioni tra culture diverse.

Anche in una coesistenza multiculturale esistono evidentemente delle relazioni interculturali pi o meno conflittuali, ma ci˜ che ne fa la differenza  la dimensione di consapevolezza. Prima di tutto non sono una psicologa, la mia formazione  in sociologia e in comunicazione interculturale, che  una interdisciplina che prende le mosse dalla comunicazione e che ha degli elementi di antropologia e degli elementi di psicologia cross-culturale.

Non sapevo bene come avrei voluto orientare la mia comunicazione rispetto a voi, che immagino siate tutti psicologi. Quindi mi sono chiesta che cosa vuol dire parlare oggi di famiglia in divenire, di famiglia che ospita un estraneo.

Ho cominciato a pensare che come famiglie multiculturali abbiamo le coppie miste (dette inter-raziali in letteratura, laddove per razza si intende semplicemente una questione di colore della pelle), la famiglia adottiva o affidataria (la famiglia che accoglie un bambino straniero, quindi lĠadozione internazionale); poi in questo momento si presenta, in maniera molto spiccata soprattutto a Milano, il problema dei ricongiungimenti familiari, in cui abbiamo famiglie straniere che hanno lasciato per molti anni i bambini al paese dĠorigine, spesso e volentieri allĠinterno di famiglie allargate, e che ad un certo punto, quando il bambino  cresciuto e nel momento in cui diviene autonomo (e pertanto, adolescente, autonomo dal punto di vista pratico di sopravvivenza) arriva in Italia in una famiglia nuova, che non  conosce.

LĠaltro aspetto riguarda una tipologia che esula solitamente  dallĠambito dei servizi sociali, ma che forse gravita spesso negli studi degli psicologi: quella cio dei cosiddetti bambini di terza cultura (e delle famiglie che hanno dei bambini di terza cultura) coi quei bambini che crescono in una famiglia che si  spostata; quindi la definizione di terza cultura  data dal fatto che tali bambini  nascono e crescono allĠinterno di un ambito culturale (anche nazionale) e poi  si spostano con la propria famiglia in una cultura altra, e sono a contatto, allĠinterno della cultura ospite, con una cosiddetta comunitˆ di appartenenza culturale che diviene una terza cultura. Si chiamano TCK (Third Culture Kid), non esiste ancora una buona traduzione in italiano, e vivono una situazione interstiziale allĠinterno di queste tre culture. Questa  da una parte la condizione tipica di bambini cosiddetti privilegiati, che hanno dei genitori che fanno delle professioni che li portano allĠestero, pertanto sono figli di diplomatici o figli di persone che lavorano in aziende multinazionali: per˜, tutto sommato, dallĠaltro lato la loro condizione non  tanto distante da quella di molti bambini immigrati poveri.

Il mio intento qui  quello di trattare prioritariamente la dimensione sociale e sociologica.

Mi sembra prima necessario trovare un accordo con voi su cosa intendiamo con il concetto di cultura: sappiamo in quanti  rivoli  la definizione di cultura si frammenti, perci˜ io mi concentrerei su una dicotomia fondamentale da un punto di vista concettuale (non perchŽ esista nella realtˆ) che  quella tra cultura oggettiva e cultura soggettiva, che ancora permane nel nostro linguaggio, proprio perchŽ  tutto sommato antiquato.

Come culture oggettive intendiamo tutti quegli artefatti, tutte quelle variabili che hanno a che fare con la parte immediatamente inintelligibile di una cultura, come la musica, lĠarte, la cucina, le tradizioni, e quindi anche tutti quegli aspetti antropologici relativi alle condizioni familiari allĠinterno di una cultura, di una trib o di un clan. DallĠaltra parte abbiamo invece gli aspetti che sono considerati soggettivi, cio gli orientamenti valoriali, gli stili di comunicazione, i rapporti allĠinterno della societˆ, e pertanto i rapporti gerarchici, di genere, con il mondo animale e con il mondo naturale, con la cosmologia: perci˜ i canoni di bellezza, di gradimento, percettivo-sensoriali, che hanno a che fare con il modo in cui alcune persone (che interagiscono tra di loro, e pertanto vanno a creare una cultura) danno vita ad un senso di identitˆ collettiva. La definizione di cultura soggettiva che a me piace di pi pertanto : la messa in pratica in termini di in-actment, quindi la messa in agito dellĠesperienza del vivere in un sistema coordinato di esseri umani. é quanto di pi ampio noi possiamo immaginare: Essa  tiene proprio conto della maniera collettiva con cui le persone reagiscono di fronte a degli eventi, si tiene proprio conto della specificitˆ individuale delle persone, poichŽ la  personalitˆ sta allĠindividuo come la cultura sta al gruppo: questo concetto tiene conto di questi elementi combinandoli.

Mi preme dare questa definizione perchŽ mi sembra importante il concetto di incorporamento della cultura: se  vero che un bambino, un essere umano, apprende alcune regole e alcuni modi di vivere,  vero anche che apprende a livello inconscio e percettivo, anche prima dei tre anni, determinati modi di essere dati culturalmente. Naturalmente questa questione si pone in modo evidente nel momento in cui parliamo di famiglie adottive. Qualche giorno fa, tornando dagli Stati Uniti, ho trovato su un giornale un interessantissimo articolo su una tematica che oltre oceano viene definita Òdepressione post adozioneÓ, di cui molto poco si  parlato e che forse  nota agli operatori del settore, nel senso che chi ha a che fare tutti i giorni con le questioni che sorgono dallĠadozione, sa che esiste. Per˜, tutto sommato, esiste poca  letteratura al riguardo. Gli autori di questo articolo facevano riferimento allĠadozione internazionale. Che cosa succede quando il bambino che entra in famiglia  straniero: spesso e volentieri entra in una famiglia che  matura dal punto di vista anagrafico, che ha tentato unĠadozione nazionale che non  arrivata (ma non necessariamente) e questo vale negli Stati Uniti come in Italia. Negli Stati Uniti cĠ anche la condizione pi frequente della famiglia bianca che adotta un nero, che  la condizione nota da tempo e che si verifica in modo costante. CĠ una domanda che, da un punto di vista sociologico, uno si deve porre e cio: che cosa succede quando questo bambino entra in famiglia.

Da un punto di vista giuridico, per esempio, in Italia quando un bambino straniero entra nella famiglia italiana prende immediatamente il cognome della famiglia. Quindi, lĠanno cosiddetto pre-adottivo in cui viene messa alla prova sia la famiglia che la tenuta del bambino va a farsi friggere in qualche modo, perchŽ una volta che il bambino  arrivato in Italia e ha preso il nome si apre una voragine burocratico-amministrativa tale per cui, se il bambino viene restituito, non  si sa pi cosa farsene di questo bambino. Chiaro che poi si arriva ad una soluzione, per˜  molto difficile. Ora, qualche dato che mi sono andata a guardare rivela che in Italia cĠ un numero medio annuo di restituzioni superiore ai duemila casi, e sono tanti.  Questo vale per i bambini stranieri. Le restituzioni nazionali interessano un numero medio di millecinquecento lĠanno. Questi sono dati del Ministero della Giustizia e del Welfare relativi al 2005. In Italia  difficilissimo raccogliere questi dati, riuscire ad averli  stata unĠodissea. PerchŽ non ci danno questi dati? PerchŽ sono occultati in qualche maniera? Riferendomi allĠarticolo che citavo prima, direi che vengono occultati perchŽ sono cose che non si devono dire in quanto i genitori stessi che entrano in difficoltˆ con il bambino straniero vivono dei sensi di colpa micidiali: Òho voluto questo bambino a tutti i costi e adesso non sono in grado di gestirloÓ. Non sono in grado di gestirlo per tanti motivi, che per˜ non conosciamo ancora perchŽ nessuno ci permette di entrare in queste restituzioni: sarebbe invece utile effettuare una buona ricerca in questo senso, per andare a vedere che cosa  successo allĠinterno delle famiglie che hanno restituito il bambino. Di interessante cĠ anche da dire che molto spesso restituiscono il bambino coppie (e questo vale soltanto per il tribunale di Milano, quello che sono andata a verificare) che erano state segnalate dagli operatori sociali come coppie inadeguate, che sono ricorse in appello ed il tribunale ha dato via libera allĠadozione. Quindi forse gli operatori sociali vedono.

Ritornando al discorso dellĠembodiment, quindi allĠincorporamento della cultura, noi possiamo proporre qualche ipotesi sul fatto che, nel momento in cui una famiglia va ad adottare un bambino, ha attraversato lutti  e difficoltˆ personali  che possono aver prodotto aspettative eccessive sul bambino adottato, ma spesso ci sono anche (visto che sono bambini spesso grandicelli perchŽ entrano in famiglie mature) delle problematiche di tipo culturale, proprio di relazione. Da un certo punto di vista i genitori possono magari sentirsi inadeguati e dallĠaltro esiste il bisogno di individuare strategie immediate per gestire certe situazioni; non si tratta solo di bambini di cultura straniera, ma spesso sono anche bambini con difficoltˆ emotive proprio perchŽ hanno delle storie difficili alle spalle.  Inadeguatezza nel gestire una dicotomia che si presenta e che  fondamentale, cio la differenza tra assimilazione o accettazione della diversitˆ. Di riflesso  ci˜ che stiamo vivendo a livello macrosociale. Abbiamo lĠesempio francese, che  il tipico esempio assimilazionista, quello anglosassone, che  invece misto in cui  possibile la doppia appartenenza, abbiamo i diversi modelli che hanno connotato gli Stati Uniti, dal modello assimilazionista fina al modello della diversitˆ  diversityÓ) che sta connotando il mondo nordamericano dagli inizi degli anni Novanta in poi.

Quindi ci sono diverse possibilitˆ e noi siamo ancora in una situazione di transito e di scelta, purchŽ si sia consapevoli di stare effettuando una scelta. Questa investe sia il modo di gestire la giurisprudenza sia quello dellĠorganizzazione dei servizi sociali. La dicotomia tra assimilazione o diversitˆ connota anche la confusione mentale che molti genitori hanno e devo dire che, dalle ricerche che stiamo mettendo in atto, sembrerebbe anche una confusione che molti operatori hanno, in primo luogo gli psicologi. Questo proprio perchŽ, evidentemente,  un dibattito che ancora non si  dispiegato in modo sufficientemente ampio, non ci si  ancora posti alcune domande.

Poniamo lĠesempio di un bambino che ha il colore della pelle diverso, anche se il mio discorso non riguarda solo il colore della pelle, egli entra in una dinamica di riconoscimento, rifiuto di se stesso, rifiuto degli altri, e di dinamica sociale prima con i genitori e poi con il gruppo sociale. Un genitore che tende allĠassimilazione e quindi che vuole far diventare italiano a tutti gli effetti il proprio bambino vietnamita, tenderˆ a sopprimere qualsiasi ricerca di identificazione altra da parte del bambino; un genitore che, per estremo opposto, vuole promuovere una diversitˆ, cercherˆ di promuovere nel bambino unĠidentitˆ etnica tale da rischiare di farlo scollare dalla realtˆ monoculturale (che  quella della famiglia adottiva) nella quale il bambino sta crescendo e che rappresenta la sua sicurezza.

Ci sono tanti modelli che sono stati elaborati a partire dagli anni Settanta in poi, soprattutto negli Stati Uniti,  che hanno a che fare proprio con lĠevoluzione dellĠidentitˆ etnica allĠinterno delle persone che per vari motivi sono in una terza cultura; a tal punto che si sono prodotti dei modelli anche molto raffinati soprattutto sui neri americani e successivamente sugli asiatici americani e sui latino americani. Fino ad arrivare negli anni Ottanta alla domanda che pu˜ apparire un paradosso: e i bianchi?

In una societˆ multiculturale, quale tipo di evoluzione hanno da un punto di vista dellĠidentitˆ etnica? Finalmente, anche se solo negli anni Ottanta, si  messo in conto che non erano solo gli stranieri a dover affrontare tematiche di identitˆ etnica ma si tratta sempre pi di una condizione multiculturale di convivenza che include il fatto che i bianchi si pongano in una condizione di reciprocitˆ anche rispetto a queste dinamiche di identitˆ.

Parlando con Marisa Zipoli prima di venire qua, le ho detto che se mi fossi messa a parlare dellĠidentitˆ e dello sviluppo dellĠidentitˆ etnica saremmo andati a casa lĠindomani mattina, perchŽ effettivamente  un tema molto complesso e affascinante che qui voglio solo enunciare, perchŽ per quanto ne so non  ancora molto sviluppato nei nostri studi quantomeno di psicologia, ma neanche tutto sommato in quelli di sociologia;  proprio un ambito pertinente alla comunicazione interculturale. Per˜  importante enunciarlo perchŽ  quella dimensione sociale che ci riporta alla dimensione di terza cultura che secondo me pu˜ essere interessante approfondire. La dimensione di terza cultura, dicevamo,  quella dei bambini e delle famiglie che si spostano, siano essi emigranti ricchi o poveri; quindi  una questione di persone che si interfacciano continuamente con comunitˆ e contesti locali diversi ogni volta che si spostano; ognuno di essi ha delle proprie aspettative, e ci sono molti esempi e molta aneddotica in questo senso. Aneddotica che, per altro, ho trovato anche nella letteratura sui bambini adottati, quindi sono tutti piani che si intersecano e che dobbiamo collocare dal punto di vista teorico.

Uno dei momenti chiave per i bambini di terza cultura  certamente quello in cui vanno a scuola (nel senso pi ampio del termine). La scuola riflette lĠorientamento culturale specifico, che  un orientamento che  dettato dal curriculum e dallĠorientamento religioso prevalente e dalle modalitˆ in cui i bambini stanno a scuola.  Prendiamo lĠesempio cinese. In Cina la scuola  una delle dimensioni pi importanti, con il pi alto livello di onorificenza sociale, perci˜ essere bravi a scuola ed essere competitivi a scuola  la cosa pi importante per un bambino cinese. La dimensione di gioco, di evoluzione personale, di consolidamento della capacitˆ di stare nel mondo, come avviene da noi,  totalmente aliena. Per loro la scuola ha come compito fondamentalmente la trasmissione di informazioni che porta con se la trasmissione del concetto di ordine. Il bambino cinese che arriva in Italia  definito un bambino poco collaborativo, poco interessato, talvolta anaffettivo: voi capite che questo bambino si trova chiaramente in un dilemma atroce, perchŽ cresce, in Italia, allĠinterno di una famiglia cinese dove comunque viene portato avanti lĠideale della scuola come obiettivo massimo nella vita. In Cina nelle case dei genitori sono appesi sui muri i vari diplomi e le varie onorificenze scolastiche: se un bambino prende Ò10Ó pi volte allĠinterno dellĠanno scolastico, gli viene dato un diplomino che viene appeso e esibito. Mentre il gioco e tutto quello che ha a che fare con esso viene snobbato da questi bambini: essi si trovano a dover tollerare enormi lacerazioni. Difficoltˆ similari riguardano anche i bambini italiani che vanno allĠestero, e quindi bambini che si trovano a doversi confrontare con orientamenti valoriali completamente diversi e contrastanti.

In queste famiglie molto spesso cĠ anche una dimensione altra, che  quella dei caregivers, ossia delle tate, che molto spesso sono anche di unĠaltra cultura, e quindi molto spesso noi abbiamo un bambino italiano che sta crescendo in Nigeria perchŽ ha i genitori in Nigeria, che ha una comunitˆ di riferimento che  quella degli espatriati, che  fatta s“ di italiani ma anche di stranieri, e che ha una tata indiana. Tutti parlano inglese ma tutti sono portatori di un mondo valoriale e culturale molto forte, che prescinde naturalmente dal display etnico o meno dei vestiti, ma che ha invece delle radici interne piuttosto forti. Spesso  stato notato come questi bambini crescano, se sono sani, in una pluralitˆ di opportunitˆ di cui sanno bene fare uso, sanno cio bene come usare le proprie risorse: perci˜ vanno dalla madre per farsi leggere la storia, vanno dalla tata indiana per farsi coccolare fisicamente e farsi massaggiare, vanno dagli amici stranieri della comunitˆ internazionale se vogliono giocare a pallone e dagli amici italiani se vogliono raccontarsi delle cose intime. Per˜, di nuovo, ci sono situazioni in cui tale pluralitˆ non  ben vista: ci sono anche qui genitori che sono propensi allĠassimilazione e non alla diversitˆ, ci sono genitori che vogliono imporre una propria visione del mondo, e quindi anche una propria visione culturale nel disperato tentativo di mantenere delle radici. Quindi imponendo dei modelli culturali talvolta perfino pi forti di quelli che non si avrebbero nella realtˆ di crescita, proprio perchŽ devono essere mantenuti e pertanto diventano quasi fittizi, mitici, diventano della regole a cui aderire in maniera acritica.

In questo panorama naturalmente vi  anche da tenere presente lĠagenzia di sponsorizzazione: cio, i miei genitori sono missionari protestanti oppure sono figlio di manager dellĠindustria del petrolio, oppure di un ambasciatore o di un commesso dellĠambasciata o  di un militare? CĠ una dimensione di consapevolezza o inconsapevolezza da parte di questi bambini nel gestire il peso dellĠagenzia di sponsorizzazione perchŽ, a seconda della connotazione dellĠagenzia di sponsorizzazione, sono tenuti a dei codici di comportamento piuttosto che ad altri, quindi sono investiti di una responsabilitˆ tale che in qualche modo limita il loro percorso naturale di crescita.